Il 7 agosto sono entrati in vigore i nuovi dazi statunitensi sulle merci provenienti da decine di paesi, delineando il nuovo ordine commerciale mondiale, voluto dal presidente Donald Trump.

Queste tariffe, entrate in vigore alle 4, una settimana dopo la firma del decreto da parte del presidente degli Stati Uniti, sostituiscono il supplemento del 10 per cento applicato da aprile su quasi tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti. L’obiettivo di Donald Trump è quello di riequilibrare gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e i suoi partner, che a suo avviso si stanno “approfittando” della prima potenza economica.

“Miliardi di dollari, in gran parte provenienti da paesi che si sono fregati le mani e si sono approfittati degli Stati Uniti, cominceranno a confluire negli Stati Uniti”, ha annunciato il leader sul suo social network Truth, pochi minuti prima della scadenza. Queste sovrattasse variano dal 15 per cento al 41 per cento. L’Unione europea (Ue), il Giappone e la Corea del Sud, che sono tra i principali partner commerciali degli Stati Uniti, sono colpiti da un’aliquota di almeno il 15 per cento.

Prima dell’entrata in vigore delle nuove tasse, l’aliquota media effettiva applicata ai prodotti che entrano nel paese era del 18,4 per cento, la più alta dal 1933, secondo il centro di ricerca Budget lab dell’università di Yale.

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Questo ulteriore aumento dovrebbe portare il tasso a quasi il 20 per cento, secondo gli analisti di Pantheon macroeconomics. Secondo Budget lab, si tratterebbe del tasso più alto dagli inizi degli anni trenta. E probabilmente seguiranno altri annunci, visto che l’inquilino della Casa Bianca vuole tassare anche i prodotti farmaceutici e i semiconduttori importati.

Questi ultimi, così come i chip, dovrebbero essere soggetti a un’imposta del 100 per cento, ha dichiarato senza fornire ulteriori dettagli.

Alcuni paesi, come la Svizzera, hanno cercato fino all’ultimo di cambiare il tasso assegnato. Mentre il governo statunitense ha assicurato che negli ultimi mesi sarebbero stati firmati “decine di accordi”, finora se ne sono concretizzati solo sette, tra cui quelli con l’Unione europea, il Giappone e il Regno Unito.

L’amministrazione Trump sta adottando una linea particolarmente dura con alcuni paesi. La scorsa settimana Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone al Brasile una sovrattassa doganale del 50 per cento.

Per Trump, i dazi a Brasilia sono una ripercussione dopo l’incriminazione del suo alleato di estrema destra, l’ex presidente Jair Bolsonaro, accusato di aver tentato un colpo di stato.

L’India deve fare i conti con tariffe del 25 per cento, che saliranno al 50 per cento tra tre settimane, su una serie di prodotti, mentre Donald Trump critica Nuova Delhi per la mancanza di apertura della sua economia e per l’acquisto di petrolio russo sotto sanzioni.

Tuttavia i paesi stanno cominciando ad adattarsi: il Brasile, che ha presentato un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), vuole aiutare le sue aziende a diversificare le esportazioni. Da parte loro, il Canada e il Messico vogliono estendere la loro cooperazione economica in modo da essere meno dipendenti dagli Stati Uniti, come ha sottolineato la presidente messicana messicana Claudia Sheinbaum.

Il presidente Trump ha elogiato gli accordi già raggiunti, che stanno incrementando le entrate pubbliche in un’economia fortemente indebitata. Tuttavia l’impatto dei dazi continua a preoccupare gli economisti, che li vedono pesare sull’inflazione negli Stati Uniti, salita a giugno al 2,6 per cento, con il rischio di veder rallentare la crescita, che gli analisti prevedono non superi un tasso dell’1 per cento annuo, nella seconda metà dell’anno.