Può sembrare paradossale: nel momento in cui rischia di perdere le elezioni di metà mandato a causa della guerra fallimentare in Iran, Donald Trump minaccia di riprendere i bombardamenti contro il paese mediorientale. Nel fine settimana il presidente statunitense ha promesso che l’esercito assesterà “un potente colpo di martello”, evidentemente per cercare di convincere gli elettori a restargli fedeli.

Ma il paradosso è solo apparente. Trump, infatti, non intende prendere atto del disastro della sua “campagna d’Iran” né tantomeno del risentimento dei suoi elettori, che ormai collegano la guerra al ritorno dell’inflazione. L’uomo che si era fatto eleggere come “il presidente che non ama la guerra” ha finito per lasciarsi tentare dalla potenza delle armi.

Questo tira e molla a proposito della ripresa degli attacchi israelo-statunitensi contro l’Iran dimostra che le elezioni, agli occhi di Trump, sono solo una scocciatura da sopportare e non certo un punto di svolta nella sua presidenza, soprattutto nel campo della politica internazionale. Anche se dovesse perdere, il presidente statunitense non intende cedere le sue (grandi) prerogative in politica estera e nella difesa.

In ogni caso tutto dipenderà dalla portata della sconfitta annunciata. I presidenti statunitensi subiscono regolarmente una battuta d’arresto nelle elezioni di metà mandato, ma per i repubblicani perdere solo il controllo della camera dei rappresentanti sarebbe molto diverso rispetto a incassare una batosta anche al senato. In ballo c’è la possibilità per Trump di continuare a sottrarsi al contropotere del parlamento.

Il presidente, evidentemente, non ha la minima intenzione di comportarsi come una lame duck (un’anatra zoppa, come sono chiamati negli Stati Uniti i presidenti a fine mandato). A contare, però, non sarà tanto la sua volontà personale, quanto l’opinione degli altri. Trump sarà un’anatra zoppa se i suoi amici repubblicani e i suoi avversari democratici lo considereranno tale, per motivi diversi.

Steve Bannon, anima dannata del movimento Make America great again (Maga) e in passato consigliere di Trump, ha evocato la prospettiva di una “guerra civile” all’interno del Partito repubblicano in caso di disastro elettorale. Bannon fa parte di quelli che rimproverano a Trump la guerra in Iran e la sua alleanza con i miliardari della tecnologia a scapito della classe media. Queste persone, oggi, si preparano già all’uscita di scena del presidente.

Negli Stati Uniti c’è chi annuncia la fine dell’era Trump in caso di una sconfitta, ma gli effetti della possibile disfatta non si vedranno subito, almeno sul piano internazionale. Il presidente, abituato a infischiarsene delle regole, continuerà a fare di testa propria.

Alla fine, però, Trump rischia di essere schiacciato dal peso delle istituzioni di cui avrà perso il controllo, che cercheranno di far rispettare l’equilibrio dei poteri totalmente ignorato negli ultimi due anni. Un congresso interamente nelle mani dei democratici avrà la possibilità di indagare sulla corruzione nella cerchia ristretta del presidente, di punire l’inefficienza del segretario alla difesa Pete Hegseth, di dare battaglia su ogni dollaro stanziato per una guerra senza fine e senza obiettivi chiari in Iran e di bloccare il riavvicinamento di Washington alla Russia di Putin.

A prescindere dal fatto che la sconfitta sia parziale o totale, Donald Trump ha chiaramente fallito nel suo tentativo di imporre un ordine imperiale statunitense al resto del mondo. I partner e i rivali di Washington ne trarranno le dovute conseguenze e saranno incoraggiati a modificare i rapporti di forza, come ha già fatto il Canada. Il mondo non si è ancora liberato di Trump, ma da domani, forse, si ritroverà un presidente statunitense fortemente indebolito.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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