Ogni anno a gennaio avviene una singolare migrazione: migliaia di economisti da tutto il mondo accorrono in una grande città degli Stati Uniti per partecipare agli incontri annuali dell’American economic association (Aea). Quest’anno la pandemia ha sconvolto il rituale, ma ha permesso ai partecipanti di sbirciare negli uffici degli studiosi che presentavano su Zoom le loro relazioni, in gran parte dedicate alle conseguenze del covid-19. Con la pandemia l’attenzione degli economisti si è spostata su fattori spesso trascurati nei loro studi. Molti interventi, per esempio, hanno riguardato il ruolo delle norme e dei valori sociali. In alcuni studi si sosteneva che a livelli più elevati di fiducia e responsabilità sociale corrisponde un minore scetticismo nei confronti delle notizie sul covid-19 diffuse dai mezzi d’informazione e una maggiore propensione ad accettare le misure di lockdown. Un’altra ricerca ha dimostrato che gli aspetti legati alla cultura aziendale sono in larga misura determinati dalle norme prevalenti nella società locale, ma possono essere comunque plasmati dalle politiche nazionali. Altri studi hanno approfondito il modo in cui i fattori economici hanno contribuito al declino della politica e al crollo della democrazia in Europa prima della seconda guerra mondiale.
L’intervento più incisivo sull’importanza delle forze sociali e sulla tendenza degli economisti a sottovalutarle è stato quello di Emmanuel Saez, dell’università della California a Berkeley. L’economista francese è noto per il suo lavoro sui dati storici delle disparità di reddito e di patrimonio. La sua lezione, però, è stata molto più filosofica, è stata un appello agli economisti a ripensare il modo di vedere lo stato sociale. Come ha sottolineato Saez, secondo lo schema standard la società è formata da individui razionali che prendono decisioni in base al tornaconto personale. Le scelte su quanto risparmiare o su quali studi intraprendere dipendono da quello che le persone sanno delle loro condizioni e delle loro preferenze. Gli economisti che lavorano sulla base di questi presupposti sono a favore dei programmi di welfare solo nel caso in cui il mercato abbia dei problemi. I sussidi di disoccupazione sono necessari, per esempio, perché un disoccupato non può chiedere un prestito per affrontare una temporanea perdita di reddito, a prescindere da quanto possa confidare nel fatto che alla fine troverà un lavoro. Ma il presupposto del tornaconto razionale restringe in modo significativo il raggio d’azione dello stato sociale. In presenza di sussidi generosi e delle imposte elevate necessarie a finanziarli, persone dotate di mentalità razionale si asterranno dal lavoro, e questo indebolirebbe la crescita e la capacità del governo di aiutare le persone bisognose.
La povertà degli anziani
Nel suo intervento, però, Saez ha spiegato che il mondo funziona in modo diverso. Le società affrontano problemi come la povertà degli anziani o l’istruzione inadeguata con soluzioni collettive, cioè i sistemi pensionistici universali e l’istruzione obbligatoria. Queste scelte sono in parte una risposta alle difficoltà delle persone, ma riflettono anche dei valori. Il fatto che la società consideri l’istruzione un bene sociale e fornisca i mezzi per ottenerla incoraggia i giovani a frequentare la scuola per anni, a prescindere da quanto questa scelta sia razionale dal punto di vista economico. D’altronde, come hanno dimostrato gli economisti comportamentali, le persone non si comportano esclusivamente come agguerriti razionalisti. L’equità dei risultati è importante per le persone, che sono disposte a fare dei sacrifici per un bene superiore in un ambiente dove ci sono fiducia e reciprocità sociale.
Queste osservazioni dovrebbero avere un peso sulle analisi sulle politiche pubbliche. La decisione di lavorare, per esempio, potrebbe essere influenzata dalle norme oltre che dagli incentivi finanziari. Prendendo in considerazione solo questi ultimi, gli economisti potrebbero sopravvalutare il possibile effetto scoraggiante dei programmi di welfare sul lavoro. Saez ha osservato che i tassi di occupazione per gli uomini in età giovane sono sorprendentemente simili in tutti i paesi ricchi, nonostante le grandi differenze in termini d’imposte e sistemi di welfare. Le aliquote fiscali medie in Francia superano del 20 per cento quelle statunitensi, eppure in entrambi i paesi lavora circa l’80 per cento degli uomini di mezza età (gli statunitensi lavorano per più ore ma, come ha sottolineato Saez, anche questo riflette delle scelte sociali, come la settimana lavorativa più corta sancita dalle leggi francesi). C’è una forte pressione sociale sugli uomini in buona salute affinché non siano visti come “parassiti”, e questo è un elemento a sfavore degli incentivi generati da tasse più alte o sussidi sociali più alti.
Saez ha inoltre osservato che quando le pressioni sociali a lavorare sono più ambigue, come nel caso dei giovani, degli anziani o, in molti paesi, delle donne, i sussidi generosi tendono ad avere effetti più sostanziali sulle decisioni relative all’occupazione. Questo rafforza l’idea che i fattori sociali abbiano effetti rilevanti sulle decisioni economiche.
Quando le norme sociali proteggono dai “cattivi” comportamenti – come l’inattività volontaria o l’evasione fiscale, che possono essere visti come un modo per approfittare ingiustamente del sistema – il compromesso tra efficienza ed equità offerto dallo stato sociale è meno severo di quanto pensano molti economisti. Le analisi che si fondano su presupposti legati al mero tornaconto mantengono la loro utilità, per esempio per descrivere in che modo i programmi governativi potrebbero fallire se si consentisse l’erosione delle protezioni sociali. Tuttavia non sono necessariamente gli strumenti migliori per prevedere cosa succederà in futuro, e l’incapacità di prendere sul serio le preferenze sociali potrebbe far sì che le indicazioni degli economisti a favore della creazione di società più ugualitarie e dinamiche cadano nel vuoto.
Naturalmente la cultura è lenta a cambiare. Nel sottolineare il ruolo dei fattori sociali, Saez è più avanti rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi. Tuttavia, proprio come la crisi finanziaria globale del 2008 ha spinto gli economisti a ripensare la loro idea dei mercati finanziari e delle politiche macroeconomiche, la pandemia potrebbe favorire una maggiore attenzione su altri punti ciechi. La conferenza dell’anno prossimo potrebbe essere un evento molto più sociale rispetto a quello di quest’anno, in tutti i sensi. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati