Nel sud del Libano la tregua tra Israele ed Hezbollah, concordata il mese scorso, non è mai stata rispettata. La sera del 26 maggio l’esercito israeliano ha ricevuto l’ordine di ripartire all’attacco. Tutti gli abitanti di Nabatieh, città sciita del sud che prima della guerra contava 75mila abitanti, hanno ricevuto da Israele l’ordine di lasciare le proprie case e di spostarsi a nord del fiume Zahrani, a quanto pare diventato la nuova frontiera della zona controllata dall’esercito dello stato ebraico.
La decisione di Israele arriva dopo gli attacchi condotti da Hezbollah con i droni a fibra ottica, difficili da intercettare. Diversi soldati israeliani sono stati uccisi da questi apparecchi, innescando la reazione furiosa di Israele.
Il ministro di estrema destra Itamar Ben Gvir, impassibile davanti alle condanne internazionali per il trattamento che ha riservatoagli attivisti a bordo della flottiglia per Gaza, ha dichiarato che “per il primo ministro è arrivato il momento di sbattere il pugno sul tavolo di Trump e informarlo che Israele riprenderà la sua guerra in Libano”.
L’amministrazione statunitense ha dato il suo via libera a Israele, ufficialmente “per difendersi da Hezbollah”.
Perché questo improvviso risveglio della guerra? Parte della risposta è legata all’Iran. Nonostante gli incidenti militari delle ultime ore, infatti, i negoziati per mettere fine al conflitto (voluti da Trump) non sono stati interrotti. Tuttavia Israele non ha alcun ruolo in questa trattativa, perché le decisioni sono prese a Washington.
Di conseguenza Netanyahu vuole conservare a tutti i costi la sua libertà di azione in Libano, contro un’organizzazione filoiraniana che minaccia direttamente il nord dello stato ebraico. Il primo ministro israeliano non crede minimamente alla possibilità che l’esercito libanese riesca a disarmare Hezbollah (come avrebbe dovuto fare in base all’ultimo cessate il fuoco), dunque vuole occuparsi personalmente della questione prima che gli Stati Uniti lo costringano a firmare un accordo.
Washington, intanto, ha aperto un canale di dialogo inedito tra Israele e il Libano, con il prossimo incontro previsto per il 30 maggio.
In questo contesto, per Beirut non esiste una buona soluzione. Il paese è profondamente diviso, sia rispetto a Hezbollah (che una parte della popolazione ritiene responsabile per la nuova guerra catastrofica) sia all’idea stessa di negoziare con Israele. Le spaccature sono profonde.
L’esercito libanese è incapace di affrontare la crisi di sicurezza, per mancanza di mezzi e anche perché un suo intervento contro Hezbollah rischierebbe di risvegliare il demone della guerra civile.
Negli ultimi giorni l’organizzazione sciita ha minacciato addirittura di rovesciare il governo in caso di intesa con Israele. Il paradosso tragico è che tutti sanno bene che il paese ha il miglior presidente e il miglior primo ministro della sua storia recente, ma le divisioni e la guerra li rendono entrambi impotenti.
Dietro le quinte, intanto, la diplomazia francese e quella dell’Arabia Saudita agiscono per tentare di evitare il peggio per il Libano, per il momento senza un reale margine di manovra. La Francia è stata emarginata dagli statunitensi e dagli israeliani, pur facendo parte del meccanismo istituito con il cessate il fuoco del 2024 e mantenendo il contingente più nutrito all’interno della Finul, la forza delle Nazioni Unite. Allo stato attuale, però, Parigi è condannata a osservare inerme la discesa all’inferno del Libano.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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