Il 25 luglio l’azienda statunitense Meta, che controlla i social network Facebook e Instagram, ha annunciato che a partire da ottobre non autorizzerà più la pubblicità su politica e temi sociali all’interno dell’Unione europea, contestando le “regole inattuabili” di Bruxelles.
“È una decisione difficile”, ha affermato l’azienda guidata da Mark Zuckerberg, citando le “incertezze giuridiche” legate a una nuova normativa europea sulla pubblicità politica.
“Il blocco riguarda solo la pubblicità e non impedirà a cittadini e politici di continuare a produrre e condividere contenuti di natura politica”, ha aggiunto.
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Negli ultimi mesi Meta ha moltiplicato le critiche contro la legislazione europea. A gennaio, nell’ambito di un tentativo di riavvicinamento a Donald Trump, Zuckerberg aveva perfino accusato l’Unione europea di censura.
Di recente il dipartimento di stato statunitense ha definito “orwelliana” la normativa europea sui social network.
Adottato nel 2024, con l’entrata in vigore prevista nell’ottobre 2025, il regolamento europeo sulla pubblicità politica punta a garantire una maggiore trasparenza e a proteggere gli utenti europei dalle interferenze straniere, soprattutto in campagna elettorale.
In particolare, impone alle piattaforme di segnalare chiaramente gli annunci pubblicitari di natura politica e d’indicarne i finanziatori.
Vieta poi la profilazione dei dati personali relativi all’origine etnica, alla religione e all’orientamento sessuale, come anche l’uso di dati relativi ai minori.
L’Unione europea ha adottato la normativa in risposta, tra le altre cose, allo scandalo Cambridge Analytica, scoppiato nel 2018.
La società di consulenza britannica aveva raccolto, senza autorizzazione e all’insaputa degli interessati, i dati personali di decine di milioni di utenti di Facebook e li aveva usati per scopi di propaganda politica durante il referendum sulla Brexit e la campagna elettorale statunitense, entrambi nel 2016.
Secondo l’eurodeputato italiano Sandro Gozi, la decisione di Meta dimostra una “profonda avversione nei confronti della trasparenza e della responsabilità democratica”.