Quest’estate è finita, senza troppo clamore, la guerra culturale scatenata dall’amministrazione Trump contro le università d’élite. Il 3 agosto la segretaria all’istruzione Linda McMahon ha inviato una lettera aperta ai leader degli atenei, chiedendogli di impegnarsi pubblicamente ad affrontare il problema dei pregiudizi ideologici tra i docenti, affrontare il problema dei “manifestanti insubordinati e violenti” che soffocano il dibattito nei campus e modificare l’impatto delle politiche Dei (diversità, equità e inclusione) nei processi di ammissione. “La fiducia degli statunitensi nelle università ha raggiunto i minimi storici”, ha scritto McMahon. “Per il bene della nazione, i dirigenti universitari farebbero bene a cogliere l’occasione e introdurre le riforme necessarie”.
I toni sorprendentemente educati con cui la ministra ha chiesto alle università di contenere le spinte progressiste segnano una netta inversione di rotta rispetto a un anno fa, quando l’amministrazione Trump prendeva di mira le università con una campagna ricattatoria, subordinando l’accesso ai fondi federali al rispetto della linea culturale del movimento Make America great again (Maga).
Alla fine di luglio del 2025 l’università della Pennsylvania, la Columbia university di New York e la Brown university del Rhode Island avevano ceduto a varie richieste del governo – dal ridimensionamento delle politiche Dei e del sostegno per i diritti delle persone transgender alla lotta contro l’antisemitismo nei campus – in cambio del ripristino dei finanziamenti pubblici.
All’epoca Princeton e Harvard, due degli atenei più prestigiosi del paese, avevano deciso di sfidare l’amministrazione Trump. Harvard è stata anche la prima università a rispondere facendo causa alla Casa Bianca. Ma ad agosto del 2025 il New York Times ha pubblicato una serie di articoli insinuando che i dirigenti dell’ateneo – che stavano negoziando con l’amministrazione – erano sul punto di cedere. Come ha scritto il giornalista James Fallows, il messaggio di fondo di quegli articoli era che “nemmeno Harvard, cioè l’università più antica, ricca e famosa, poteva resistere a Trump”.
Cosa è cambiato da allora? Com’è possibile che l’amministrazione Trump, dopo aver sottomesso alcune delle università più potenti, oggi si rivolga al mondo accademico con inusuale gentilezza?
In un certo senso siamo davanti a una vicenda (rara, di questi tempi) in cui ha prevalso la forza delle istituzioni di élite. Al contrario di quello che aveva previsto il New York Times, alla fine Harvard non ha alzato bandiera bianca. Al contrario, a settembre un giudice ha stabilito che il congelamento dei fondi dell’amministrazione era incostituzionale (il governo ha fatto ricorso contro la sentenza), una decisione che ha provocato un’ondata di nuovi procedimenti legali: la California state university (Csu), le associazioni universitarie, i sindacati associati alla University of California e una serie di organizzazioni esterne hanno avviato azioni legali contro i tagli, ottenendo diverse vittorie.
A luglio del 2026 più di trenta istituti hanno depositato una memoria per sostenere Harvard nella battaglia giudiziaria ancora in corso. Dell’elenco fanno parte anche tre università che lo scorso anno avevano ceduto alle pressioni dell’amministrazione Trump: UPenn, Columbia e Brown.
In un primo momento le minacce del governo federale “hanno preso alla sprovvista i dirigenti universitari”, mi ha spiegato Kevin Carey, direttore per le politiche formative del centro studi New America. “I vertici di Harvard, però, non si sono fatti prendere al panico e hanno avuto fiducia nel funzionamento del sistema legale. Il tempo ha premiato la loro scelta e questo ha dato coraggio ad altri istituti”.
A ottobre, dopo che i tribunali avevano cominciato a neutralizzare la strategia aggressiva voluta da Trump, il governo ha ammorbidito i toni, proponendo alle università un “patto” che prevedeva un accesso privilegiato ai finanziamenti per le istituzioni che avessero accettato una serie di modifiche. In questo caso è stato il Massachusetts institute of technology (Mit) a guidare l’opposizione, bocciando il patto con toni durissimi.
In seguito alcuni istituti che inizialmente erano stati inclini ad accettare l’offerta hanno fatto marcia indietro (con l’eccezione della Vanderbilt university del Tennessee e dell’università del Texas di Austin, che hanno scelto di restare neutrali). Alla fine solo un gruppo ristretto di college conservatori ha partecipato all’iniziativa. Il fallimento del patto con le università spiega la lettera pacata di McMahon, che non è stata accompagnata da nessuna richiesta specifica né da minacce di tagli ai finanziamenti.
Le giuste lezioni
È innegabile che le università d’élite – Mit, Harvard e, in misura minore, Princeton – ricoprano un ruolo fondamentale nel dare corpo alla resistenza ai ricatti di Trump, esponendosi per prime e dando l’esempio agli altri atenei. Ma, se si vogliono trarre le giuste lezioni, bisogna essere più precisi nell’individuare quali forze, all’interno di queste istituzioni, ne hanno effettivamente determinato la risposta.
L’attenzione si è concentrata soprattutto sui presidenti delle istituzioni, a cominciare da Alan Garber di Harvard. Oltre a conquistare l’attenzione delle grandi testate che gli hanno dedicato diversi ritratti, Garber ha ricevuto il premio “Legend in leadership” assegnato dall’università rivale Yale e una fragorosa standing ovation in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2025.
Più o meno nello stesso periodo Christopher L. Eisgruber, presidente di Princeton, ha partecipato al podcast quotidiano del New York Times, The daily, dove è stato presentato come “il rettore universitario disposto a combattere contro Trump”.
Ma se si guarda più da vicino a come le università siano arrivate ad assumere queste posizioni, ciò che emerge non è tanto una storia di coraggio dei loro dirigenti. Piuttosto, i vertici degli atenei erano sottoposti a fortissime pressioni dei diversi gruppi di cui devono rappresentare gli interessi.
Lo scontro con il governo di Donald Trump è arrivato in una fase in cui il sistema universitario statunitense era già in crisi. Negli ultimi anni sono diminuiti gli iscritti, mentre il costo degli studi è rimasto molto alto e aumentano le famiglie scettiche sul ritorno economico di una laurea. A pesare sono anche l’alto tasso di abbandono, il calo demografico e l’incertezza legata all’intelligenza artificiale e al mercato del lavoro.
Le difficoltà colpiscono soprattutto i college meno prestigiosi e più dipendenti dalle rette: alcuni sono stati costretti a cessare l’attività, altri hanno ridotto personale, accorpato dipartimenti o rivisto profondamente l’offerta formativa. “Il caso dell’Hampshire college, in Massachusetts, è emblematico”, racconta Le Monde. “Fondato nel 1965, aveva un modello economico basato quasi interamente sui contributi delle famiglie, con rette vicine ai 70mila dollari all’anno”. Il calo degli iscritti ha eroso le entrate, mentre l’indebitamento continuava a crescere. Nell’aprile 2026 il consiglio di amministrazione ha deciso di cessare definitivamente l’attività.
Il Washington Post segnala la riduzione di corsi e programmi di studi afroamericani in molti atenei. In questo quadro già fragile, i tagli ai fondi federali e la pressione politica dell’amministrazione Trump, in particolare contro i programmi Dei (diversità, equità e inclusione) e gli studi su questione razziale e identità, hanno aggravato tensioni già esistenti.
Prendiamo l’esempio di Harvard. Dopo la capitolazione della Columbia alle richieste federali, gli studenti e i docenti si sono immediatamente radunati a centinaia nelle strade di Cambridge per invitare Garber a non fare altrettanto, mentre il consiglio municipale di Cambridge ha votato all’unanimità per far arrivare lo stesso messaggio.
In questa fase i vertici dell’istituto sembravano ben disposti a collaborare con l’indagine sull’antisemitismo dell’amministrazione, comunicando in privato ai finanziatori che Harvard avrebbe scelto con cura le battaglie da combattere. In seguito, quando l’ateneo aveva respinto la prima serie di richieste dell’amministrazione ma stava trattando per trovare un accordo, alcune organizzazioni di studenti ed ex studenti hanno continuato a mantenere alta la pressione su Garber.
Questa dinamica si è ripetuta in diversi campus sparsi per il paese. All’Mit 29 organizzazioni di studenti, docenti e dipendenti hanno esortato la presidente Sally Kornbluth a rifiutare il patto proposto da Washington. Una settimana dopo, Kornbluth è diventata la prima leader universitaria a farlo.
Quando la Brown university ha trovato un accordo con il governo federale nel corso dell’estate, gli studenti hanno ripreso a manifestare all’interno del campus e hanno avuto un ruolo importante nel convincere l’ateneo a tornare sui sui passi e a seguire l’esempio del Mit rifiutando la proposta di Washington.
Allo stesso modo, la causa intentata dalla California state university è arrivata in un clima condizionato dalle proteste studentesche e dalla minaccia del governatore Gavin Newsom di bloccare i fondi statali per i college “codardi” che avessero ceduto alle richieste della Casa Bianca.
Il caso Yale
Uno scontro in corso che riguarda l’università di Yale – che ha sede a New Haven, nel Connecticut – offre forse la prova più evidente del fatto che la resistenza a Trump sia stata trainata da studenti, docenti ed ex studenti organizzati e da rappresentanti politici locali più che dai vertici degli atenei.
A luglio si è diffusa la notizia che la rettrice Maurie McInnis stava negoziando con il governo per mettere fine a un’indagine del dipartimento di giustizia sui criteri di ammissione. Si è scatenata una protesta degli studenti, dei docenti e di una nuova organizzazione di ex studenti chiamata Stand up for Yale. Il senatore del Connecticut Richard Blumenthal e il sindaco di New Haven Justin Elicker hanno visitato il campus per incoraggiare i manifestanti a non allentare la pressione, mentre i parlamentari statali hanno minacciato di revocare l’esenzione fiscale per Yale.
In un articolo pubblicato a fine luglio sul Washington Post, due ex studenti di Yale – Arne Duncan (ex segretario all’istruzione di Barack Obama) e David Pressman (ambasciatore di Joe Biden nell’Ungheria di Viktor Orbán) – hanno fatto pressione sui consiglieri d’amministrazione dell’università, nominandoli uno per uno.
In definitiva, se i vertici universitari sono riusciti, nel complesso, a resistere in modo efficace alle pressioni autoritarie di Trump non è tanto per un loro innato coraggio o idealismo, ma per il fatto di dover rispondere del proprio operato alle comunità dei rispettivi atenei. Al contrario, l’assenza di un simile sistema di responsabilità nel mondo delle imprese aiuta a spiegare perché i capi delle grandi aziende statunitensi non hanno fatto altrettanto.
Paul Glastris, direttore del Washington Monthly, era arrivato presto a questa conclusione, osservando già a novembre 2025 che “i vertici universitari sono sottoposti a enormi pressioni di gruppi influenti – studenti, docenti, senati accademici ed ex studenti – affinché non cedano”, mentre “i dirigenti aziendali devono rispondere agli azionisti istituzionali, che chiedono esattamente il contrario”.
In una fase in cui il calo delle iscrizioni minaccia la sostenibilità economica delle università di tutto il paese (fatta eccezione per quelle d’élite), questa separazione potrebbe diventare sempre meno netta. Robert Kelchen, professore dell’università del Tennessee a Knoxville ed esperto di finanza e istruzione, mi ha spiegato che oggi i rettori sono costretti sempre più spesso a “pensare come uomini d’affari”, man mano che la tenuta finanziaria a breve termine diventa una questione di sopravvivenza.
Ma per il momento, almeno nelle università prestigiose prese di mira da Trump perché considerate bastioni del radicalismo ideologico, le comunità di studenti, finanziatori e docenti hanno altre priorità, e riescono a imporle.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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