Il quotidiano di Beirut L’Orient-Le-Jour ha chiesto a Rodolphe Saadé come immagina la sua azienda tra dieci anni. “Non so nemmeno come sarà il mondo tra sei mesi…” , ha risposto il potente capo della Cma-Cgm, terzo gruppo mondiale nel campo del trasporto marittimo e della logistica.
Sono parole di una franchezza brutale, soprattutto considerando che sono state pronunciate da un uomo che fa circolare più di settecento navi in giro per il mondo e deve affrontare le crisi degli stretti di Hormuz e Bab el Mandeb, oltre che gli umori di Donald Trump e le minacce climatiche.
L’incertezza e l’imprevisto fanno ormai parte dell’esistenza quotidiana dei leader mondiali, che si tratti di capi di stato o di d’azienda. Vale lo stesso per tutti i cittadini delle vecchie democrazie solitamente prevedibili e dei paesi emergenti dalle istituzioni instabili.
Oggi può capitare di guardare le notizie del mattino e pensare che l’Iran è lontano, per poi accorgersi, qualche ora dopo, come mi ha raccontato l’amministratore di una cooperativa agricola nell’ovest della Francia, che una nave carica di formaggi diretta verso Dubai è bloccata nello stretto di Hormuz. E intanto non abbiamo la minima idea di quanto costerà la prossima bolletta dell’energia, a causa del sali e scendi dei prezzi del petrolio causato dall’avanzata degli huthi nel mar Rosso.
Questa imprevedibilità caratterizza da sempre i periodi di rottura. Molti lo hanno dimenticato, ma nel 1989 la caduta del muro di Berlino aveva provocato situazioni simili, con la fine delle certezze e tutti i rischi di un futuro sconosciuto. Alla fine del 1989 e nei mesi successivi, i problemi legati alle frontiere in Europa, il tabù della riunificazione tedesca, il destino di Michail Gorbačëv, quello del suo paese e il rischio della proliferazione nucleare in un’Unione Sovietica allo sbando rappresentavano altrettante minacce.
Ma è anche vero che nel 1989 il mondo era (relativamente) in pace e guidato da uomini e donne responsabili (Mitterrand, Kohl, Bush padre, Gorbačëv… e perfino Margaret Thatcher), che hanno saputo affrontare l’incertezza senza troppi scossoni, ottenendo risultati pacifici. Oggi le cose sono diverse, a cominciare dai grandi conflitti ucraini e mediorientali, e dai leader irresponsabili ai posti di comando.
Leader irresponsabili
È in questi momenti che sono messe alla prova le qualità di comando e la coesione delle nazioni. Oggi un uomo e un paese sono all’altezza della situazione: Mark Carney e il suo Canada. Il primo ministro canadese, l’uomo del “no” a Donald Trump e della mano tesa all’Europa, ha battuto tutti i record di popolarità nel suo paese, una risorsa che gli tornerà utile nelle prove che dovrà affrontare. Al contrario, l’Europa resta divisa e senza leadership, due difetti drammatici in un momento in cui bisognerebbe unirsi.
La democrazia, in questi anni di passaggio, resta un orizzonte insostituibile. I paesi che se ne allontanano, come la Russia di Putin (che ha trasformato le elezioni in un rituale vuoto) o la Turchia (che ha incarcerato l’unico uomo che avrebbe potuto battere l’imbattibile Recep Tayyip Erdoğan), non costituiscono modelli invidiabili né tanto meno efficaci.
In autunno due elezioni cruciali forniranno risposte decisive in questo periodo di crisi, oltre a rappresentare un test per due uomini che hanno enormi responsabilità per il caos attuale: Benjamin Netanyahu in Israele e Donald Trump negli Stati Uniti. Nel 2027, invece, arriverà il turno dell’Europa, che vivrà scrutini fondamentali in Francia, Polonia, Spagna e Italia.
L’incertezza può generare la paura e il desiderio di affidarsi a false promesse autoritarie, ma può anche innescare un sussulto e produrre un cambiamento di rotta in un mondo alla deriva. Come Rodolphe Saadé, anche noi non sappiamo dove saremo tra sei mesi. Ma nulla ci impedisce di provare a trasformare l’incertezza in una forza.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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