Mahmoud Abbas lo aveva promesso ai palestinesi, e alla Francia. In una lettera indirizzata a Emmanuel Macron, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese si era impegnato a organizzare le elezioni legislative quest’anno e quelle presidenziali l’anno prossimo, facendo seguito al riconoscimento dello stato palestinese da parte di Parigi, poco più di un anno fa.

Dato che le promesse impegnano soltanto chi ci crede, in pochi avevano fatto affidamento sulle parole di Abbas. I motivi sono diversi, a cominciare dal fatto che il contesto era e resta tutt’altro che favorevole a un processo democratico. Immaginare che si possa davvero votare nella Striscia di Gaza, tra le rovine dei bombardamenti e l’occupazione del 60 per cento del territorio da parte di Israele, è del tutto irrealistico, soprattutto considerando che Hamas continua a far presa sui due milioni di gazawi.

Lo stesso vale per la Cisgiordania, dove non si fermano le violenze dei coloni contro i palestinesi, con la complicità dell’esercito israeliano. Anche in questo caso votare in serenità è impensabile. Un anno fa potevamo sperare che queste condizioni migliorassero, ma la realtà ha dimostrato il contrario.

Queste, però, non sono le uniche ragioni del rinvio del voto. Esiste anche un problema reale di democrazia. Mahmoud Abbas, successore di Yasser Arafat alla guida del movimento Fatah e dell’Autorità nazionale palestinese, è stato eletto nel 2005 con un mandato che avrebbe dovuto concludersi nel 2009, ma da allora è rimasto avvinghiato al potere.

Nel frattempo Hamas ha vinto le elezioni legislative del 2006 nella Striscia di Gaza e l’anno dopo ha cacciato l’Autorità nazionale palestinese dal territorio.

È evidente che dopo il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra sia diventato impossibile organizzare una votazione regolare, ma resta il fatto che Abbas non l’ha organizzata neanche prima, quando le condizioni erano meno proibitive. La paura di una vittoria di Hamas o di altre forze della società civile ha sempre frenato ogni spinta democratica.

Mahmoud Abbas, novant’anni, è ancora al potere, impopolare e impotente davanti a una situazione che continua a peggiorare.

Il 13 ottobre la Francia e altri paesi che hanno riconosciuto la Palestina (Regno Unito, Australia e Canada) hanno criticato la decisione di Mahmoud Abbas, invitandolo a riconsiderarla. Pur riconoscendo gli ostacoli sul campo, Parigi e gli altri chiedono a Israele di “astenersi da qualsiasi azione che possa compromettere lo svolgimento delle elezioni”.

Ma la questione, in realtà, è più profonda di quanto sembri e riguarda le prospettive politiche dei palestinesi: a cosa serve eleggere istituzioni che non hanno alcun potere effettivo? L’impasse politica va avanti dal fallimento degli accordi di Oslo del 1993 ed è peggiorata a causa dell’azione di un governo israeliano i cui ministri di estrema destra invocano apertamente l’espulsione dei palestinesi dalle loro terre.

Per uscire da questo pantano servirebbero un reale cambiamento politico in Israele (davvero può arrivare con le elezioni del 27 ottobre?) e un ricambio dei leader palestinesi. Il problema è che l’uomo più amato dai palestinesi, Marwan Barghouti, si trova da due decenni in un carcere israeliano. In questo contesto il rinvio del voto da parte di Mahmoud Abbas è un cattivo segnale, ma non ha certo un effetto decisivo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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