La mattina del 22 aprile del 2002 la Francia si sveglia e fa fatica a riconoscersi. Jean-Marie Le Pen, il leader del partito di estrema destra Front national, ha ottenuto abbastanza voti da arrivare al secondo turno delle elezioni presidenziali contro Jacques Chirac. Nelle settimane successive centinaia di migliaia di francesi scendono in piazza per protestare contro una destra xenofoba e con radici profonde nel neofascismo.

All’epoca anche solo dire “estrema destra” era uno shock; fa sorridere amaramente pensare a come sia stata normalizzata nel discorso pubblico di oggi. Tra i manifestanti c’è anche Jane Birkin (1946-2023), inglese di nascita ma francese d’adozione, che sfila insieme alla figlia Charlotte con un cartello che dice: “100% contre Le Pen. Votons”. Sono passati appena sette mesi dagli attentati dell’11 settembre e in tutta Europa il rapporto con il mondo arabo e musulmano è diventato ancora più difficile, attraversato da sospetti, paure e nuove ostilità. Xenofobia e islamofobia sono state il combustibile che ha portato il Front national a decollare come un razzo alle presidenziali.

È in questo clima incendiario che Jane Birkin pubblica Arabesque, un disco dal vivo nel quale le canzoni del suo ex compagno Serge Gainsbourg vengono completamente reinventate attraverso gli strumenti, le melodie, i ritmi e la sensibilità della musica arabo-andalusa. Non è un disco di protesta e sarebbe un grave errore, anche storico, leggerlo come una risposta diretta all’ascesa di Le Pen: lo spettacolo da cui nasce era stato ideato già nel 1999 per il Festival di Avignone. Ma nel 2002 quelle canzoni così francesi affidate a musicisti di origine magrebina si caricano irrimediabilmente di una forza diversa. L’album viene registrato dal vivo nel marzo 2002 all’Odéon, un teatro che più parigino non potrebbe essere. Fondato nel 1782, l’Odéon con la sua facciata neoclassica è stato testimone di anni fondamentali della storia del paese, dalla presa della Bastiglia del 1789 alle proteste del 1968, quando fu occupato dagli studenti.

Arabesque comincia con una versione di Élisa, una canzone che Gainsbourg aveva scritto nel 1967 per la colonna sonora del film L’horizon. Il violinista algerino Djamel Benyelles la trasforma in una melodia sinuosa, qualcosa che potrebbe risuonare tra gli archi dell’Alhambra. È intorno a quella prima intuizione che Birkin decide di costruire un intero spettacolo. Con Benyelles ci sono Fred Maggi alle tastiere, Amel Riahi el Mansouri all’oud e Aziz Boulaaroug alle percussioni.

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Per capire quanto sia radicale l’operazione di Arabesque bisogna ricordare che Gainsbourg è stato uno dei musicisti più onnivori della storia del pop europeo. Ha frequentato il jazz, la chanson, il rock psichedelico, il reggae e il funk, prendendo continuamente in prestito linguaggi e tradizioni. Le sue canzoni hanno qualcosa di profondamente francese e insieme di cosmopolita. Ma Arabesque non riflette quella bulimia culturale. Al contrario, Birkin sembra voler asciugare la musica di Gainsbourg, la stacca dolcemente dal personaggio che lui stesso aveva costruito: il provocatore, il seduttore, l’uomo che trasformava ogni apparizione televisiva in uno scandalo. Basti ricordare quando nel 1985, visibilmente ubriaco, in diretta tv aveva detto di una giovanissima e allibita Whitney Houston, presente in studio: “I want to fuck her”, me la voglio scopare.

In Arabesque non c’è traccia di quel Gainsbourg, rimangono le parole del poeta che fluttuano come granelli di polvere colpiti da un riflettore di teatro. Dietro le battute oscene, i doppi sensi e un protervo maschilismo, Gainsbourg nascondeva un’ipersensibilità sentimentale quasi ottocentesca, un’ossessione per il tempo che fugge, per la bellezza che sfiorisce e per gli amori destinati a finire. Solo Jane Birkin, che di quelle canzoni è stata interprete, destinataria e spesso protagonista, può permettersi di trasfigurarle, di farle diventare qualcos’altro. Non deve dimostrare a nessuno di aver capito Gainsbourg: è stata una delle persone che lo hanno conosciuto meglio.

Una voce fragile ma presente

In questo processo alchemico di appropriazione e di trasfigurazione la voce di Jane Birkin è fondamentale. La sua non è mai stata una grande voce nel senso tradizionale del termine. È sottile, fragile, a volte incerta, con quell’accento inglese che nemmeno una vita trascorsa in Francia è riuscita a cancellare. Anche Gainsbourg aveva capito che proprio queste caratteristiche potevano rendere Jane un’interprete straordinaria delle sue canzoni. In Arabesque, però, quella fragilità non ha più nulla della malizia adolescenziale di Je t’aime… moi non plus. È la voce di una donna adulta, che ha conosciuto il dolore e la perdita, e che canta canzoni scritte da un uomo morto undici anni prima.

In Élisa il violino di Benyelles sembra girare intorno alla melodia senza volerla mai afferrare del tutto. Les dessous chics, che nella versione originale aveva la leggerezza di un piccolo congegno pop, diventa una confessione più oscura. Comment te dire adieu, un inno pop reso celebre da Françoise Hardy, perde qualcosa della sua sottile malinconia e acquista il peso di un addio vero, e le percussioni andaluse la fanno avvitare nello spazio come una voluta di fumo. In coda Jane ringrazia tutto il cast dello spettacolo, dai musicisti ai tecnici, e dai freschi giardini segreti dell’Alhambra si torna tra gli stucchi dorati dell’Odéon.

C’è naturalmente qualcosa di problematico nell’idea stessa di Arabesque. Una cantante inglese, diventata un simbolo della cultura francese, che prende un repertorio di chanson e lo veste di sonorità mediorientali rischia di riprodurre uno dei più vecchi fantasmi dell’immaginario europeo: l’oriente come luogo della sensualità, della malinconia, dell’esotismo. Un oriente fittizio a misura di vecchie fantasie europee e coloniali: i serragli con le sonnolente odalische di Ingres, i bazar brulicanti dipinti dagli orientalisti, i fasti capricciosi di sultani e pascià e la pittoresca miseria della casbah. Non è un caso che alcune recensioni dell’epoca descrivano Arabesque proprio attraverso immagini di colori accesi, profumi e atmosfere misteriose. È un linguaggio da Mille e una notte che può tentarci (ci sono caduto anche io con il riferimento all’Alhambra di poco fa) ma che oggi suona inevitabilmente datato.

Eppure liquidare Arabesque come un esercizio di sterile appropriazione culturale sarebbe ingeneroso. Gli arrangiamenti non sono un fondale decorativo immaginato per far spiccare la star europea. Sono il lavoro di musicisti con una propria storia, una propria sensibilità e una conoscenza profonda di quei linguaggi. Birkin condivide il palco con i musicisti, spesso scompare per lasciare spazio alle loro invenzioni e improvvisazioni. Benyelles non aggiunge qualche ornamento orientale alle melodie di Gainsbourg: le smonta e le ricostruisce. E Birkin, invece di occupare tutto lo spazio, sembra spesso farsi da parte per lasciare che siano gli strumenti a raccontare quello che la sua voce non riesce a dire.

Una tensione irrisolta

Rimane comunque una tensione irrisolta. Perché la musica arabo-andalusa deve servire a rendere più misteriose e sensuali delle canzoni francesi? E quanto di quell’incontro nasce da un’autentica curiosità culturale, quanto dal desiderio europeo di trovare nell’altrove una bellezza perduta? Sono domande che il disco non risolve, ma che a chi lo ascolta oggi lo rendono ancora più interessante.

Birkin, del resto, non ha mai considerato il proprio impegno politico un’attività separata dalla vita artistica. Ha manifestato per il diritto all’aborto, contro la pena di morte, a favore dei migranti e dei rifugiati. Ha visitato Sarajevo durante la guerra e ha sostenuto diverse organizzazioni umanitarie. Con Arabesque porta le canzoni di Gainsbourg in tournée in Algeria, in Libano, in Israele e nei territori palestinesi. L’8 dicembre 2003 è a Gaza con lo spettacolo e non si limita a esibirsi: incontra persone, visita luoghi segnati dal conflitto e dice al pubblico che bisogna andare in posti come quello per dimostrare che non si è indifferenti a ciò che succede.

È forse qui che Arabesque trova il suo significato politico più convincente. Non nella pretesa che la musica possa cancellare le differenze o risolvere i conflitti, ma nella possibilità di attraversare dei confini senza fingere che non esistano. Una donna inglese canta in francese accompagnata da musicisti magrebini davanti a un pubblico palestinese. Non è una soluzione a nulla, naturalmente. Ma anche solo pensare che oggi sarebbe impossibile ce lo fa sembrare, a posteriori, un’impresa importante.

Negli anni successivi Birkin avrebbe continuato a reinventare Gainsbourg, fino a portare ancora le sue canzoni in tournée e a farle accompagnare da un’orchestra sinfonica. Nel 2018 l’ho vista in concerto al Primavera Sound di Barcellona ed è stata un’esperienza che non dimenticherò facilmente. Ricordo Birkin, che all’epoca aveva 71 anni, elegantissima in un completo da uomo, trattenere il respiro prima di cantare il primo verso.

Dietro di lei una grande orchestra sembrava fisicamente spingerla sul proscenio, davanti a lei il pubblico sterminato di un festival che per buona parte non aveva idea di chi fosse. Le è bastata una canzone, Ces petits riens, cantata con una voce piccola ma perfettamente intonata, per occupare quello spazio immenso davanti al mare di Barcellona. L’orchestra la accompagnava quasi con tenerezza senza mai sovrastarla. L’ultima canzone del set era La javanaise, proprio come quella sera del 2002 all’Odéon. Un pezzo appena sussurrato, che parla di un amore che dura il tempo di una danza e di una melodia che rimane fluttuante nell’aria anche quando quell’amore è finito.

Jane Birkin
Arabesque
Emi, 2002

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