Per una compagnia petrolifera presentare i conti nel mezzo di una crisi energetica è un esercizio delicato. Bisogna rassicurare gli azionisti senza scadere nell’autocompiacimento, per non irritare i consumatori strangolati dall’aumento dei prezzi. Annunciando un utile netto di 4,94 miliardi di euro nel primo trimestre dell’anno (in aumento del 51 per cento), la TotalEnergies avrà reso felici gli investitori ma non può sfuggire al dibattito sulla tassazione dei profitti. Le proposte di tassare le multinazionali che guadagnano cifre enormi grazie all’aumento dei prezzi si moltiplicano, ma il governo di Parigi tergiversa. Prima di legiferare in preda alla fretta, però, è giusto sottolineare alcune realtà. Prima di tutto una tassa nazionale sui “superprofitti” rischia di essere economicamente deludente, come dimostrato dalle misure adottate durante la crisi energetica del 2023, che hanno fruttato molto meno del previsto.
Inoltre, in periodi di crisi le multinazionali tendono a tenere una parte sempre maggiore dei loro profitti in stati dove la tassazione è debole. Un intervento in questo ambito, dunque, ha bisogno di un coordinamento internazionale che non esiste e non esisterà a breve.
Il punto non è capire se bisogna tassare, ma dove e come. All’inizio di aprile la Germania, l’Austria, la Spagna, l’Italia e il Portogallo hanno chiesto alla Commissione europea di fare un prelievo coordinato sui grandi gruppi energetici (e la Francia farebbe bene ad aderire all’iniziativa). Questi cinque paesi, con governi di diverso orientamento politico, hanno capito che a un fenomeno globale si può rispondere solo con un’azione continentale. Una tassa europea permetterebbe di evitare le distorsioni della concorrenza tra gli stati e manderebbe un messaggio chiaro: chi guadagna dalle conseguenze della guerra deve fare la sua parte.
Se la crisi dovesse prolungarsi, rifiutarsi di discutere misure simili diventerà politicamente insostenibile. Anche per questo è preferibile affidarsi alla creazione di un dispositivo europeo equilibrato. Le società democratiche tollerano poco le disuguaglianze evidenti, come quella tra gli azionisti che si arricchiscono con la guerra e gli automobilisti che non riescono a fare il pieno. Ed è proprio in queste tensioni che prosperano i demagoghi. Meglio una fiscalità imperfetta ma legittima che lasciar dilagare l’indignazione, con risultati imprevedibili. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati