Davvero siamo condannati a essere solo i commentatori delle dichiarazioni, dei tweet e delle decisioni di Donald Trump? Il presidente degli Stati Uniti occupa quotidianamente il campo dell’informazione con interventi a raffica che fanno parte di una strategia politica precisa, illustrata anni fa dal suo ex consigliere Steve Bannon. In questo modo Trump ci tende una trappola permanente in cui è estremamente difficile non cadere. Come il resto del mondo, anche io mi sveglio ogni mattina chiedendomi cosa abbia fatto o detto Trump mentre dormivo, e raramente resto deluso. Quasi sempre è successo qualcosa.
Il semplice fatto di chiedersi come si fa a non cadere nella trappola della sua “parola performativa” (un’affermazione che coincide con l’azione) rivela quanto sia potente ed efficace la tattica di Trump. È il primo leader mondiale a possedere un social media tutto suo, su cui dichiara la guerra e la pace (un giorno coccola l’Iran, il giorno dopo lo attacca ferocemente), lancia anatemi politici (il candidato democratico alla poltrona di sindaco di New York, Zohran Mamdani, sarebbe un “pazzo comunista”), maltratta tanto gli alleati (“Macron non capisce niente”) quanto gli avversari e trasforma perfino i suoi tweet in armi di guerra (secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe deliberatamente scritto online che intendeva privilegiare la via diplomatica con l’Iran per spingere Teheran ad abbassare la guardia, quando sapeva benissimo che Israele avrebbe attaccato il giorno dopo).
Per quanto possa infastidirci un presidente che dice quello che non dovrebbe, che usa un linguaggio di una povertà sconfortante e che si contraddice da un giorno all’altro, è innegabile che si tratti di una realtà politica. Il “sistema Trump” è un one man show: il presidente si comporta come il sovrano che sognavano alcuni dei suoi sostenitori. Il blogger Curtis Yarvin, per esempio, aveva dichiarato alla rivista online Le Grand Continent di preferire una monarchia a una “democrazia fallita”. Dato che Trump è il capo della prima potenza mondiale, anche le sue dichiarazioni più strampalate hanno inevitabilmente un impatto sulla realtà, a volte anche all’altro capo del mondo: difficile far finta di niente.
Ma anche senza ignorare questo diluvio verbale, non dobbiamo perdere di vista l’essenziale: il tentativo di rovesciare l’ordine internazionale scaturito dalla seconda guerra mondiale (un ordine, in ogni caso, forgiato e controllato dagli Stati Uniti) a vantaggio di un dominio basato sulla forza. Questa strategia è abbinata a un indebolimento delle istituzioni di controllo della democrazia statunitense. Trump non dice esplicitamente di avere questo progetto, ma lo dimostra con le cose che fa, attaccando le alleanze storiche di Washington e ignorando il multilateralismo, finora (in teoria) al centro della politica statunitense.
Questa frattura è evidentemente più importante del modo in cui la esprime o dell’uso di Truth Social, il social media personale di Trump. Il problema è che il presidente non lascia ai commentatori nemmeno il tempo di analizzare l’ultimo messaggio che già ha lanciato una nuova “bomba” nell’agorà mondiale. In questa voluta confusione generale, Trump approfitta della compiacenza dei “nuovi mezzi di comunicazione”, che si sono allontanati dalle tradizionali regole professionali dell’informazione mainstream, un termine ormai sinonimo di “nemico”.
Tutto questo causa vari conflitti allo stesso tempo: il diritto contro la forza, il giornalismo contro la confusione, la decenza contro l’accaparramento del potere e delle risorse. La valanga di messaggi nasconde una strategia predatrice all’opera. Allora sì, certo, leggiamoli pure, ma cerchiamo di non perdere di vista il progetto di Trump, a cui dobbiamo assolutamente opporci. È una causa fondamentale, globale.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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