La sera del 4 giugno il presidente ucraino ha pubblicato sul suo sito personale una lettera al leader russo Vladimir Putin: diretta, poco diplomatica e a tratti piuttosto personale. Eccone i punti salienti: “Hai passato quasi metà dei tuoi ventisei anni di potere a fare la guerra all’Ucraina. […] L’Ucraina propone di mettere fine a questa guerra. […] E chiede un incontro”. Negli ultimi anni le occasioni in cui Volodymyr Zelenskyj si è rivolto al leader russo sono state rarissime: del resto, vista la distanza siderale tra le pretese massimaliste russe e le scarse concessioni che l’Ucraina è disposta a fare, i due hanno ben poco dirsi. Oggi, però, il leader ucraino ha deciso di mandare un segnale chiaro: il vento è cambiato, “basta con la guerra”.
Poco meno di un mese prima era stato Putin a immaginare la possibilità di una pace rapida. La guerra “volge al termine”, aveva detto il 9 maggio a Mosca, anche se solo un’interpretazione molto ottimista poteva leggere in quell’esternazione una vera offerta di negoziato, tanto più che, nello stesso momento, Putin non solo aveva proposto il coinvolgimento dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder (considerato vicino al Cremlino) come negoziatore europeo, ma aveva anche affermato che ad avvicinare la fine del conflitto era proprio la situazione al fronte, favorevole a Mosca. Le dichiarazioni rilasciate più tardi, il 29 maggio, sono state dello stesso tenore: la pace – secondo il presidente russo – è imminente perché “le nostre truppe stanno avanzando su tutti i fronti”.
Tuttavia, questo scambio tra i due leader sembra qualcosa di più di un semplice rimpallo di messaggi propagandistici. E difatti anche il governo tedesco, d’accordo con Francia e Regno Unito, si sta preparando a negoziare. Considerato che durante il vertice informale che si è tenuto a Cipro alla fine di aprile l’Unione europea non è riuscita a esprimere un negoziatore che la rappresentasse, i principali sostenitori dell’Ucraina stanno procedendo autonomamente, sempre facendo attenzione a consultare le autorità di Kiev. Il 7 giugno Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, leader di Francia, Germania e Regno Unito, hanno incontrato Zelenskyj a Londra. D’altra parte, nella lettera a Putin lo stesso presidente ucraino aveva auspicato il coinvolgimento degli europei: “Dato che Kiev ha bisogno di garanzie di sicurezza, e che anche tu le cerchi per te stesso, sarebbe logico coinvolgere coloro che possono svolgere un autentico ruolo di garante”.
Gli osservatori hanno spesso fatto notare che per avviare un negoziato di pace mancano dei presupposti solidi sotto il profilo militare. Fino a qualche tempo fa, infatti, per Mosca continuare a fare la guerra significava lasciarsi aperta la possibilità di ottenere maggiori concessioni; l’Ucraina, dal canto suo, non poteva permettersi colloqui di pace mentre i russi continuavano ad avanzare. Ma nell’ultimo periodo le condizioni sul campo sono cambiate: nei primi tre mesi del 2026 la Russia ha significativamente rallentato il ritmo dell’avanzata, e a maggio (il mese in cui negli ultimi due anni si era registrato un forte aumento delle conquiste territoriali del Cremlino) praticamente non ha occupato nuovi territori; anzi, l’Ucraina è riuscita perfino a collezionare qualche piccolo successo offensivo. La tattica di Mosca di penetrare il muro di droni ucraini con piccoli gruppi di soldati ha perso efficacia a causa degli attacchi alla logistica russa. E, al ritmo di trentamila soldati uccisi o feriti al mese, per Putin è sempre più difficile reperire nuove reclute per rimpiazzare le perdite.
Per gli aggressori la situazione sta peggiorando non solo al fronte. I droni ucraini riescono a colpire con maggiore frequenza i territori controllati da Mosca anche a più di cento chilometri di distanza dal fronte, interrompendo le vie di approvvigionamento, considerate per anni relativamente sicure. Questo sta determinando carenze di carburante in Crimea e rischi per i rifornimenti destinati ai soldati russi sul fronte ucraino meridionale. In quella zona, al contrario che in Donbass, l’avanzata russa si è del tutto interrotta.
Oltre ad aver perfezionato la tattica dei cosiddetti middle strikes (colpi a medio raggio), l’Ucraina sta anche intensificando gli attacchi all’interno del territorio russo. I bersagli sono terminal petroliferi, raffinerie, fabbriche di esplosivi e di microchip. Dall’inizio del 2026 ai primi giorni di maggio ci sono stati 66 attacchi di questo tipo. Sono solo la metà di quelli lanciati nel secondo semestre del 2025, ma il dato interessante è un altro: l’anno scorso appena il 6 per cento delle operazioni aveva raggiunto bersagli distanti più di 900 chilometri dal confine, mentre dall’inizio di quest’anno la cifra è salita al 45 per cento. Nelle ultime settimane ci sono stati diversi allarmi aerei anche oltre gli Urali, a circa tremila chilometri di distanza dall’Ucraina: la guerra è arrivata in Russia e penetra sempre di più in profondità nel suo territorio, ormai molto meno inaccessibile che in passato.
Prima dell’inverno
Gli esperti militari sono quindi d’accordo nel ritenere che si stia aprendo una nuova fase del conflitto, come hanno annunciato un paio di settimane fa gli analisti statunitensi dell’Institute for the study of war. Sulla rivista Foreign Affairs il britannico Jack Watling, del Royal united services institute, ha scritto che “la guerra è arrivata a un punto di svolta”: non solo per la maggiore efficacia degli attacchi ucraini con i droni, ma anche a causa della riforma dell’esercito di Kiev, avviata nel 2025, che ha introdotto significativi miglioramenti in settori come l’addestramento e la catena di comando.
◆ Continuano gli attacchi russi sugli obiettivi civili in Ucraina, con droni e missili. Tra il 5 e il 9 giugno 2026 almeno 36 persone sono morte e più di 250 sono rimaste ferite nei bombardamenti in diverse località del paese. L’Ucraina ha invece intensificato le operazioni contro bersagli di interesse militare, nelle regioni ucraine occupate dall’esercito di Mosca e in territorio russo. Tra il 6 e il 9 giugno sono stati colpiti terminal petroliferi e fabbriche di droni a Samara e Čeboksary, nelle regioni di Krasnodar e Volgograd, e in Crimea. Onu, Kyiv Independent
Per quest’anno la conquista russa del Donbass è da escludere e per il 2027 non ci sono certezze. “Se l’Ucraina dovesse riuscire a consolidare l’attuale andamento sul campo per tutto il 2026”, ha scritto Watling, “diventerebbe più plausibile lo scenario in cui Kiev e i suoi partner convincono Mosca dei vantaggi di un cessate il fuoco senza condizioni”.
Gli ucraini sperano in un’evoluzione simile. Durante un recente incontro con i deputati del suo partito, Zelenskyj ha dichiarato di sperare che “la fase calda” della guerra finisca a novembre. Anche secondo il suo capo di gabinetto, l’ex direttore dei servizi segreti Kyrylo Budanov, si è aperta una “finestra di opportunità” ed “esistono le condizioni per la fine dei combattimenti”. In un’intervista con l’emittente statunitense Cbs, il presidente ucraino è stato molto chiaro: “Abbiamo tempo fino all’inverno”. Il riferimento non è casuale, perché l’arrivo della stagione fredda resta il principale asso nella manica del presidente russo ed è probabile che, prima di dichiararsi disponibile a negoziati dall’esito incerto, Putin proverà quantomeno a sfruttarlo a suo vantaggio.
Nell’inverno 2025-2026 gli attacchi russi alla rete elettrica hanno portato l’Ucraina sull’orlo di una catastrofe umanitaria: con l’eccezione degli impianti nucleari, in tutto il paese non c’è una singola centrale che non abbia subìto almeno un bombardamento. I blackout a Kiev, Charkiv e in altre città sono stati più gravi che negli anni precedenti e gli interventi di riparazione che sarà possibile effettuare da qui a ottobre, quando andranno accesi i riscaldamenti, non basteranno a riportare la situazione alla normalità.
A pesare ancora di più, però, è la mancanza di missili antiaerei. Negli ultimi anni l’Ucraina aveva già avuto notevoli difficoltà a procurarsi i missili Pac-3 per i sistemi di difesa Patriot (gli unici in grado di abbattere i missili balistici russi). Oggi la situazione è ancora più complicata: gli Stati Uniti hanno usato più di mille ordigni di questo tipo nella guerra all’Iran, e Kiev può star certa che non riceverà gli armamenti di cui avrebbe bisogno. Per essere davvero efficaci, i rifornimenti dovrebbero essere piuttosto ingenti, visto che tra ottobre del 2025 e marzo del 2026 la Russia ha lanciato 604 missili da crociera e 547 missili balistici e che probabilmente farà lo stesso il prossimo inverno. Secondo il Kyiv Independent, che ha parlato con diversi funzionari governativi ucraini, per cercare di capire cosa succederà nei prossimi mesi bisognerà guardare all’efficacia della difesa aerea, più che agli sviluppi relativamente positivi registrati al fronte.
Senza adeguate difese aeree, infatti, Kiev non ha i mezzi per resistere. Questo fa pensare che Putin potrebbe imporre almeno un altro inverno di guerra per cercare di affondare il morale degli ucraini. In alternativa, se davvero quest’anno dovessero tenersi dei negoziati, il leader russo potrebbe comunque minacciare nuovi attacchi per ottenere dall’Ucraina concessioni che oggi non è ancora disposta a fare.
Il fattore deterrenza
A cambiare la situazione potrebbero intervenire due fattori. Innanzitutto, se gli ucraini sfondassero al fronte, Putin si ritroverebbe messo alle strette. Al momento, però, è improbabile: è vero che l’Ucraina sembra aver fermato l’avanzata russa, ma finora, visto il rischio di attacchi con i droni, nessuna delle due parti ha trovato il modo di penetrare le linee nemiche con i mezzi pesanti. In secondo luogo, c’è il fattore deterrenza: se avesse un arsenale di missili balistici, l’Ucraina potrebbe rispondere colpo su colpo agli attacchi. Il principale produttore ucraino di droni, Fire point, sta lavorando su due modelli di missili balistici capaci di colpire la rete elettrica russa e sostiene che saranno pronti entro l’autunno. Finora, però, l’azienda non ha mai mantenuto gli impegni presi. Per adesso gli ucraini possono solo sperare di riuscire a mettere alle strette la Russia con armi di produzione propria.
Insomma: a decidere se la guerra finirà entro l’anno sarà ancora una volta Putin. E Zelenskyj lo sa bene: “Anche tu dovrai combattere molto più duramente per la tua stessa esistenza”, ha scritto alla fine della lettera, riferendosi alle difficoltà economiche della Russia e al malcontento della popolazione per una guerra di cui non si vede la fine. La storia, ha sottolineato Zelenskyj, dimostra “un fatto che conosci bene: quando la Russia si stanca, il cambiamento arriva. E noi possiamo contribuire a far crescere questa stanchezza”. Alle minacce ha fatto seguire però una preghiera appena mascherata: “Sei tu che puoi fermare la tua guerra”. La reazione del leader russo è arrivata il giorno dopo al Forum economico di San Pietroburgo. “Al lavoro, fratelli!”, ha detto Putin rivolto ai suoi soldati. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati