Ancora una volta Donald Trump ha pugnalato l’Ucraina alle spalle, stavolta nella speranza di non perdere le elezioni di metà mandato in programma negli Stati Uniti fra tre settimane.
I leader ucraini sentono di essere caduti in una trappola, com’era già successo all’epoca del famigerato incontro fra Trump e Volodymyr Zelenskyj nello studio ovale della Casa Bianca, l’anno scorso. L’ultimo tranello ha distrutto quel minimo di fiducia che era stata ricostruita tra il presidente ucraino e gli Stati Uniti.
All’atto pratico Trump ha fatto un regalo a Vladimir Putin, che riceverà centinaia di milioni di dollari grazie a un accordo con Washington per la vendita del gasolio. Trump addossa all’Ucraina non solo la responsabilità della mancanza di un negoziato tra Kiev e Mosca, ma anche la colpa dell’aumento dei prezzi dell’energia, arrivando a chiedere la sostituzione di Zelenskyj alla guida dell’Ucraina. Si tratta di un’ingerenza palese negli affari di un paese sovrano.
L’11 ottobre Trump ha cercato di correggere il tiro annunciando un accordo tra russi e ucraini per sospendere ogni attacco contro le infrastrutture energetiche, ma è stato immediatamente smentito da Zelenskyj.
La spiegazione di questa crisi è duplice. Da un lato, naturalmente, c’è la risaputa accondiscendenza di Trump nei confronti di Putin, causata in parte dal sogno di concludere grandi accordi economici, ovvero il motore dell’attuale politica estera statunitense.
Dall’altro lato, invece, c’è il ginepraio in cui Trump si è cacciato con la decisione fatidica di attaccare l’Iran, scatenando una guerra che non riesce a vincere e da cui non sembra capace di tirarsi fuori. Il conflitto, tra l’altro, si è ormai esteso alla penisola arabica, teoricamente sotto protezione statunitense.
Le conseguenze politiche di tutto questo sono considerevoli. Negli Stati Uniti è tornata l’inflazione, con Trump che punta il dito contro l’Ucraina e i suoi droni (usati per colpire le raffinerie russe) pur di non ammettere che i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle dopo l’attacco contro l’Iran dello scorso febbraio.
Questa viltà politica non ha nulla di sorprendente, tranne il fatto che si manifesta a spese degli ucraini proprio nel momento in cui subiscono i peggiori attacchi russi dall’inizio della guerra, quattro anni e mezzo fa.
Trump vuole privare l’Ucraina di una delle sue risorse, impedendole di attaccare le strutture energetiche in territorio russo mentre Mosca colpisce tutti i giorni quelle ucraine. Zelenskyj si è detto pronto a un accordo reciproco per sospendere queste operazioni, ma ha bisogno della garanzia di un reale impegno del Cremlino.
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Il rischio è che gli Stati Uniti neghino all’Ucraina le informazioni di cui ha bisogno per portare avanti la sua guerra, cioè l’aiuto principale che gli statunitensi continuano a fornire a Kiev. In questo senso la tensione fra Trump e Zelenskyj a proposito di un avvicendamento alla guida del paese, preteso dal presidente statunitense, non lascia ben sperare. Zelenskyj ha ricordato a Trump che sono gli ucraini a dover decidere, non lui.
L’Europa ha reagito in ritardo, ma alla fine si è espressa a favore di Zelenskyj. Era ora che il continente smettesse di sottomettersi a una Casa Bianca che ha evidentemente perso la testa. Quella a cui stiamo assistendo è una dimostrazione di cinismo di stato da parte di Trump, decisamente più ostile nei confronti degli alleati di quanto non lo sia verso gli avversari. D’altronde è un meccanismo che si ripete costantemente fin dal suo ritorno alla Casa Bianca, quasi due anni fa.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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