Ci sono dei cavi che misteriosamente corrono sui palazzi di Roma. A seguirli, i capi e le code restano inafferrabili. A volte non si capisce nemmeno dove poggino e, anzi, spesso scavalcano i tetti così in alto che sembrano aggrappati al cielo. Di quei cavi tutto sommato non si sa molto – non, almeno, tutto quello che la curiosità suggerirebbe – se non che sono parte di ciò che resta del sistema di allarme antiaereo installato nella capitale sul finire degli anni trenta del novecento. Dopo quasi un secolo sono ancora lì, sotto gli occhi di tutti, eppure invisibili.

Quando furono installati, la seconda guerra mondiale era ormai alle porte. Di lì a poco i bombardamenti avrebbero colpito Milano, Napoli, Messina, Ancona, Genova e tante altre città italiane. Tra queste, infine, anche Roma, città dichiarata aperta e santa, e che per questo si presumeva non dovesse essere toccata. Di quel dramma però ogni cosa ormai sbiadisce. E a volte sembra distante perfino ciò che condusse a quelle bombe: la dittatura fascista, l’alleanza con la Germania nazista, l’occupazione che ne derivò.

Di quegli anni sopravvivono, tra gli altri segni, quei cavi. Quello principale è appeso con dei ganci a un altro, che serve da struttura portante. Formano delle catenarie, e in effetti possono ricordare delle lunghe catene, anche se il nome deriva dalla geometria e dalla meccanica.

Queste catenarie servivano per collegare tra loro i palazzi del potere – ma anche commissariati di polizia, caserme, stazioni dei carabinieri, ospedali e altri luoghi che avessero rilevanza pubblica – con una linea telefonica parallela a quella nazionale. Insieme alla riservatezza, dovevano garantire anche la continuità delle comunicazioni, qualora fosse stata interrotta la rete ordinaria.

Faldoni rimasti chiusi per decenni

Lo scopo principale era però quello di collegare tutte le sirene antiaereo che sorvegliavano la città. In questo modo era possibile attivarle in contemporanea per avvertire i romani in caso di bombardamento. L’allarme suonaca sei volte consecutive, ogni volta per 15 secondi.

Le sirene all’epoca erano in tutto una cinquantina, collocate nei luoghi più alti della città, ed erano controllate da una centrale posta nei sotterranei del ministero dell’interno, al Viminale. Oggi, proprio come la rete delle catenarie, molte di quelle sirene – circa 25 – sono incredibilmente ancora lì, su quegli stessi tetti sui quali vennero installate un secolo fa, sentinelle ormai silenziose di un tempo fortunatamente esaurito.

Sulla storia di questo sistema non si sa molto. Un po’ è stata dimenticata, un po’ non è mai stata scritta davvero. Quel che c’è lo si deve per lo più al lavoro di alcuni giornalisti, e in particolare a quello prezioso di Lorenzo Grassi, che i suoi studi li ha poi raccolti anche in un libro, Allarme in cielo. Le sirene antiaereo a Roma (2022). A spingerlo, racconta, è stata la curiosità del cronista.

“Ma fin da piccolo”, ricorda, “vedevo un cavo disteso su piazze e palazzi, e mi chiedevo di cosa si trattasse. Qualcuno nel quartiere diceva che era il filo rosso che permetteva le comunicazioni dirette tra il re e Mussolini, ma poi mi sono reso conto che cavi simili erano un po’ ovunque in città, e che non c’era uno studio, o quasi, che se ne occupasse. E infatti negli archivi ho aperto faldoni rimasti chiusi per decenni”.

Sirena antiaerea, palazzi Federici, viale XXI aprile. Roma, aprile 2026 (Alessandro Calvi)

Oggi le catenarie sono di fatto gli unici cavi aerei visibili a Roma, a parte quelli dell’illuminazione pubblica. Ma questi ultimi sono distesi per lo più tra un palazzo e un altro, le catenarie invece i palazzi spesso li sorvolano, sostenute da tralicci ad albero. E formano così un’altissima ragnatela che copre discretamente la città. Inseguirne i fili significa fare un viaggio nella Roma degli anni trenta del novecento. Ed è un viaggio che regala sorprese straordinarie.

Succede per esempio nel tratto ancora esistente tra i rioni Prati e Borgo quando, scavalcando borgo Angelico, la catenaria si rivela improvvisamente nel cielo, con il nicchione del cortile della Pigna dei musei vaticani ben visibile sullo sfondo, appena oltre il confine tra lo stato italiano e quello vaticano. E poi, zigzagando tra vicoli e palazzi, scavalca il passetto di Borgo – il lungo corridoio sopraelevato che collega Città del Vaticano e Castel Sant’Angelo – mostrandosi questa volta con lo sfondo magnifico della cupola di San Pietro, che sembra sfiorare con delicatezza.

Una diramazione di questa linea atterra infine a Castel Sant’Angelo, sul bastione di San Luca, facendosi largo tra i pini. Un’altra diramazione, invisibile eppure sotto gli occhi di tutti, attraversa addirittura via della Conciliazione, slanciandosi dal fianco della chiesa di Santa Maria in Traspontina. Sotto quel cavo sono passati e passano milioni di fedeli per ascoltare le parole dei papi. E chissà se qualcuno di loro si è mai accorto di quella catenaria.

Ci sono poi zone, come quelle in cui ci sono diversi ministeri, in cui le linee di catenarie sono più d’una in brevissime porzioni di cielo. Nel rione Sallustiano, per esempio, nei pressi di via Salandra, basta alzare gli occhi al cielo per vederne almeno tre che si rincorrono e si scavalcano, e sembra che giochino tra loro.

Altrove i fili riacquistano invece una certa linearità. A Monteverde per esempio una linea percorre un lungo tratto di strada senza esitazioni, per poi scartare improvvisamente verso le mura gianicolensi, scavalcarle e gettarsi a capofitto lungo la discesa che conduce a Trastevere. Sul fianco nord della città novecentesca, altre due linee corrono quasi parallele lungo l’asse formato da via Tagliamento, via Sebino e via Nemorense. Una sorvola letteralmente piazza Verbano. Poi sembra finire la sua corsa sul tetto del commissariato di zona.

Poco distante da qui, sull’altana di un palazzo che affaccia su piazza Acilia, è ancora visibile una vecchia sirena antiaerea. Doveva essere lei il terminale di quel cavo.

Schegge del passato

Quella sirena è la scheggia di un passato cupo che irrompe d’improvviso nella città contemporanea, e riporta a galla la memoria della tragedia di quegli anni. La scoperta di altre sirene procura un’inquietudine ancora maggiore. È il caso, per esempio, di quella collocata sul tetto dell’edificio che affaccia sul Circo massimo, nel lato che sfiora il Tevere. Non lontana da qui, un’altra sirena si trova sul tetto del ministero della giustizia in via Arenula, ben riconoscibile fin da viale Trastevere.

Ma a colpire di più sono quelle collocate sui tetti dei palazzi residenziali: qui il contrasto tra la quotidianità di oggi e quella che si dovette vivere in quegli stessi luoghi un paio di generazioni fa emerge fortissimo. Ce ne sono sui tetti di Prati, del Prenestino, di viale Regina Elena, del Tuscolano, e in generale soprattutto nei quartieri a est e a nord della città.

Ce n’è una anche sul tetto dei cosiddetti palazzi Federici, l’enorme complesso realizzato negli anni trenta del novecento su viale XXI aprile, episodio centrale dell’architettura romana di quegli anni, che ancora oggi mantiene intatto il proprio fascino. Ettore Scola negli anni settanta del novecento li scelse per girare Una giornata particolare, con Sofia Loren e Marcello Mastroianni.

Il bunker a villa Torlonia. Roma, aprile 2026 (Alessandro Calvi)

In questa parte di Roma sono conservati molti segni di quell’epoca. E non può stupire che qui ci fossero tante importanti infrastrutture. Benito Mussolini risiedeva poco lontano, a villa Torlonia, sulla via Nomentana. Proprio sull’altro lato della strada, tra via Zara e corso Trieste, sono ancora ben visibili alcuni tratti di catenaria.

Non lontano, su via Salaria, c’era anche la residenza reale, in quella che oggi è villa Ada. Nell’area compresa tra la residenza del re e quella del dittatore, crebbero i nuovi quartieri destinati agli impiegati, accanto a quelli dell’alta borghesia e della classe dirigente. E proprio da qui, nel giugno 1944, passarono i soldati tedeschi in fuga, dopo l’arrivo degli alleati.

Per questo, oltre che di sirene e catenarie, è una zona ricca anche di storie, come quella di Ugo Forno, Ughetto, dodici anni appena, che abitava in via Nemorense e che la mattina del 5 giugno radunò un piccolo gruppo di ragazzi per difendere armi in pugno il ponte ferroviario sull’Aniene, nei pressi della confluenza con il Tevere, lungo via Salaria. I tedeschi lo stavano minando per coprirsi le spalle. Forno fu ucciso da un colpo di mortaio, ultimo caduto della resistenza romana. Ma il ponte fu salvato, ed è in piedi ancora oggi.

Fino a pochi anni fa nel quartiere molti anziani ricordavano quel tempo, i tedeschi in fuga, le postazioni di artiglieria contraerea che facevano più paura degli aerei alleati perché inadeguate, e si temeva che i loro colpi ricadessero sugli stessi palazzi che avrebbero dovuto difendere.

Le bombe degli alleati finivano invece altrove, per esempio nel vicino quartiere di San Lorenzo, dove il 19 luglio 1943 uccisero migliaia di persone, mentre Mussolini era a Feltre per chiedere all’alleato nazista di uscire dalla guerra, uscendo umiliato dall’incontro con Hitler. Di quella giornata restano alcuni palazzi squarciati dalle bombe e mai ricostruiti, ancora lì come quella mattina del 1943 a testimoniare la violenza della guerra e della catastrofe a cui il paese vent’anni prima aveva deciso di consegnarsi.

Finita la guerra, i sistemi di allarme antiaereo nelle città italiane furono smantellati. Sopravvisse solo quello della capitale. Si riteneva che potesse essere ancora utile in qualche modo, per esempio come strumento di protezione civile ante litteram. Si pose infine il problema di chi se ne dovesse occupare. La gestione fu affidata prima al comune di Roma, poi all’azienda comunale Acea e infine a una privata. Nel frattempo si era aperto un complicato contenzioso tra amministrazione locale e statale, per un credito di quasi trecento milioni di lire che il comune vantava nei confronti del ministero dell’interno per le spese sostenute.

Le sirene nella capitale hanno continuato a suonare puntualmente ogni giorno alle ore 12 anche in tempo di pace, per testare il loro funzionamento. L’ultima volta accadde il 21 dicembre 1975. Pochi mesi dopo, con Francesco Cossiga ministro dell’interno, il sistema fu definitivamente smobilitato. E se ne perse così anche la memoria.

“Ancora oggi non è possibile chiarire fino in fondo se il sistema sia stato dismesso completamente o se alcuni tratti superstiti siano ancora utilizzabili”, spiega Grassi.

La scritta “Al ricovero” in via di Santa Chiara. Roma, aprile 2026 (Alessandro Calvi)

In alcuni casi lo stato di conservazione dei cavi è precario. Nel quartiere di Montesacro, per esempio, nel 2015 un intero tratto di catenaria “ha finito per adagiarsi sugli alberi sfiorando gli ingressi di case e negozi”, racconta ancora Grassi, che ricorda anche come la polizia municipale abbia cercato di capire a lungo a chi appartenesse quel cavo misterioso. Fu poi lo stesso giornalista ad avvertirli di cosa in realtà si trattasse. E non fu l’unica volta.

“Considerato lo stato delle catenarie, soprattutto in alcuni tratti”, osserva, “è ragionevole pensare che la manutenzione manchi da quando il sistema di allarme è stato smobilitato. Così quei cavi rischiano di diventare un pericolo per un loro possibile cedimento. Bisognerebbe invece trattarli come un pezzo della nostra memoria storica”.

Oggi appartengono ancora al ministero dell’interno, osserva Grassi, “ma forse sarebbe opportuno che passassero a quello della cultura perché ne emerga finalmente anche il valore culturale”.

Eppure altri segni di quel passato sono oggi diventati addirittura musei. Come per esempio alcuni bunker. “In città”, spiega Grassi, “sono una decina quelli realizzati per le élite politico-militari. C’erano ovviamente anche molti rifugi antiaerei. Il più grande, un po’ com’è successo a Kiev in questi anni, fu ricavato nei tunnel della metropolitana, che all’epoca erano già terminati tra Termini e San Paolo, anche se non erano stati ancora posati i binari. In via degli Annibaldi, proprio di fronte al Colosseo, c’è tuttora una delle entrate”.

Mussolini invece fece realizzare per sé e la propria famiglia un bunker nel sottosuolo di villa Torlonia. Si trova a circa sei metri di profondità. Oggi è aperto al pubblico con visite guidate. La forma a cilindro degli ambienti, il buio, la sensazione di isolamento ne fanno un luogo sinistramente suggestivo. “Mi colpisce sempre la reazione dei visitatori quando scendono qui sotto”, spiega Michela D’Agostino, storica dell’arte e guida. “Spesso”, dice, “le persone più anziane evocano ricordi, alcuni vissuti direttamente, altri ascoltati in famiglia. Raccontano la folla nel rifugio e le poche cose che ciascuno riusciva a portare con sé, uscendo di corsa dalle case”. Erano le cose considerate più preziose, non per il valore economico ma per quello sentimentale. Una fotografia o magari una lettera.

“A volte”, dice ancora D’Agostino, “quell’emozione si trasforma in un pianto commosso”. Ma, aggiunge, “trovo interessante anche l’atteggiamento dei ragazzi che vengono con le scuole. Gli adolescenti possono essere un po’ distratti, spesso ridono e scherzano, ma qui c’è sempre un’attenzione particolare”.

A visitare il bunker insomma sono persone interessate alla storia e ai luoghi che raccontano la storia. Sembra l’esito di un percorso comune a quello di molti altri segni – quelli, almeno, che non nacquero come affermazione ideologica – lasciati da quel tempo sulla capitale, e che ora si vanno storicizzando, e sempre più si confondono con quelli di altre epoche, di cui Roma è ricca.

La stessa villa Torlonia, da decenni parco cittadino, conserva tracce di epoche diverse ed è anche un luogo molto frequentato nel tempo libero non solo dagli abitanti del quartiere. Così come villa Ada, sempre meno collegata nella percezione generale alla presenza dei Savoia.

È quello che è successo anche alle catenarie e a tutto ciò che resta del sistema di allarme antiaereo sopravvissuto avventurosamente nella capitale. Quel sistema includeva anche alcuni segnali che tuttora appaiono enigmaticamente dipinti sulle facciate dei palazzi.

Uno dei più diffusi è un disco bianco bordato di nero con al centro una “I” anch’essa nera. Indicava la presenza di un idrante, e di solito era collocato nei pressi dei rifugi antiaerei, anche loro identificati da segnali dipinti sui muri. Molti ormai sono andati perduti, cancellati dal tempo, o dalle mani di chi nei decenni ha ridipinto le facciate dei condomini. Altri invece hanno resistito, spesso inglobati nella quotidianità della città.

È il caso delle due “I” che in via dei Querceti, sul Celio, quasi scompaiono dietro la segnaletica stradale contemporanea, che si è accumulata sghemba e disordinata. Brutto da vedere, forse. Ma rappresenta in qualche modo la storia che cammina e va avanti.

Come anche l’albero che in via degli Aurunci, a San Lorenzo, è cresciuto nella fessura di un vecchio palazzo bombardato, ancora fermo a quel 19 luglio 1943, mentre l’albero ormai ne scavalca il bordo e si sporge verso il cielo dal quale le bombe non cadono più.

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