Lo storico Eric Hobsbawm non era un simpatizzante del nazionalismo. Essendo un ebreo cresciuto tra le rovine dell’impero tedesco e austroungarico, covava un sospetto istintivo verso tutte le rivendicazioni di appartenenza nazionale. Eppure quando una schiera di partiti nazionalisti entrò nei parlamenti europei all’inizio degli anni novanta sostenendo che le migrazioni rappresentavano una minaccia mortale per le loro comunità, lo storico offrì un’interpretazione spiazzante. Le politiche contro i migranti, ipotizzò Hobsbawm, sono così attraenti perché coprono una voragine al cuore dell’immagine che hanno di sé gli europei. “Non c’è più altro modo di definire un’identità di gruppo se non distinguendosi rispetto agli estranei che non appartengono al gruppo”, scriveva nel Secolo breve (Rizzoli 1995). Parole che hanno una particolare risonanza per l’Europa di oggi.
Sono passate alcune settimane da quando decine di migliaia di persone migranti sono entrate nell’exclave spagnola di Ceuta sperando di poter arrivare nell’Europa continentale e l’immigrazione continua a dominare il dibattito. Una reazione diffusa nelle capitali europee è stata quella di castigare la Spagna (le cui politiche relativamente più generose in materia di immigrazione sono ritenute responsabili dell’ondata di arrivi) e promettere confini meno permeabili. Con migliaia di persone ancora accampate all’aperto a Ceuta, e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez impegnato a contenere i danni, sembra improbabile che la questione possa esaurirsi in breve tempo.
Chiaramente il clamore non riguarda solo i migranti. Anche se i sondaggi indicano che gli elettori europei sono molto attenti al tema dell’immigrazione e vogliono che sia affrontato, questi timori superano la realtà oggettiva. Il tema è diventato piuttosto un prisma attraverso il quale vengono osservati tutti i mali del continente. I problemi di questa lettura della realtà sono innumerevoli. Eppure c’è una ragione più profonda dietro questa ossessione continentale per chi viene da fuori, che non ha strettamente a che fare con l’arrivo continuo dei migranti: l’Europa non sa definire se stessa.
C’è una ragione profonda dietro questa ossessione continentaleper chi viene da fuori: l’Europa non sa definirese stessa
Nei dibattiti europei l’immigrazione non è presentata semplicemente come un fenomeno da gestire. Ma è ritenuta responsabile di una serie di problemi, dalle carenze dei servizi sociali, alla stagnazione dei salari, fino alla criminalità. Secondo il politico olandese di estrema destra Geert Wilders la crisi abitativa e l’indebitamento del suo paese si spiegano con l’afflusso di stranieri. Questo modo di pensare non si limita più soltanto alle frange estremiste. In Germania, per esempio, il governo di coalizione del cancelliere Friedrich Merz ha attribuito ai nuovi arrivati le responsabilità per le condizioni di degrado di molte città del paese.
I tentativi di rispondere a queste affermazioni con dei dati concreti – per esempio che gli effetti dell’immigrazione sono ambivalenti, o che un continente che invecchia per mantenersi vivo ha bisogno di nuovi arrivi – non colgono il punto. Le ricerche evidenziano che le roccaforti dell’estrema destra si trovano in regioni dove la presenza migrante è relativamente minore, come nello stato tedesco della Sassonia-Anhalt, dove il partito Afd (Alternative für Deutschland) ha ottenuto una schiacciante vittoria elettorale. Le ansie degli europei sull’immigrazione sembrano sempre più sganciate dalla realtà, scorciatoie mentali attraverso le quali danno un senso alle tante crisi del continente. Questo modo di pensare continuerà a occupare le loro menti per il prossimo futuro.
La prima ragione è esterna. Le conseguenze delle disuguaglianze globali erano già clamorosamente evidenti all’epoca di Hobsbawm. Negli anni novanta lo storico osservò che l’Europa era “circondata da paesi poveri con vasti eserciti di giovani che reclamano lavori modesti nei paesi sviluppati, sufficienti però ad arricchire una persona secondo gli standard di vita di El Salvador o del Marocco”. La sua conclusione fu profetica: “Tali attriti saranno un fattore determinante della politica, nazionale e mondiale, dei prossimi decenni”.
In realtà queste tensioni si sono addirittura inasprite. Anche se le disuguaglianze globali tecnicamente si sono ridotte negli ultimi trent’anni, ciò in gran parte può essere attribuito a un unico paese: la Cina. In generale, il divario nel livello di vita tra l’occidente e il resto del mondo continua a essere vertiginosamente ampio, una realtà ineludibile della politica globale, esacerbata dai conflitti regionali. Tale divario ha ottenuto anche una nuova visibilità sugli schermi degli smartphone ormai disponibili un po’ ovunque nel mondo meno ricco.
La seconda ragione è interna. Costruita come un mercato comune prima di diventare qualcosa che somigliasse vagamente a uno stato, l’Unione europea ha sempre avuto difficoltà a comunicare cosa rappresenta. Alla fine degli anni novanta questo problema fu evidente nella progettazione delle banconote che sarebbero diventate la nuova moneta dell’eurozona. Alla fine l’euro è stato decorato con forme astratte come archi e acquedotti invece che con elementi riconoscibili del patrimonio del continente. Per alcuni studiosi questo è una spia del fatto che l’Unione in realtà sarebbe più che altro una confederazione di consumatori.
Cresce lo spaesamento
Negli ultimi anni Bruxelles si è lanciata nell’impresa di dare forma alla sua “casa comune europea”, come la definisce Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Oltre a istituire cattedre in studi sull’Unione europea, oggi la Commissione finanzia una serie d’iniziative mirate a rafforzare l’identità degli europei. Tra queste c’è stata per esempio una campagna molto pubblicizzata, dal titolo “Proteggiamo ciò che conta”, nella quale i cittadini erano invitati a riconoscere e valorizzare i princìpi fondamentali dell’Unione, come “la libertà d’espressione”, la “libertà scientifica” e la “libertà di stampa”. Anche le banconote stanno per cambiare stile.
Queste iniziative esercitano indubbiamente un’attrattiva per alcune categorie di persone che abitano le regioni assediate ai confini del continente, come l’Ucraina e la Georgia, dove i cittadini più giovani e istruiti vedono ancora grandi prospettive nell’integrazione europea. Tuttavia, non è ben chiaro quanto possano ottenere queste campagne. Un susseguirsi di crisi – essenzialmente economiche, ma anche culturali e sociali – ha reso più complicato il compito di chi promuove la causa dell’unità.
Al tempo stesso la trasformazione di molti paesi europei in economie trainate dal turismo non ha fatto che peggiorare lo spaesamento. Questa incertezza sul carattere e sul futuro del continente è straordinariamente – e forse paradossalmente – percepibile nell’estrema destra. Uno dei luoghi preferiti di Wilders nei Paesi Bassi è il bosco incantato di Efteling. Il parco a tema, con tanto di gnomi, draghi e altri personaggi tratti dalle favole per bambini, non è una testimonianza del folclore locale, ma un mondo immaginario fuori dalla storia. La passione dell’estrema destra per Il signore degli anelli è altrettanto indicativa di questo rapporto favoleggiante con la realtà.
Forse non c’è da aspettarsi una coerenza politica da un insieme eterogeneo di 450 milioni di persone che non hanno né uno stato unitario né una lingua comune. Eppure anche il nazionalismo nei singoli stati membri è quasi altrettanto fragile perché dipende dallo spauracchio dell’immigrazione. Incapaci di scardinare strutturalmente il potere di Bruxelles, le estreme destre europee si aggrappano alle trovate xenofobe per mostrarsi come forza di opposizione, anche se ormai non lo sono più, dato che insieme al centro hanno creato un consenso sul controllo delle frontiere e sulle politiche di respingimento.
Il risultato è quasi un enigma. Il tema delle migrazioni è presentato da tutti gli schieramenti come una minaccia all’identità europea. Ma nel ventunesimo secolo non è chiaro cosa sia esattamente questa identità. Non più sede di imperi globali, tanto meno potenza egemone nel mondo, oggi il continente appare prestigioso e provinciale al tempo stesso: un colosso culturale vittima dell’isolamento geopolitico. L’europeismo civico, nonostante tutti gli sforzi della Commissione, sarà un debole antidoto a questi malanni. Saranno proprio i migranti, invece, a dover riempire il vuoto nell’immagine che l’Europa ha di sé.
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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