Ana, Paulo, Maria, Antonio, Leila, João, Carolina, Fábio, Lucas, Sonia, José, Carla, Francisco, Zilda, Sebastião, Gabriela, Hugo, Lorena, Marcelo, Laura, Diego, Emília, Pablo, Raimunda, João, Cláudia, Maurício, Alice… Ognuno dei brasiliani che si sono mobilitati per queste elezioni è stato protagonista della svolta più spettacolare dal ritorno alla democrazia in Brasile, della costruzione di un momento storico che potrà raccontare ai figli.

Hai lottato, hai fatto parte del movimento che ha salvato il Brasile, almeno per ora, dal ritorno al potere della famiglia Bolsonaro. Hai salvato la democrazia, almeno per ora, e contribuito a proteggere l’Amazzonia; ti sei battuta perché alle nuove generazioni – e anche a quelle più anziane – non venisse rubato il futuro. Hai impedito che lo stato brasiliano fosse messo al servizio della famiglia Bolsonaro e dei suoi alleati. Hai lanciato un messaggio al mondo minacciato dal fascismo.

Tu. Noi.

Lula ha vinto in rimonta, dopo essere stato indietro di 2,2 milioni di voti rispetto a Flávio Bolsonaro al primo turno. Non sarebbe mai successo senza una vittoria ancora più grande di quella di Lula: la vittoria della partecipazione sulla paralisi. Il significato della rielezione di Lula è enorme, ma il risveglio di una parte della popolazione brasiliana ha un significato ancora maggiore.

A partire dai movimenti del 2013, sui quali si discute ancora, nessun orrore sembrava in grado di portare milioni di persone del campo progressista in piazza in nome di una causa comune. E gli orrori sono stati molti, come la messa in stato d’accusa di Dilma Rousseff nel 2016, un vero colpo di stato. Come i più di 700mila morti per covid, molti dei quali causati dal ritardo deliberato nella distribuzione dei vaccini e dall’attacco di Jair Bolsonaro e del suo governo alle misure di prevenzione. Come la legge sul marco temporal (limite temporale), approvata dal congresso a danno degli indigeni. Come la cosiddetta legge della devastazione, che ha eliminato le autorizzazioni ambientali in Brasile. Come tutte le porcherie approvate negli ultimi anni.

Nulla di tutto questo è riuscito a mobilitare il campo progressista brasiliano.

Nel 2018 i sostenitori di Jair Bolsonaro hanno perseguitato per le strade persone vestite di rosso (colore del Pt, il Partito dei lavoratori di Lula), donne in minigonna, persone lgbt+ e le mães e i pais de santo dei terreiros (guide spirituali) delle religioni afrobrasiliane. Quell’esplosione di violenza ha generato paura, ma non una reazione grande abbastanza da contrastare l’orda fascista.

Alllora il movimento collettivo più forte è stato Ele não, organizzato all’inizio da una donna del nordest e poi diffuso in tutto il Brasile. Ma non ha raggiunto mai la risonanza di quanto è successo tra il primo e il secondo turno di queste elezioni del 2026. E nel 2019 Jair Bolsonaro, il padre di Flávio, è stato eletto, con tutte le conseguenze che conosciamo.

Un solo verbo, lottare

Prima del risultato del primo turno tutti dicevano che sarebbe stata la campagna elettorale più fiacca di tutti i tempi. E poi Flávio Bolsonaro è passato in testa e milioni di brasiliane e brasiliani si sono liberati dalla paralisi che soffocava la loro forza. Perfino le strade delle città amazzoniche dominate dal bolsonarismo sono state invase da un fiume di gente in difesa dell’unico progetto democratico di questo secondo turno, quello di Lula.

Sui social media è esplosa quella creatività che ha reso il Brasile un punto di riferimento culturale nel mondo. I meme e gli sketch fatti da persone anonime dovrebbero essere riconosciuti come opere d’arte. E questo nonostante la Meta facesse campagna elettorale per il bolsonarismo, limitando la portata e il coinvolgimento dei post e dei profili favorevoli a Lula, come ha sottolineato un rapporto alle Nazioni Unite.

“Lottare” è diventato improvvisamente l’unico verbo di ogni giorno.

Dire che questa è la vittoria più importante non serve a minimizzare l’enorme significato della rielezione di Lula, ma a individuare la causa di questa svolta e, soprattutto, a sottolineare che questo è stato solo l’inizio della lotta. Festeggiamo, balliamo, cantiamo, abbracciamoci, amiamo tantissimo. Ma senza abbassare la guardia.

C’è una probabilità ragionevole, vista la storia del bolsonarismo, che i suoi sostenitori reagiscano alla sconfitta con violenza e menzogne, cercando di mettere in discussione il risultato delle elezioni. Se sui social media questa violenza è fatta di parole, nelle strade e in regioni come quelle amazzoniche è fatta di corpi.

Molti di noi continueranno a correre un grave rischio. Dobbiamo proteggere queste persone e, con Lula al potere, fare pressione sul governo federale perché faccia la sua parte, dato che nell’Amazzonia brasiliana, per esempio, sette dei nove governatori sono bolsonaristi.

Questo è solo il primo passo. Quello che abbiamo fatto, con la sconfitta del bolsonarismo alla presidenza, è rinviare la fine della democrazia e la fine dell’Amazzonia. Ma il bolsonarismo domina il congresso e il quarto mandato di Lula sarà molto più difficile di quello attuale, in cui ha già collezionato sconfitte per non avere la maggioranza né alla camera dei deputati né al senato.

Ora sarà molto peggio. E ci sono misure terribili in discussione in parlamento e altre ancora arriveranno. Negli ultimi anni il congresso è diventato più potente e meno dipendente dall’esecutivo, e questo ha spostato il rapporto di forze a danno della democrazia.

Nella prossima legislatura gli abusi del congresso troveranno una corte suprema impantanata nella crisi più grave della sua storia, per il coinvolgimento di alcuni dei suoi giudici con l’ex banchiere del Banco Master Daniel Vorcaro, protagonista di quella che è stata definita “la più grande frode finanziaria della storia del Brasile”.

Lula avrà quattro giudici da nominare tra la fine di questo mandato e il prossimo, ma il senato potrà rifiutarli, come ha fatto quest’anno con Jorge Messias. E questa volta il bolsonarismo ha più potere e sostegno per ottenere in senato l’impeachment dei giudici che non siano allineati agli interessi della famiglia.

Fin da ora è molto importante costruire, in pochissimo tempo, una candidatura progressista che possa vincere nel 2030. Oggi non c’è. È un errore strategico molto grave, perché ci vuole tempo per costruire una figura politica di rilievo nazionale.

Lula ha ottant’anni e ha fatto uno sforzo monumentale per affrontare a una campagna elettorale estenuante e violenta. Vederlo nel dibattito sul canale televisivo Band assediato da Flávio Bolsonaro, che si comportava come il bullo della classe, è stato penoso. Nonostante tutte le critiche che si possono muovere a Lula, merita tutto il riconoscimento per questo sforzo in un momento della vita in cui potrebbe limitarsi a tenere conferenze in giro per il mondo e vivere la vecchiaia in tutta comodità, senza affrontare l’impossibile: discutere con un bugiardo.

Ora Lula dovrà affrontare un governo molto difficile, in un contesto nazionale e mondiale drammatico, in età molto avanzata. È vero che parte della responsabilità per la mancanza di altre figure forti, almeno nel Pt, ricade su Lula. Ma non solo. E questa fase l’abbiamo già superata. Ora il campo progressista, che va ben oltre il Pt, deve sedersi a un tavolo e discutere senza perdere tempo su come costruire fin da ora un’alternativa forte per il 2030, perché siamo già partiti con un ritardo di almeno un decennio.

Ancora in pericolo

Bisogna essere molto chiari sul fatto che la nostra vita si deciderà giorno per giorno. Lula, da solo, non è in grado di arginare la valanga fascista che sta corrodendo le istituzioni. Sarà necessario che la mobilitazione continui e cresca. Non più un esercito, ma comunità di riflessione e azione. Le campagne sui social media sono necessarie in momenti specifici, ma serve molto più di questo: bisogna discutere e pianificare strategie in modo concreto.

Per quanto spettacolare possa essere questa svolta nella gravissima situazione attuale, è necessario capire che si tratta di una vittoria importante, ma è solo un episodio. La lotta è molto più ampia e ha tentacoli in tutto il mondo, dove il fascismo avanza perfino in paesi che si credevano al sicuro, come la Germania.

È difficile dirlo nel momento dei festeggiamenti, ma è necessario: siamo ancora in grave pericolo.

Chi si è risvegliato non può tornare nella caverna della paralisi, dello scoraggiamento e della rinuncia. L’energia che si è trasformata in un fiume amazzonico tra il primo e il secondo turno deve continuare a scorrere. Chi ha lottato contro la dittatura, chi lotta contro il razzismo e chi lotta per la natura ha sempre saputo che la lotta è per sempre. A volte si placa, ma non finisce mai. La sua stessa continuità in un mondo tormentato dal fascismo dipende dalla consapevolezza che la democrazia è un impegno quotidiano di tutti.

Ed è importante ricordarlo: è stato bello stare insieme, unite e uniti, in questi ultimi 21 giorni di campagna elettorale in Brasile. Abbiamo riscoperto la gioia e il calore di usare il plurale, di essere una collettività.

D’ora in poi bisogna aggrapparsi a ogni briciola di vita, mantenere la routine il più possibile, cercare spazi di piacere nella quotidianità, ridere in ogni occasione, amare tanto. Quello che l’oppressione teme di più è il desiderio. Dobbiamo usare l’immaginazione come strumento di azione politica – è stato fatto nella campagna elettorale per il secondo turno – e la gioia come forza per agire. È così che i popoli della foresta lottano da più di cinquecento anni.

Resisteremo ed esisteremo con la profonda e permanente insurrezione che tesse l’anima del Brasile più bello. Quello che crea, che balla, che canta, che gioca a calcio nei campi di periferia, che resiste alla distruzione dei corpi da cinquecento anni. Resisteremo come i tanti Brasile che siamo.

La lotta continua. ◆

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