Da 34 anni Savignano sul Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena, ospita il Si Fest, un appuntamento dedicato alla fotografia che animerà la cittadina romagnola per tre fine settimana consecutivi, dal 12 al 28 settembre. Promosso dall’associazione Savignano immagini, quest’anno il festival segue il tema delle geografie visive proponendo una selezione ampia di artiste e artisti provenienti da tutte la parti del mondo. Guerre, disastri ambientali, linee fisiche e virtuali sempre più sfumate e ormai incapaci di definire in maniera univoca che cosa è vero e che cosa è artificiale, dove comincia un paese e dove finisce un’era.

“Viviamo un tempo in cui i confini si spostano, si sfaldano, si ridefiniscono. I confini tra essere umano e ambiente, tra vero e artificiale, tra intimo e collettivo. Abbiamo scelto geografie visive perché sentiamo l’urgenza di costruire nuove mappe – non per orientarsi, ma per comprendere. Ogni fotografia di questa edizione è una traccia: un frammento di paesaggio, una memoria incisa, una soglia che ci aiuta a leggere il presente e a immaginare il futuro”, spiega il comitato artistico del Si Fest, composto da Mario Beltrambini, Francesca Fabiani, Manila Camarini e Jana Liskova.

Il palinsesto è molto ricco e parla di storie presenti e passate: si passa dal lavoro del franco-palestinese Taysir Batniji, che riflette sul dramma dei palestinesi fotografando le chiavi di casa di chi ha dovuto abbandonare Gaza, passando per l’agonia ecologica del mar Caspio denunciata dall’iraniano Khashayar Javanmardi fino alle immagini generate con l’intelligenza artificiale di Michael Christopher Brown, che prova a immaginare il futuro della vita rurale nello stato di Washington con Skagit Valley. E poi la mostra collettiva Oltre la porta, che celebra gli ottant’anni della cooperativa di falegnami Cocif accostando foto d’archivio e immagini contemporanee in un progetto inedito firmato da Mario Cresci.

Il viaggio visivo continua con le istantanee acide, quasi abbaglianti, con cui l’iraniano Hashem Shakeri mostra l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani. Un racconto che sembra surreale: i colori confondono, enfatizzati dall’uso del flash che esalta e appiattisce, pur nel tentativo di denunciare una realtà fatta di coercizione e brutture. Le minoranze perseguitate, la sottomissione delle donne, private del diritto all’istruzione, e la violenza che investe tutto, anche i momenti di pausa in cui i guerriglieri si dividono un’anguria davanti a un fucile posato per terra.

Di violenza sulle donne parla anche Jāḷī—Meshes of resistance dell’indiana Spandita Malik. L’artista ha deciso di dare voce alle vittime di violenza domestica in una serie che mette insieme fotografia e ricamo, che mostra i loro volti esaltandone le capacità manuali. Malik stampa i ritratti di queste donne sul khadi, un tessuto tradizionale di cotone grezzo che indossava Gandhi e che ha forti richiami alla resistenza e alla lotta per l’indipendenza, e le invita a ricamarli. Ne risultano opere che sono dei pezzi unici, frutto di uno scambio tra donne, strumenti di affermazione e di autorappresentazione che danno vita a un universo insieme intimo e potente.

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