Lungo le rive sabbiose del fiume Chambal, nel nord dell’India, i gaviali – rettili simili ai coccodrilli – scivolano silenziosamente nell’acqua. Ma se avvistano un estraneo, la quiete viene interrotta da una serie di schiocchi fragorosi.
Solo di recente questi suoni, simili a quando si stappa una bottiglia di champagne, hanno attirato l’attenzione degli scienziati. Solo i gaviali maschi li emettono, riempiendo d’acqua la cavità nasale e poi espirando rapidamente. L’acqua viene così espulsa attraverso una protuberanza bulbosa all’estremità del lungo muso. A quanto pare questi suoni, spesso emessi in sequenza, servono a comunicare l’identità di ciascun maschio: lo “schema degli schiocchi” di ogni esemplare è infatti unico.
I gaviali non sono gli unici rettili a produrre suoni sorprendenti. Anche se mammiferi e uccelli sono più conosciuti per le loro capacità di comunicazione vocale, i rettili non si limitano a muoversi furtivamente nel loro ambiente naturale. Anche loro danno vita a un universo sonoro fatto di cinguettii, squittii, muggiti e ruggiti.
Man mano che si scoprono nuovi suoni, i ricercatori cominciano anche a comprendere l’importanza di queste forme di comunicazione vocale nella vita sociale dei rettili, dall’accoppiamento alle interazioni tra genitori e figli. I rettili sono stati a lungo considerati animali schivi e “il loro comportamento sociale è stato per molto tempo sottovalutato”, spiega Sean Doody, biologo della conservazione dell’università della Florida meridionale, negli Stati Uniti.
“Esistono centinaia di specie di rettili, e la maggior parte non viene studiata”, afferma Henrik Brumm, etologo dell’Istituto Max Planck per l’intelligenza biologica, in Germania. Ora che gli scienziati cominciano a occuparsi di questa varietà di vocalizzazioni, spiega Brumm, l’obiettivo è “capire cosa si stanno dicendo”.
In sintonia con i fratelli
I coccodrilli sono tra i rettili più comunicativi e studiati. Gli scienziati sanno da tempo che, come i loro parenti uccelli, i piccoli dei coccodrilli emettono suoni quando sono ancora all’interno delle uova. A quanto pare questi richiami servono a sincronizzare la schiusa delle uova tra fratelli e a chiedere l’aiuto della madre per liberarsi dal guscio e uscire dal nido. Ma negli ultimi dieci anni si è scoperto che anche molte tartarughe producono schiocchi e pigolii di vario tipo quando sono ancora all’interno delle uova.
Per comprendere meglio i suoni emessi dalle tartarughe, il biologo dell’evoluzione Gabriel Jorgewich-Cohen, dell’Istituto nazionale di ricerca sull’Amazzonia, in Brasile, ha studiato con i suoi colleghi sia specie i cui piccoli sono particolarmente loquaci, come la tartaruga Arrau, sia specie più silenziose, come la tartaruga palustre australiana. I ricercatori hanno scoperto che, mentre le tartarughe Arrau, che depongono più di cento uova per covata, hanno piccoli che comunicano rumorosamente tra loro e lasciano il nido in modo sincronizzato, i piccoli delle specie che depongono meno di dieci uova tendono a vocalizzare meno e hanno una minore probabilità di uscire dal nido contemporaneamente.
Questo suggerisce che i richiami emessi dalle piccole tartarughe appartenenti a covate numerose contribuiscono a sincronizzare la schiusa delle uova, permettendo inoltre ai nuovi nati di collaborare per scavarsi una via d’uscita dai nidi sotterranei. Proprio perché hanno molti fratelli, per loro fare rumore non è particolarmente rischioso: la probabilità che un singolo individuo sia vittima di un predatore è infatti relativamente bassa, spiega Jorgewich-Cohen.
Sono state rilevate vocalizzazioni anche in circa il 30 per cento delle famiglie di lucertole. I camaleonti, per esempio, interagiscono tra loro emettendo suoni simili ai versi dei gufi e ai latrati dei cani, mentre gli anolidi squittiscono e ringhiano quando sono in pericolo.
L’iguana arboricola cilena, nota anche come lucertola piangente, è in grado di modulare i suoi richiami d’allarme. Quando si sente minacciata da un predatore emette semplici squittii. Ma se la situazione diventa critica, passa a richiami più complessi, che comunicano un maggiore senso d’urgenza.
Questi richiami complessi presentano variazioni di frequenza e tono, dovute al fatto che le corde vocali della lucertola piangente vibrano in modo non sincronizzato. E a quanto pare suscitano paura: rispetto ai richiami ordinari, quelli complessi inducono le lucertole nelle vicinanze a rimanere immobili più a lungo prima di fuggire, e poi a impiegare più tempo nel tentativo di mettersi in salvo. Uno studio recente ha rilevato che ascoltare questi richiami d’allarme mentre si vede un’altra lucertola divorata da un serpente provoca una reazione di paura ancora più prolungata. Richiami d’allarme complessi, caratterizzati da suoni più caotici, sono stati osservati anche in mammiferi come i suricati e nei neonati umani, e probabilmente servono a comunicare meglio la gravità della situazione.
Anche i gechi sono capaci di modulare i richiami in modi sofisticati. Il geco tokay, il cui verso potente è solitamente preceduto da una serie di suoni sommessi simili a risatine, vocalizza soprattutto per attirare i partner o difendere il territorio. Come accade a molti uccelli, questi richiami sono regolati dal testosterone e diventano più frequenti in primavera. Proprio queste somiglianze hanno spinto Brumm ad approfondire la questione.
Brumm si è chiesto se questi gechi fossero in grado di aumentare automaticamente il volume dei loro richiami in presenza di rumori di fondo, un fenomeno noto come effetto Lombard, già osservato in molti uccelli e in alcuni mammiferi. “Noi esseri umani lo facciamo ogni giorno”, spiega Brumm. “Se un autobus passa davanti alla nostra finestra, alziamo la voce senza neanche accorgercene”.
Brumm e i suoi colleghi hanno quindi riprodotto del rumore bianco in laboratorio e hanno misurato come cambiavano i richiami. Gli animali non aumentavano il volume del richiamo in sé, ma ne modificavano la struttura, riducendo il numero dei suoni simili a risatine e prolungando il verso potente geck-o, la parte più sonora del richiamo. Negli ambienti più rumorosi allungavano la sillaba ‘o’, rendendo il richiamo più udibile. Anche gli esseri umani, le scimmie e alcuni uccelli adottano strategie simili. Per farsi capire meglio, le persone tendono ad allungare le vocali e a parlare più lentamente.
“È stata una scoperta del tutto inaspettata”, afferma Brumm. “Dimostra che la comunicazione dei rettili possiede una flessibilità che non si riteneva possibile”. I risultati della sua ricerca suggeriscono che i richiami dei gechi sono più complessi e sofisticati e “molto più simili agli elaborati comportamenti vocali degli uccelli e dei mammiferi di quanto si pensava in precedenza”.
Con uno scopo preciso
I richiami di alcuni gechi variano in base alle loro dimensioni: i gechi abbaiatori più grandi, per esempio, emettono versi più profondi e a frequenze più basse rispetto agli esemplari più piccoli. Questo suggerisce che i richiami servano a segnalare la propria forza ai potenziali partner. Anche gli alligatori del Mississippi emettono richiami che variano in base alle dimensioni: secondo alcune ricerche, più è bassa la frequenza del suono, più è grande l’animale. Nel caso dei gaviali, invece, gli schiocchi servirebbero a comunicare l’identità di ciascun maschio.
In collaborazione con il Gharial ecology project del Madras crocodile bank trust, in India, il biologo della conservazione Jeffrey Lang e il direttore del progetto Jailabdeen A hanno registrato gli schiocchi emessi dai gaviali lungo il fiume Chambal. Sott’acqua i maschi, lunghi tra i cinque e i sei metri, producevano delle vibrazioni al di sotto della soglia dell’udibile, seguite da un unico schiocco fragoroso o da una rapida successione dischiocchi, secondo sequenze caratteristiche. Emergevano poi dall’acqua, espiravano, inspiravano ed espiravano nuovamente, e poi s’immergevano con un gorgoglio.
I suoni variavano a seconda del contesto sociale: alcune sequenze di schiocchi sembravano avvertire i compagni di un possibile pericolo, mentre altre erano emesse durante il pattugliamento del territorio. Un maschio produceva unoschiocco della durata di 22 millisecondi per dare l’allarme, e uno più lungo, di 35 millisecondi, quando pattugliava il territorio. I gaviali maschi emettevano schiocchi anche quando si trovavano di fronte a un potenziale rivale o durante il corteggiamento. Ciascun maschio aveva una sequenza caratteristica per ognuna di queste situazioni.
Un segnale sonoro individuale potrebbe fornire informazioni sulle qualità genitoriali dei maschi, aiutando le femmine a individuare i padri migliori per la prole. I gaviali maschi sono padri premurosi e presenti, che proteggono i piccoli appena nati mentre sono in acqua. Per le femmine, queste qualità paterne potrebbero essere più importanti delle dimensioni del maschio.
Secondo Lang,gli schiocchi svolgono varie funzioni importanti, trasmettendo segnali a singoli maschi o femmine, oppure all’intero gruppo. Gli scienziati, tuttavia, non hanno ancora capito esattamente in che modo i gaviali riescano a produrli. La protuberanza bulbosa all’estremità del muso, chiamata ghara (“vaso di terracotta” in hindi), potrebbe avere un ruolo essenziale: i maschi che l’hanno persa in combattimento non sono in grado di emettere glischiocchi come gli altri. Secondo i ricercatori, le pieghe e cavità presenti all’interno di quest’organo potrebbero opporre resistenza all’acqua quando penetra con forza, e il loro brusco spostamento produrrebbe il caratteristico schiocco. Ma Lang vorrebbe sottoporre un gaviale a una tomografia computerizzata per verificare l’ipotesi.
È solo uno dei tanti misteri ancora da chiarire, mentre il repertorio delle vocalizzazioni conosciute dei rettili continua ad ampliarsi. Doody, che insieme a Jorgewich-Cohen e ad altri ricercatori ha pubblicato nel 2025 una rassegna dei suoni emessi da questi animali sulla Annual Review of Ecology, Evolution, and Systematics, spera che un numero crescente di scienziati possa dedicarsi a questo campo di ricerca.
“Una delle difficoltà che incontriamo nello studio dei rettili è che fanno qualcosa d’interessante e poi rimangono lì per ore senza fare niente”, spiega Doody. “Ci vuole una grande pazienza”.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
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