Questo testo è la trascrizione di un discorso che Sally Rooney ha tenuto a Dublino nel 2023 in occasione del lancio di “Apriti”, raccolta di racconti di Thomas Morris.

Voglio cominciare col dire che è un onore per me essere qui stasera, e avere l’opportunità di parlarvi della nuova raccolta di racconti di Thomas Morris, Apriti (Sur 2026). Cercherò di non trattenervi troppo a lungo, ma ci sono un po’ di cose che voglio dire su questo splendido libro e sul suo autore, che è sia uno scrittore che ammiro moltissimo, sia, non per vantarmi, uno dei miei migliori amici.

Apriti comprende cinque racconti, ciascuno con un protagonista molto diverso. In quello di apertura, Galles, incontriamo un bambino di dieci anni appassionato di calcio; in Aberkariad, un cavalluccio marino impegnato in un viaggio di scoperta; in Il piccolo mago, un impiegato frustrato; in Il passeggero, un turista in vacanza con la fidanzata; e in Denti di compleanno, un ragazzo convinto di essere un vampiro. Leggere questi racconti ci permette di immergerci per un poco nella vita di questi protagonisti, di abitare la loro mente e il loro corpo, e di provare quell’intensa miscela di empatia, identificazione, desiderio e ripugnanza che è una caratteristica distintiva della buona letteratura.

Nel giro di poche, intense pagine arriviamo ad amare questi personaggi e insieme ad averne paura, a fare il tifo per loro e a disapprovarli, a essere attratti e respinti dalla profondità e dall’intensità della loro presenza. Questo rapporto ipercomplesso fra personaggio e lettore mi sembra il campo esclusivo della letteratura rispetto a tutte le altre arti; e questo libro dimostra al di là di ogni dubbio che Thomas Morris ne è un maestro.

Ho descritto il libro come un’opera di “realismo psicologico”, ma in un certo senso potrebbe essere una definizione fuorviante. Questi racconti non sono sempre limitati dai confini di quella che di solito chiamiamo realtà. Uno, ad esempio, è ambientato completamente sott’acqua, in una famiglia di cavallucci marini; in un altro, il protagonista ricorda nel dettaglio l’esperienza di essere stato rapito dagli alieni a otto anni. Anche nei racconti più smaccatamente “realistici” si insinua, a suo modo, un senso destabilizzante di irrealtà. Nel racconto di apertura, Galles, il nostro protagonista Gareth, di dieci anni, ricorda di essersi separato dalla madre in un negozio quando aveva quattro anni.

Cercando i dvd, aveva trovato uno stretto corridoio azzurro. Ci si era infilato da solo. Il pavimento era inclinato e c’era un tale silenzio, un tale silenzio che Gareth si era reso conto di essere entrato in un interstizio segreto fra questo mondo e un altro. Prima di ritrovarsi accanto alla mamma nel reparto cartoleria erano passati anni.

Ma questo, si chiede il lettore, “è successo davvero”? Forse sì, o forse no. Quello che sappiamo è che è davvero successo per Gareth. Pur di essere fedele al mondo interiore dei suoi personaggi, Thomas Morris è pronto a sbarazzarsi di qualunque convenzione, anche di quella che potremmo chiamare la convenzione della realtà stessa. Non perché voglia sfuggire ai normali problemi umani: come essere noi stessi, come essere con gli altri, come vivere; ma perché vuole trattare questi problemi in una maniera nuova, usando un linguaggio nuovo.

In questo libro, Apriti, più ancora che in tutte le cose che ha scritto in precedenza, credo che ci sia riuscito meravigliosamente. Tutti questi racconti pongono domande filosofiche; e ciascuno dei protagonisti deve faticare per rispondere a quelle domande, o per continuare a vivere senza una risposta. Gareth, a dieci anni, sta cominciando a fare i conti con la distanza che c’è fra il suo mondo privato, magico, in cui può leggere nel pensiero e inviare flussi di energia alle persone, e il mondo reale, molto meno collaborativo, in cui la casa della sua famiglia rischia di essere pignorata dalla banca.

Il romanzo perfetto di Natalia Ginzburg
Per la scrittrice irlandese Tutti i nostri ieri è un libro che dimostra quanto dovrebbe essere ampia e quanto ristretta la prospettiva di un romanzo.

In Aberkariad il protagonista, un cavalluccio marino, sta iniziando a fare domande sulla sua famiglia e su ciò che gli è stato insegnato a credere fin da piccolo. Big Mike, intrappolato in un lavoro oppressivo, prova ma non sempre riesce a esprimere la fonte della sua infelicità: si rende conto sempre di più del fatto che il mondo è ingiusto, ma le sue stesse circostanze gli impediscono di capire cosa ciò significhi veramente. In Il passeggero, Geraint vorrebbe disperatamente essere soltanto sé stesso, essere a suo agio, aprirsi, ma non sa come fare. E del resto, cosa significa ‘essere se stessi’? Come si fa a trovare la persona che si dovrebbe essere? Glyn, l’aspirante vampiro di Denti di compleanno è forse il più apertamente filosofico fra i protagonisti del libro. “Non sapevo che cosa credere”, dice a un certo punto:

“mi resi conto che in fondo le nostre teorie erano solo storie che ci raccontavamo, e che le nostre ragioni per sceglierne una piuttosto che un’altra non avevano nulla a che fare con la verità; credevamo soltanto alla storia a cui volevamo credere, quella che diceva le cose che volevamo sentirci dire”.

I racconti di questa raccolta, viceversa, non ci dicono le cose che vogliamo sentirci dire. Non ci confortano e non ci consolano con immagini di sereni comportamenti razionali, emozioni ben regolate, relazioni equilibrate e sane. C’è qualcosa di liquido in ciascuno di questi racconti: entrano dove non dovrebbero entrare, si infiltrano nelle fondamenta, minacciano di dissolvere ciò che un tempo sembrava solido. Il potere che questo libro esercita su chi lo legge non è solo intellettuale e filosofico, ma anche fisico ed emotivo. È un libro che ci ricorda il rapporto spesso represso fra filosofia e vita.

I ragionamenti filosofici di Glyn in Denti di compleanno sono autenticamente appassionanti, provocatori, difficili da eludere. Ma la storia ci mostra anche che quei ragionamenti avvengono in un determinato giorno, in un determinato luogo, dentro la testa di una determinata persona, con tutte le sue eccentricità e debolezze individuali. Apriti ci ricorda, come Nietzsche, che tutta la filosofia è autobiografia, che tutte le idee iniziano come idee di una determinata persona in un determinato tempo e luogo.

In quanto amica di Tom, posso dire di aver avuto il piacere di leggere le prime stesure di alcuni di questi racconti. Forse per questo mi sembra di sentire con particolare chiarezza quanto ciascuno funzioni bene come pezzo a sé stante. Preso singolarmente, ogni racconto è originale e sorprendente, prende pieghe inaspettate, sovverte le nostre aspettative, ci impone maggiore e più puntuale attenzione, ci chiede di pensare in maniera diversa. Ciascun racconto trova il proprio ritmo, il proprio stile particolare e preciso, le proprie soluzioni formali.

Ciascuno basterebbe, secondo me, a segnalare l’autore come un talento di
prima categoria, più che degno dei tanti elogi che Tom si è meritatamente guadagnato nel corso della sua carriera. Ma è stato solo quando ho letto il manoscritto definitivo che mi sono resa conto di quale impresa abbia veramente compiuto l’autore con questo libro.

Lentamente, gradualmente, nel corso della raccolta, mentre chi legge è – potremmo dire – distratto dalla particolare genialità di ogni singolo racconto, sotto sotto sta succedendo anche qualcos’altro. Un insieme di immagini si risveglia nell’inconscio. Una sensazione indefinibile, quasi un ricordo. Cominciamo a percepire che viene posta una questione di un certo tipo: non da un racconto o un personaggio in particolare, ma dal rapporto fra i racconti, vale a dire dal libro stesso.

Non so neanche immaginare come si fa a ottenere un effetto del genere. Non credo si tratti semplicemente di dare ai racconti un ‘tema comune’. Non sono sicura che questo libro abbia dei temi: piuttosto mi sembra che abbia immagini, emozioni, domande, forse sogni, forse addirittura un subconscio tutto suo. A più riprese, in questi racconti, incontriamo la relazione triangolare fra un bambino e i suoi genitori; a più riprese vediamo un protagonista ricordare e reinterpretare qualcosa che gli ha detto la madre molto tempo prima.

Più di una volta i personaggi si trovano davanti immagini respingenti di sé stessi, come in Il passeggero quando una foto poco lusinghiera del protagonista viene cancellata dal telefono della fidanzata, o in Il piccolo mago quando Big Mike si scatta una foto nei bagni dell’ufficio. L’effetto è sottile, graduale; all’inizio forse nemmeno ci accorgiamo di quei primi fili di ricorrenza e connessione; ma pian piano, andando avanti nella lettura, quei fili ci avvolgono e ci tirano dentro.

Spero di avervi fatto capire, almeno in piccola parte, che opera eccezionale è secondo me questo libro. Ma prima di lasciarvi, vorrei dire qualche parola sul suo autore. Tom Morris è uno scrittore che ragiona a fondo sul mestiere della scrittura. Ma ragiona a fondo, e molto più a fondo di tanti altri, sulle strutture più ampie che sono necessarie ad arricchire, nutrire e rendere possibile quel tipo di mestiere.

Negli ultimi dieci anni, l’incoraggiamento che Tom ha dato agli scrittori esordienti ed emergenti ha rappresentato un elemento così fondamentale della scena letteraria irlandese che è difficile dire dove saremmo oggi senza di lui. So che molti di noi qui stasera hanno conosciuto di prima mano la generosità e la gentilezza del sostegno di Tom nelle prime fasi della propria carriera di scrittori e scrittrici. Per quanto mi riguarda, non so letteralmente dove sarei senza di lui.

La scrittura può sembrare una pratica solitaria, e lo è, ma è anche intrinsecamente un atto di comunicazione, un contributo a un dialogo perpetuo. Le novità migliori e più interessanti tendono a emergere dalle comunità lettera-rie migliori, più interessanti, più aperte e più eterogenee. Credo di non aver mai conosciuto nessuno che si sia impegnato più di Tom a creare quel tipo di comunità. Mi dà un piacere enorme essere qui stasera a ringraziarlo: per la sua amicizia, per il suo aiuto, e soprattutto per aver scritto questo bellissimo libro. Grazie Tom. ◆

(Traduzione di Martina Testa)

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