“I fatti narrati in questo film sono di pura fantasia e qualsiasi riferimento a persone realmente esistenti è quindi da ritenersi puramente casuale”. Per decenni i film italiani ambientati in un’epoca a loro contemporanea si sono conclusi con questa avvertenza premurosa, che citiamo a memoria. E puntualmente i riferimenti a fatti e personaggi realmente esistenti c’erano.

Quindi le dichiarazioni di Paolo Sorrentino sul fatto che nel suo ultimo lavoro eventuali riferimenti al presidente della repubblica in carica siano casuali possiamo prenderli come retorica di prammatica. La grazia è un grande film, chiaramente ispirato agli ultimi tre presidenti della repubblica cattolici: Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Sergio Mattarella. Quando uscirà, i lettori potranno dare una rapida scorsa alle schede di Wikipedia, nei brevi segmenti sulla vita privata, per rendersene conto.

Al centro della narrazione c’è un presidente della repubblica immaginario, Mariano De Santis (Toni Servillo). Vedovo malinconico, è aiutato nei suoi delicati compiti dalla figlia Dorotea, che pare avere un incarico a metà tra l’assistente e il capo di gabinetto. Vita pubblica e vita privata sono qui quasi indistinguibili.

E proprio grazie a questa vita privata, La grazia è pieno di sequenze fortemente imprevedibili e incantatorie. Di momenti di levità e surreali (come un astronauta italiano osservato in assenza di gravità nella sua base orbitante in una sequenza notturna tra antiche mura), momenti che esprimono l’anelito a un mondo “altro”, momenti desiderati, auspicati, come fossero la chimera agognata di una vita intera.

Rigidi riti

I saloni lussuosi e dorati, quanto plumbei, del Quirinale – splendidamente fotografati da Daria D’Antonio – sono qui una prigione, la classica gabbia dorata da cui papi e re, ma forse anche tutti i regnanti di questo mondo, hanno sognato prima o poi un giorno di fuggire, di lasciarsi per sempre alle spalle quel mondo di costrizioni e riti rigidi. Anche il presidente De Santis aspetta la grazia, tutta sua, personale, di finirla per sempre con i rituali, come ammette verso la fine del film prendendosi un rimprovero dal segretario generale della presidenza, che gli dà del ribelle diciottenne. Ma Mariano De Santis lo fulmina con uno sguardo e un lungo, eloquente, silenzio.

L’intero film pare strutturato su questa dialettica tra il desiderato – mondo ideale come tale sempre irraggiungibile – e il concreto, sempre prosaicamente attraversato da misere ossessioni e quotidiane nevrosi. Il ricordo della moglie Aurora, che cammina in un magnifico paesaggio brumoso padano, e che vediamo sempre di spalle o da lontano, è l’ossessione, il miraggio, il ricordo che si fa magnifica chimera pervasiva nell’animo del presidente, opprimendolo ma facendogli allo stesso tempo da motore.

Sorrentino innalza il passato a dimensione “altra”, un “altrove” non situato in un luogo lontano ma nel passato. Un passato che non sappiamo se si tratti di una fantasticheria oppure di una reale reminiscenza. È comunque un sogno, nel senso che ne ha la consistenza, inafferrabile quanto permanente. Una sequenza di pura pittura, impregnata, nella sua brevità, di un’atmosfera che idealmente vedremmo adatta per trasporre al cinema le trame di scrittori lontani non solo per provenienza, come Georges Simenon o Giorgio Bassani, ma accomunati dall’intensità delle atmosfere e peraltro entrambi oggetto di varie trasposizioni sul grande schermo.

Il presidente, grande giurista, deve portare il peso, anzi la croce, di esaminare le richieste di grazia. È la figlia ad occuparsene. Ce n’è una di una donna che ha ucciso il marito con diciotto coltellate. Ma Dorotea, la figlia del presidente, vuole spingere il padre ai confini del diritto, per vedere più “giusto” ancora. Oltretutto è convinta che debba firmare la legge sull’eutanasia approvata dal parlamento. Un quadro familiare ristretto, quindi, ma vivace.

Superturbocapitalismo

Se verso la fine rivela il suo anelare a “un’assenza di gravità”, Mariano De Santis è oppresso-depresso dalla gravità, dal senso grave che hanno le cose di questo mondo. E perciò stanco. In un’epoca di leggerezza intesa come inconsistenza e incoscienza, la politica troppo spesso veicola paradossalmente ogni tipo di crudeltà, perché navigando nella piattezza di un mare patinato è priva di ogni cognizione profonda del dolore: lui stona in continuazione in quest’era di tardo postmoderno, surrogato di quella antica e di quella moderna che pare non chiudersi mai.

Questa politica postmoderna è la sposa perfetta del turbocapitalismo, dei politici che gli lasciano le briglie sciolte in una società sempre più senza difese, sia psichiche che sociali, e che tende a mutarsi in una sorta di superturbocapitalismo, gettando così ogni maschera apparente, basti pensare ai Trump e ai Musk. Sì, il presidente della repubblica, questo presidente, stona moltissimo con la (non) politica corrente.

Una sequenza magica, fatta solo di immagini e suoni, la illustra meglio di tutte le altre. All’improvviso vediamo sorgere, inaspettatamente, inopinatamente, una sequenza di danza moderna molto bella, oltre che tecnicamente forte e piena di energia, che pare uscire dritta dalla dance music degli anni settanta, una sensazione accresciuta dalla grana delle immagini. Subito dopo capiamo che siamo in una proiezione riservata al Quirinale.

Ma il mistero permane su cosa sia quest’ufo. Come già aveva fatto durante un funerale (anche qui non si sa se vero o fantasticato), in questa atmosfera aliena il presidente si alza in piedi e guarda immobile gli ospiti, come a chiedersi, a chiedere ai presenti (e a chiedere a tutti) cosa ci faccio qui, cosa ci facciamo qui, chi siete voi, chi sono io? Che senso ha tutto ciò? Immobile mentre dietro di lui lo schermo con le immagini di ballo proseguono. Grande momento di cinema. E di contrasti, di opposti.

Frasi da antologia

Opposto (molto complementare) è il personaggio straordinario di Dorotea, che a un certo momento scompare, si assenta per andare a vedere il fratello che non vede da anni. E con questa polemica assenza paradossalmente riempie lo schermo ancora di più.

Spingerà il presidente cattolico, ex democristiano, a essere poco democristiano, e anche poco doroteo, a superare i suoi eterni dubbi da piccolo tardo Amleto del diritto e a trovare coraggio. Anche perché capisce, avendo visto da vicino una forma di Verità, che il diritto la allontana.

Sono molte le frasi da antologia in questo film. Convivono con le frasi “cazzatelle”, le consuete battute da Bagaglino cinematografico, così come i nomi dei personaggi, dalla metafora volutamente telefonata (al pari di un papa nero con l’orecchino e i dreadlock ma terribilmente conservatore), sono chiaramente intrisi di un umorismo, di un’ironia che confina con la parodia e i cui limiti con l’autoparodia sono però labili.

Il fatto è che quello che Sorrentino cerca di fare è estremamente difficile. Si intuisce un peso solitario sulla scena internazionale, forse non facile da portare. Non ci convince sempre questo esercizio di trasfigurare il trash, il postmoderno, il Bagaglino, in una metafisica, in qualcosa di alto, in filosofia ironica, vero in particolare per l’ultimo film, Parthenope.

Ma qui l’impressione è che questa sperimentazione dialettica, questa antitesi gli riesca pienamente. Posiziona un film sull’eutanasia all’interno di un film, intimo e poetico, su di un presidente della repubblica cattolico. Una vera provocazione in un paese cattolico che ha, ieri come oggi, problemi seri a difendere la laicità dello stato e pervaso da un ambivalente ipocrisia conservatrice. Ma è una provocazione, qui la sua grande bellezza, fatta con ironica gentilezza e garbo. Anzi, con grazia d’altri tempi.

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