Il 12 febbraio in un castello in Belgio, il giorno dopo a Monaco di Baviera: gli incontri dedicati al futuro dell’Europa si susseguono. Con un denominatore comune: l’ombra minacciosa di Donald Trump.

Un anno fa, come ricordiamo fin troppo bene, il nuovo vicepresidente statunitense JD Vance aveva preso la parola alla conferenza sulla sicurezza di Monaco, la stessa che si apre il 13 febbraio. In quel momento gli europei avevano improvvisamente scoperto che la nuova amministrazione americana sarebbe stata molto diversa rispetto al primo mandato di Trump. Ascoltando Vance mentre impartiva una “lezione” all’Europa, si era capito subito che il risveglio sarebbe stato brusco.

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Un anno dopo, i capi di stato riuniti in modo informale nel castello di Alden Biesen (su invito del primo ministro belga) e gli esperti civili e militari di questioni strategiche presenti a Monaco non parlano d’altro: come far emergere un’Europa in grado di essere competitiva e allo stesso tempo in grado di difendersi, senza lasciarsi sottomettere dagli imperi tornati alla ribalta.

Sostenere che in un anno non sia successo niente sarebbe disonesto, ma bisogna anche essere lucidi: siamo ancora lontani dall’obiettivo. Sul rapporto con gli Stati Uniti e sulla sovranità europea, i paesi del continente sono in disaccordo sia sulla diagnosi sia sul rimedio. Ed è un bel problema.

Come al solito, questo disaccordo è la causa principale della lentezza che irrita i cittadini europei, esasperati da episodi umilianti come l’accordo concluso l’anno scorso in Scozia tra la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e Donald Trump sul campo da golf del presidente statunitense. Difficile trovare un’immagine più lampante della debolezza europea.

D’altro canto è giusto sottolineare che oggi gli europei si stanno sobbarcando il grosso degli aiuti all’Ucraina e si preparano a offrire garanzie di sicurezza in caso di un cessate il fuoco. Uno stato maggiore della cosiddetta coalizione dei volenterosi, guidata da francesi e britannici, è stato creato a Parigi per preparare un eventuale invio di soldati. Un anno fa sarebbe stato impensabile.

Questo esempio dimostra che quando ci sono l’urgenza e un obiettivo chiaro, gli europei sono capaci di aggirare gli ostacoli, come l’ostruzione da parte dell’Ungheria di Viktor Orbán, e organizzarsi per agire.

Ma allora come mai continuiamo ad avere questa impressione di debolezza? Il motivo nasce dal fatto che l’Europa è una creatura unica, un’associazione di nazioni sovrane che hanno ognuna la sua storia e i suoi traumi. Non si tratta di una federazione come quella statunitense né di una struttura verticale autoritaria come quella russa.

In ogni caso oggi i leader politici europei sono con le spalle al muro, alle prese con un’amministrazione statunitense ostile e con un’opinione pubblica che sondaggio dopo sondaggio rivela di considerare Trump come un avversario e pretende dall’Europa che protegga i suoi cittadini.

Un sondaggio effettuato in vista della conferenza di Monaco indica che l’immagine degli Stati Uniti è ormai profondamente compromessa anche nei paesi che sono tradizionalmente più vicini a Washington. Questa consapevolezza dovrebbe spingere i politici europei a essere più audaci e lasciarsi alle spalle un’immobilità colpevole.

Le democrazie fragili d’Europa sono perfettamente equipaggiate per affrontare il ritorno degli imperi. La loro debolezza principale è quella di non credere abbastanza nella loro forza comune. È questa la grande sfida della nostra epoca.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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