Le guerre alterano gli equilibri di potere non solo quando cade una città, ma anche quando la geografia acquisisce un nuovo valore. È esattamente quello che è successo nello Yemen, in particolare sulla costa occidentale del paese. Dodici anni di guerra hanno trasformato la battaglia degli huthi da una contesa interna per il potere in un dilemma geopolitico imperniato su uno dei più importanti colli di bottiglia marittimi del mondo.
La conquista delle aree che affacciano sullo stretto di Bab el Mandeb da parte degli huthi ha avuto pesanti ripercussioni sui mercati globali, suscitando reazioni e timori. Tuttavia, in meno di un mese il governo dello Yemen, sostenuto da una coalizione a guida saudita, ha lanciato una vasta controffensiva, chiamata operazione “Alba dello Yemen”. La rapidità della risposta, che dimostra le preoccupazioni non solo dei sauditi ma anche di altre potenze internazionali, ha lasciato agli huthi poco tempo per consolidare le loro conquiste o sfruttare i progressi fatti nelle aree rurali del governatorato di Taiz.
Anche se l’obiettivo strategico dichiarato dell’operazione è riprendere il controllo di Sanaa, la sua fase iniziale si è concentrata soprattutto sulla costa occidentale dello Yemen. La controffensiva è, in sostanza, un tentativo di riconquistare un territorio il cui controllo prolungato da parte degli huthi rappresenterebbe un serio problema strategico per il commercio globale e la sicurezza marittima. Allo stesso tempo, gli ultimi sviluppi potrebbero offrire alle potenze internazionali un’occasione per ridefinire il lungo conflitto yemenita e modellare le dinamiche militari e politiche interne che lo hanno caratterizzato per anni.
Per dodici anni l’opinione prevalente è stata che il conflitto nello Yemen riguardasse il controllo dei centri di potere: chiunque avesse avuto in mano Sanaa avrebbe dominato le leve dello stato e comandato l’esercito, e di conseguenza avrebbe potuto decidere il futuro del paese. Gli huthi erano tra i protagonisti in quel contesto: un gruppo armato che ha conquistato Sanaa e alcune zone settentrionali del paese, con legami profondi con l’Iran e con la capacità di minacciare i suoi avversari dentro e fuori dello Yemen. Ma la sua recente avanzata e la conquista della costa occidentale e delle aree intorno a Bab el Mandeb hanno stravolto questa equazione.
La questione non è più chi controlla Sanaa o quale fazione domina questa o quella città, ma chi è in grado di proiettare il potere su uno dei più importanti passaggi marittimi del mondo, condizionando così il commercio internazionale, la sicurezza del mar Rosso e i calcoli delle potenze regionali e globali.
L’influenza geopolitica degli huthi, quindi, non è aumentata perché il movimento è diventato politicamente più accettabile. È aumentata perché il territorio che controllano li ha resi più importanti per le potenze che tentano di contenerli, di negoziare con loro o di sfruttare la loro posizione. Il peso degli huthi oggi è legato a doppio filo all’importanza di Bab el Mandeb, uno stretto vitale che collega il mar Rosso al golfo di Aden e all’oceano Indiano, formando un corridoio tra l’Asia e l’Europa. È questo che rende la loro presenza militare nelle aree circostanti molto diversa da quella che hanno in altre parti dello Yemen. Oggi sembra che gli huthi stiano perdendo il controllo di Bab el Mandeb, dato che le forze governative dichiarano di averlo riconquistato.
Chi può minacciare Bab el Mandeb non controlla semplicemente un pezzo dello Yemen, ma possiede una carta molto preziosa nel gioco del commercio internazionale e della sicurezza del mar Rosso, con implicazioni per gli interessi di Washington, Mosca, Pechino, delle capitali europee, di Riyadh, Teheran, Tel Aviv e degli stati del Corno d’Africa.
Le radici di questa riconfigurazione del potere affondano nei conflitti interni dello Yemen. A partire dal 2011 le divisioni tra le fazioni politiche yemenite e la loro scelta di perseguire interessi a breve termine hanno creato uno scenario che gli huthi hanno sfruttato per espandersi. Le potenze regionali e internazionali consideravano il conflitto come uno scontro tra sauditi e iraniani combattuto sul suolo yemenita, rifiutandosi di considerare le motivazioni e le dinamiche interne allo Yemen.
Intanto, mentre gli yemeniti erano impantanati nel conflitto, il valore strategico della geografia del paese cambiava giorno dopo giorno.
Una carta strategica
Gli huthi hanno cominciato a trasformare Bab el Mandeb e tutto il litorale in una carta strategica ancora prima di intervenire nel conflitto di Gaza nel 2023 attaccando le navi in transito nel mar Rosso e nel golfo di Aden. Nel 2015 la costa diventò il centro del conflitto yemenita. Nel 2016 ci furono attacchi contro navi militari statunitensi e nel 2017 contro una nave da guerra saudita e una nave degli Emirati Arabi Uniti. In quello stesso anno ci fu un aumento degli attacchi contro obiettivi commerciali ed energetici. Nel 2018 la minaccia alla sicurezza marittima divenne particolarmente evidente per il trasporto commerciale ed energetico, a causa degli attacchi contro alcune navi commerciali saudite e una petroliera del regno.
La novità del 2023 non è stata la scoperta di questa carta marittima da parte degli huthi, ma la loro capacità di giocarla su scala molto più vasta, trasformando la tattica usata nella guerra yemenita in uno strumento per condizionare il trasporto globale. A luglio di quest’anno gli huthi hanno dichiarato quello che loro definiscono un blocco nei confronti delle navi saudite e hanno cominciato ad attaccarle. Nel frattempo, la più ampia rivalità tra Washington, Mosca, Pechino e l’Europa ha preso una nuova piega. La guerra in Ucraina e il rafforzamento dei rapporti tra Iran e Russia hanno aperto nuovi spazi di manovra per gli huthi. I miliziani sembrano comprendere qualcosa che sfugge ai loro avversari, e cioè che il valore di Bab el Mandeb non si limita allo Yemen.
Washington, quindi, non può separare gli huthi da Bab el Mandeb e trattarli semplicemente come una delle tante parti nel conflitto interno dello Yemen. Quando un gruppo armato è in grado di minacciare il trasporto internazionale, la faccenda acquisisce tutt’altra rilevanza. Il dilemma di Washington, dunque, è come proteggere il trasporto marittimo senza trasformare il mar Rosso in un campo di battaglia.
Su richiesta degli huthi, Washington ha cominciato a stringere accordi segreti direttamente con il gruppo. Gli accordi prevedono, tra le altre cose, che le due parti non si colpiscano a vicenda Di conseguenza, la posizione di Washington sui recenti sviluppi nello Yemen appare poco chiara, e il rifiuto di aiutare l’Arabia Saudita a bombardare gli huthi è visto a Riyadh come l’abbandono da parte di un alleato storico.
Tuttavia, il passo indietro di Washington non va letto come un assenso al controllo degli huthi su Bab el Mandeb. Gli Stati Uniti sono consapevoli che lasciare che lo stretto diventi stabilmente una sfera d’influenza degli huthi potrebbe essere strategicamente irreversibile. D’altra parte, entrare in una guerra a oltranza sarebbe un fardello politico e militare di cui Washington non è disposta a farsi carico. In ogni caso, l’affermazione del presidente Donald Trump che l’offensiva contro gli huthi sta andando bene testimonia il sostegno statunitense all’operazione, anche se Washington non è direttamente coinvolta negli attacchi contro il gruppo. “Gli Stati Uniti hanno un accordo di difesa e sicurezza con l’Arabia Saudita e intendono rispettarlo”, ha detto ai giornalisti il segretario di stato Marco Rubio, lasciando intendere che il coinvolgimento statunitense potrebbe aumentare.
Le tensioni hanno rafforzato l’influenza degli huthi, che per avere una rilevanza internazionale non hanno bisogno di diventare una potenza internazionale. Tuttavia, per mantenere quell’influenza devono necessariamente assicurarsi il controllo dei territori che gli conferiscono questo strumento di pressione.
Mosca guarda a queste vicende attraverso una lente geopolitica più ampia. I rapporti tra la Russia e gli huthi si sono gradualmente evoluti da un dialogo politico a una serie di intese geopolitiche, di sicurezza e militari, sulla spinta dei legami tra Russia e Iran e del braccio di ferro tra Mosca da un lato e Stati Uniti e occidente dall’altro.
Per la Russia gli huthi sono una moneta di scambio nella regione del mar Rosso e di Bab el Mandeb, in un modo che non vincola Mosca a dichiarare un’alleanza con il movimento yemenita. Circolano anche notizie su una crescente cooperazione militare tra i due. Agli huthi la Russia offre un possibile sostegno diplomatico e l’accesso a capacità militari avanzate. A Mosca il rapporto fornisce un ulteriore strumento per far saltare i calcoli occidentali.
La posizione della Cina è diversa. Pechino si preoccupa soprattutto degli interessi commerciali, della sicurezza marittima e dei contatti politici, e in passato ha già ospitato i leader huthi. La Cina ha un interesse fondamentale a proteggere il commercio e il transito di materie prime energetiche attraverso Bab el Mandeb e di conseguenza ha tenuto canali aperti sia con gli huthi sia con il governo yemenita, l’Arabia Saudita e l’Iran.
È più un rapporto dettato da interessi convergenti che un’alleanza, anche se si ha notizia di alcune aziende cinesi che starebbero fornendo agli huthi tecnologie a duplice uso, compresi sistemi di guida e droni. Secondo alcuni mezzi di informazione, gli Stati Uniti avrebbero sanzionato le aziende cinesi e gli imprenditori yemeniti coinvolti.
L’Iran rimane il più importante sostenitore degli huthi sul piano militare e tecnologico. Mentre la Russia offre un possibile sostegno geopolitico e diplomatico, la Cina ha interessi commerciali che le impongono di avere rapporti con qualunque parte sia in grado di esercitare influenza sul passaggio marittimo. Bab el Mandeb si presenta come il comune denominatore tra tutti.
I governi europei e gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma simile su come comportarsi con gli huthi. Tutti vogliono mantenere il mar Rosso aperto al commercio, ma nessuno ha voglia di avviare un’altra guerra a oltranza. Il risultato è una posizione che combina la protezione del trasporto navale, il contenimento della minaccia e il mantenimento di canali politici.
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La guerra di Gaza ha indubbiamente trasformato la percezione europea degli huthi. Prima degli attacchi contro le navi in transito nel mar Rosso, alcuni governi europei erano grosso modo allineati con la narrazione degli huthi secondo cui il conflitto yemenita era in realtà una guerra saudita contro lo Yemen, o per lo meno mostravano una certa simpatia per questa interpretazione. Ma questa narrazione non è accurata: si tratta di una guerra tra le fazioni del governo yemenita e gli huthi. Nel 2018 i governi europei hanno guidato le pressioni internazionali per fermare l’operazione lanciata dai sauditi per riconquistare la città di Hodeida, dimostrando come il loro approccio si ispirasse a questa lettura della situazione.
Ma da quando gli huthi hanno cominciato ad attaccare le navi il calcolo è cambiato. Alcuni ritenevano che gli attacchi fossero legati a Gaza e che sarebbero finiti quando si fosse conclusa la guerra; invece il mar Rosso è diventato un’arena strategica a sé stante.
La questione che si pone all’Europa, dunque, non è più semplicemente come impedire il blocco del transito navale, ma come salvaguardare la sicurezza marittima confrontandosi con un gruppo che ha acquisito una grande influenza su una rotta strategica.
Una sfida geografica
L’Arabia Saudita è il protagonista regionale più direttamente interessato da questo cambiamento. Riyadh voleva tirarsi fuori dalla guerra nello Yemen; ha cercato di normalizzare i rapporti con l’Iran e gli huthi e di svincolarsi dal paese vicino. La formazione del Consiglio di leadership presidenziale nell’aprile 2022 e la proposta di una “road map” riflettevano il tentativo di trovare una via d’uscita dal conflitto, anche se mancava una strategia complessiva. Ma nessuna delle due mosse ha prodotto i risultati che Riyadh si aspettava: gli huthi hanno abbandonato la tabella di marcia e rinunciato alle concessioni che questa avrebbe comportato e si sono lanciati nella guerra di Gaza.
Il problema non riguarda più gli huthi. Ormai si tratta di una sfida geografica. Per l’Arabia Saudita ogni area sotto il controllo degli huthi è una minaccia alla sicurezza. Ma le aree intorno a Bab el Mandeb aggiungono un’ulteriore preoccupazione strategica ai calcoli sauditi, considerate le implicazioni per la sicurezza nazionale e l’economia del regno.
Di recente la retorica saudita si è concentrata sempre di più, e in modo molto evidente, sul tentativo di inquadrare la questione degli huthi come una faccenda regionale e internazionale, che intreccia il conflitto con l’Iran, la sicurezza marittima e Bab el Mandeb, piuttosto che come un problema che riguarda esclusivamente l’Arabia Saudita. Anche se le perdite sul campo di battaglia sulla costa occidentale e intorno allo stretto potrebbero essere pesanti, Riyadh sa quanto è importante far capire alla comunità internazionale cosa significa questa nuova realtà geografica. Per questo sta cercando di mobilitare l’opinione pubblica internazionale e di costruire una coalizione globale che adotti un approccio più ampio sul modo in cui affrontare la questione.
Sull’altra sponda del mare
Le preoccupazioni di Israele sono chiare e dirette. Gli huthi hanno dimostrato di poter minacciare i trasporti legati a Israele e paralizzare il traffico nel cruciale porto di Eilat, unico sbocco israeliano sul mar Rosso. Inoltre i loro missili a lungo raggio hanno raggiunto il territorio israeliano. I leader israeliani ora li considerano una seria minaccia. La presenza degli huthi intorno a Bab el Mandeb ha trasformato questa minaccia, che per Israele era distante, in una realtà tangibile.
Eppure, la faccenda non riguarda solo Israele. Bab el Mandeb è una sfida internazionale alla sicurezza marittima e l’appello a formare una coalizione internazionale riflette l’idea condivisa per cui una risposta che sia sostenibile deve basarsi sugli sforzi congiunti di più stati. La geografia impone un’insolita convergenza di posizioni: Israele vede una minaccia diretta alla sua sicurezza, l’Arabia Saudita una sfida strategica, l’Europa un problema di sicurezza marittima e Washington un dilemma che non vuole risolvere combattendo un’altra guerra a oltranza. Tutti guardano alla stessa rotta e al pericolo che gli huthi rappresentano in quel tratto di mare.
Sull’altro lato di Bab el Mandeb si affaccia il Corno d’Africa, dove i crescenti legami tra gli huthi e il gruppo somalo Al Shabab stanno ulteriormente complicando il quadro. Secondo alcune notizie, tra le due organizzazioni sarebbero in corso contatti, addestramenti e scambi di armi e droni, oltre all’accesso a reti di trafficanti e clan locali come Isaaq e altri, compresi i pirati somali.
Il Corno d’Africa rappresenta per gli huthi un ulteriore scenario in cui poter operare e costruire reti e relazioni, mentre il gruppo potrebbe dare ad Al Shabab un maggiore accesso alle armi e a un’importante rete di contatti sull’altra sponda del mar Rosso.
Il movimento di migranti africani nel mar Rosso da tempo è un problema cronico e allarmante, soprattutto per lo Yemen, ma ora sta acquisendo una nuova dimensione. Ancora oggi ogni mese arrivano nello Yemen migliaia di persone, una tendenza che risale a prima dell’attuale guerra e che dipende dal collasso dello stato somalo all’inizio degli anni novanta e dagli altri conflitti nella regione.
Il timore deriva non tanto dalla migrazione in sé, quanto dal possibile sviluppo di reti che mettano in collegamento gruppi armati, trafficanti e altri soggetti nel mar Rosso. Un movimento armato che possiede missili balistici e droni e che mantiene rapporti con gruppi armati sulla sponda opposta del mare rappresenta una sfida che è difficile circoscrivere al solo Yemen.
Una posizione di forza
Gli huthi rinunceranno alla carta di Bab el Mandeb? Era questa la domanda più incalzante prima del contrattacco in corso, considerate le tensioni nella regione e le reazioni agli sviluppi recenti. Quando gli huthi hanno cominciato a prendere di mira le navi sull’onda della guerra a Gaza, molti si aspettavano che gli attacchi sarebbero cessati quando la guerra fosse finita. Invece, il mar Rosso ha acquisito un valore aggiunto sul piano strategico.
Anche se si raggiungesse un accordo con l’Arabia Saudita (che oggi appare improbabile alla luce degli scontri sul campo), gli huthi rinuncerebbero volontariamente a uno strumento che gli ha dato più prestigio di fronte alle grandi potenze mondiali? Difficile crederlo. Secondo fonti informate, i mediatori internazionali avrebbero chiesto agli huthi se fossero disposti a lasciare la città di Mokha e le altre aree conquistate di recente in cambio dell’avvio di negoziati politici. La loro risposta è stata secca e decisa: no.
Gli huthi puntavano a raggiungere una soluzione basata su nuovi rapporti di forza creati dalla guerra. Volevano tornare, da una posizione di forza, alla road map e cominciare ad applicare i punti del piano che riguardavano i porti, gli aeroporti e altre questioni, premendo contemporaneamente per la fine dell’intervento saudita. La controffensiva ha cambiato gli equilibri e ha fatto saltare la prospettiva di colloqui, almeno per il momento.
Riprendere i negoziati sarebbe stato tutt’altro che un ritorno alla situazione esistente prima degli ultimi scontri. Per l’Arabia Saudita, accettare condizioni simili alla luce dei cambiamenti nell’area di Bab el Mandeb significherebbe negoziare in un contesto di rapporti di forza completamente diverso. Per i mediatori internazionali la sfida sarebbe ancora più difficile: le conquiste militari possono essere convertite in una soluzione politica senza che quei successi si cristallizzino in un riconoscimento permanente di una nuova realtà strategica? Per questo Riyadh e i suoi alleati non avevano altra scelta che lanciare una vasta offensiva per fermare gli huthi, che volevano usare Bab el Mandeb come arma su più fronti.
Il fatto che l’Iran continui a sfruttare la geografia marittima è centrale in questa equazione. Lo stretto di Hormuz da tempo è una delle carte strategiche principali di Teheran. Se gli huthi riuscissero a esercitare la loro influenza su Bab el Mandeb, l’Iran avrebbe di fatto un’altra carta da giocare all’estremo opposto della regione. Anche se le due rotte non sono del tutto equiparabili, insieme evidenziano l’importanza strategica della geografia marittima in Medio Oriente. Questa controffensiva rischia di compromettere i piani di Teheran e di spingere i suoi alleati in Iraq a colpire l’Arabia Saudita.
Come ha sottolineato Abdulmalik al Ejri, leader di primo piano degli huthi ed esponente della delegazione negoziale del gruppo, qualunque nuovo attacco statunitense contro l’Iran trasformerebbe la regione in una “polveriera”, con ripercussioni su petrolio, sicurezza, stabilità e infrastrutture. Inoltre, le conseguenze non si limiterebbero all’Iran: se le relazioni e l’influenza degli huthi continueranno a crescere nella regione del mar Rosso e del Corno d’Africa, il conflitto potrebbe estendersi oltre le coste yemenite.
Forse l’aspetto più singolare del momento attuale è che alcune fazioni yemenite interpretano ancora l’importanza di Bab el Mandeb attraverso le vecchie lenti del conflitto interno yemenita. Mentre le potenze regionali e internazionali pensano alla sicurezza marittima, al commercio globale e alla geopolitica, alcune fazioni yemenite si preoccupano di cosa avverrà dopo la battaglia per Mokha e chi riuscirà a governare la città. E qui sta il paradosso: il mondo vede Bab el Mandeb come una risorsa strategica internazionale, mentre molti yemeniti continuano a considerarlo prima di tutto come il bottino in palio in uno scontro locale.
Gli huthi intanto hanno imparato una lezione fondamentale: non è necessario chiudere Bab el Mandeb per trarne un vantaggio; basta semplicemente minacciare di farlo. Annunciare di voler colpire le navi israeliane nel 2024, o quelle saudite quest’anno, è bastato a spingere le società di navigazione a evitare lo stretto. Un movimento in grado di paralizzare il trasporto globale non ha bisogno di chiudere completamente il passaggio per ottenere vantaggi politici. È sufficiente costringere governi, eserciti, società di trasporto e mercati a ricalcolare i costi del transito sulla base dei nuovi rischi. È così che la geografia diventa potere, e una guerra locale diventa un problema internazionale.
La questione, dunque, non è se il mondo potrà convivere con la nuova realtà imposta dagli huthi, ma se potrà accettarne una in cui la sicurezza del trasporto internazionale attraverso Bab el Mandeb rimarrà ostaggio del potere di un movimento armato con ambizioni che vanno oltre i confini yemeniti. Gli avvenimenti degli ultimi giorni suggeriscono che non è possibile. I paesi occidentali, insieme a Pakistan e Turchia, appoggiano l’operazione Alba dello Yemen. Alcune fonti sostengono che a sostegno delle forze governative sul campo siano arrivati perfino esperti di droni provenienti dalla Siria.
L’esercito del governo yemenita ha annunciato che le sue forze, con l’appoggio di decine di bombardamenti aerei, sono riuscite a circondare gli huthi e a riprendere il controllo di questi luoghi strategici. L’operazione, che sembra essere stata tanto veloce quanto l’offensiva con cui gli huthi avevano conquistato Bab el Mandeb il mese scorso, potrebbe impiegare alcuni giorni per recuperare tutte le aree perdute dalle forze governative e mettere fine al controllo diretto degli huthi sul conteso collo di bottiglia e su alcune isole strategiche nel mar Rosso.
Tuttavia, gli huthi continueranno ad avere la capacità di insidiare le attività marittime nella parte meridionale del mar Rosso. Il fatto di poter continuare a minacciare e bloccare direttamente o indirettamente questo passaggio strategico permetterà agli huthi di conservare la loro rilevanza geopolitica almeno fino a quando controlleranno la città portuale di Hodeida e il restante litorale.
La questione non è, infatti, chi controlla le terre intorno allo stretto, ma i rischi vi sono collegati, e qui sta il nuovo valore degli huthi. Resta però la domanda più importante e più complicata: il mondo può vivere con questi rischi a tempo indeterminato?
I prossimi giorni ci diranno fino a che punto si spingerà la battaglia per il controllo della costa e che rilevanza avrà per la stabilità del commercio globale. La questione cruciale è fino a dove avanzerà la controffensiva. Si fermerà a Mokha o tenterà di riprendere tutto il tratto di costa attualmente sotto il controllo degli huthi? La minaccia al commercio marittimo continuerà a dipendere non solo da quest’area, ma dalla capacità degli huthi di lanciare missili contro le navi in transito da qualunque regione sia sotto il loro controllo. E questa eventualità condizionerà anche le scelte di Riyadh, che dovrà decidere quanto a lungo potrà convivere con questa potenziale minaccia esistenziale.
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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