In questi giorni il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman, teoricamente uno degli uomini più potenti del mondo, vive in palazzi pieni di bunker, circondato da una scorta scelta con estrema cura. Il suo regno, che sogna modernità e grandezza, ha dovuto interrompere i collegamenti aerei con il resto del mondo, mentre le ambasciate straniere consigliano prudenza ai loro cittadini. Il 12 ottobre a Riyad si è aperta una conferenza petrolifera internazionale senza la partecipazione dei dirigenti delle più grandi aziende del settore.

“Nel dizionario saudita la parola ‘paura’ non esiste”, ha dichiarato un dirigente del regno wahhabita. Sarà anche così, ma di sicuro c’è un dilemma strategico, perché l’Arabia Saudita deve affrontare una minaccia che non riesce a contenere.

Parlo degli huthi del vicino Yemen, all’origine della situazione che ho appena descritto. I miliziani sostenuti dall’Iran dispongono di un arsenale missilistico che negli ultimi giorni hanno usato per colpire l’aeroporto di Riyad, con un bilancio di tredici morti e trecento feriti. In precedenza erano stati presi di mira altri obiettivi, tra cui un Airbus fortunatamente vuoto.

L’ostilità tra gli huthi e l’Arabia Saudita non nasce oggi. Uno dei primi atti di bin Salman dopo essere stato nominato principe ereditario, nel 2015, è stato scatenare una guerra contro il gruppo. È stato un conflitto tanto impietoso quanto inconcludente, terminato con la ritirata saudita dallo Yemen nel 2022. La ripresa delle ostilità va inquadrata nel contesto più ampio della guerra in Iran scatenata lo scorso febbraio dagli Stati Uniti e da Israele, che ha ormai coinvolto la penisola arabica.

Gli huthi sono legati a Teheran, e l’escalation delle ultime settimane rientra in una logica precisa. L’obiettivo dell’offensiva su Bab el Mandeb (l’equivalente sul mar Rosso dello stretto di Hormuz, al confine tra il sultanato dell’Oman e l’Iran) è quello di impedire all’Arabia Saudita di esportare petrolio, sfuggendo al controllo iraniano sul golfo Persico.

Il regno saudita non sembra in grado di rispondere agli attacchi. Una delle cause di questa incapacità è che la protezione statunitense, concessa all’Arabia Saudita nel 1945, non sembra più credibile. L’11 ottobre, dopo gli attacchi contro gli aeroporti, Donald Trump ha dichiarato che potrebbe intervenire in aiuto di Riyad contro gli huthi, ma considerando che mancano tre settimane alle elezioni di metà mandato è improbabile che il presidente statunitense abbia voglia di entrare in un’altra guerra.

I sauditi, dunque, non hanno altra scelta se non quella di rientrare in un conflitto da cui pensavano di essersi sfilati per dedicarsi ai progetti faraonici del principe, attualmente sospesi o minacciati. Per questo motivo il regno cerca alleanze, soprattutto tra i firmatari del cosiddetto patto della Mecca (Turchia e Pakistan, che però non hanno manifestato grande entusiasmo) e con gli Emirati Arabi Uniti, con cui i rapporti sono piuttosto freddi.

La grande lezione, per l’Arabia Saudita, è che delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, pensando di non essere coinvolta dal conflitto con l’Iran, è stato un grave errore. Ora Riyad ne paga il prezzo, e dovrà rivedere i propri piani strategici.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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