Anche se il land della Sassonia-Anhalt è uno dei più piccoli della Germania (ha due milioni di abitanti), la vittoria ottenuta il 6 settembre dal partito di estrema destra Alternative für Deutschland (Afd) è storica. Ed è un terremoto politico che va ben oltre i confini di questo territorio dell’ex Germania Est.
Le cifre sono senza appello. Con un’affluenza record, l’Afd raddoppia la sua quota di preferenze rispetto al voto precedente del 2021, arrivando quasi al 44 per cento. Il secondo partito, la Cdu del cancelliere Friedrich Merz, si ferma appena sopra il 17 per cento. La crescita dell’Afd nasce soprattutto da un’emorragia di voti dalla Cdu verso l’estrema destra, mentre gli altri partiti registrano oscillazioni più limitate. Oggi non è scontato che l’Afd sia in grado di governare il land, ma la portata della vittoria del partito è innegabile.
Quali sono le ragioni di questa avanzata dell’estrema destra, la più netta in uno scrutinio tedesco dai tempi della sconfitta del nazismo nel 1945? A rispondere a questa domanda dovrà essere l’intera classe politica tedesca, anche perché il 20 settembre si tornerà a votare in un altro land dell’est, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove i sondaggi danno l’Afd in testa.
Inizialmente molti avevano pensato che l’Afd (nata nel 2013) fosse un fenomeno peculiare della Germania orientale, legato al fatto che gli abitanti dell’ex Repubblica Democratica Tedesca (Rdt) sentivano di essere considerati cittadini di seconda classe e alle divergenze tra le due Germanie, che non hanno compiuto lo stesso lavoro storico rispetto al nazismo. Questa doppia spiegazione è fondata. La Sassonia-Anhalt, per esempio, ha più disoccupati della media nazionale e il secondo tasso di povertà più alto del paese.
Ma non basta. L’Afd, infatti, tocca il 20 per cento su scala nazionale e ha un nutrito gruppo parlamentare al Bundestag, il parlamento federale. Il partito ha chiaramente smesso di essere una forza politica regionale e ormai coltiva assolutamente nazionali.
Il crollo del modello tedesco
A ben vedere il motore dell’ascesa dell’Afd è lo stesso di altre forze di estrema destra in Europa: il rifiuto delle élite politiche che si sono alternate al potere, l’adesione a una narrativa che trasforma l’immigrazione in un capro espiatorio per tutti i mali della società (l’Afd si spinge un po’ oltre proponendo apertamente la “remigrazione”, cioè l’espulsione dalla Germania degli immigrati, compresi quelli di seconda generazione) e infine una forte tendenza filorussa, rafforzata dalla Ostalgie, la nostalgia dei tempi della Rdt. Naturalmente dimenticando il dominio sovietico e la polizia politica, la Stasi.
Questo terremoto scuoterà sicuramente la classe politica, a cominciare dal cancelliere Merz, già piuttosto impopolare. Le voci su una sua sostituzione alla guida della Cdu, in piena legislatura, circolavano ancora prima del voto del 6 settembre. Se così fosse, si tratterebbe di un clamoroso atto di sfiducia. Una parte del disorientamento politico, comunque, non dipende dai singoli protagonisti, perché la Germania sta vivendo il trauma del crollo del suo modello, simboleggiato dagli enormi licenziamenti della Volkswagen.
La Germania si pone le stesse domande degli altri paesi europei in cui l’estrema destra ottiene grandi risultati, Francia compresa. I tedeschi, come gli altri, non riescono a trovare risposte. La credibilità della vecchia classe politica è rimessa in discussione e l’Afd (come le altre forze di estrema destra nel vecchio continente) approfitta della situazione nonostante la radicalità del suo programma. O forse proprio grazie a questa.
Evidentemente trattandosi della Germania e dei suoi fantasmi del passato, non possiamo ignorare il fatto che l’Afd abbia un rapporto molto ambiguo con il nazismo. Nessun europeo con un minimo senso della storia può restare indifferente davanti a una vittoria dell’estrema destra in un angolo della Germania. È come un incubo che ritorna.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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