Ad agosto in una vecchia base aerea nazista a Neuhardenberg, circa 65 chilometri a nordest di Berlino, si è tenuto lo European defence tech festival. Gli organizzatori avevano pubblicizzato l’evento con cura, annunciando che si sarebbe tenuto in una “località segreta”, che ci sarebbero state presentazioni con quadricotteri, droni ad ala fissa e forse anche aerei; che avrebbero partecipato generali della Nato e militari ucraini; che ci sarebbe stata una grande festa e che sarebbe stato possibile dormire in campeggio.

Io mi sono registrata come visitatrice, immaginando una via di mezzo tra una fiera di armi e un festival musicale. Ma quando sono arrivata alla base nell’ultimo giorno della fiera ho trovato un’atmosfera un po’ sottotono. La pioggia aveva costretto la maggior parte dei partecipanti a rimanere chiusi negli hangar. Molti erano chini sui loro MacBook a scrivere codici. In volo c’erano solo dei droni comprati su Amazon. Il più grande aveva le dimensioni di un gatto.

Con gli stati europei impegnati a sostenere la guerra in Ucraina fino alla “vittoria totale” e l’amministrazione Trump disponibile ad accogliere l’invito di Netanyahu a bombardare l’Iran, le tecnologie di difesa sono ormai uno dei settori dell’economia globale che cresce più rapidamente. Le spese per la difesa dell’Unione europea sono quasi raddoppiate negli ultimi sei anni, arrivando a una cifra stimata di 454 miliardi di euro nel 2026.

I finanziamenti di venture capital alle aziende che sviluppano software e hardware per sorvegliare e uccidere sono aumentati di decine di volte negli ultimi dieci anni. La fiera di Neuhardenberg è solo uno dei tanti hackathon, summit per fondatori d’azienda e pitch days (giornate di presentazione per startup) che si sono svolti di recente nel continente. Tra le aziende presenti c’erano un produttore di droni che vende Uav (veicoli aerei senza pilota) per la sorveglianza con 55 minuti di autonomia, un’azienda di software impegnata a sviluppare droni che usano gli algoritmi invece degli operatori umani per puntare e uccidere, e una startup che costruisce torrette per mitragliatori da montare sui tetti dei camion per abbattere autonomamente piccoli droni.

Queste aziende sono solo un piccolo esempio di quello che può essere definito il più grande trasferimento di capitali verso il settore della difesa che l’Europa abbia conosciuto dall’inizio della guerra fredda.

Mentre la guerra in Ucraina prosegue in piena frenesia da “boom” dell’intelligenza artificiale (ia), il riarmo europeo sta assumendo i tratti di febbrile esaltazione che di solito caratterizzano il mondo della tecnologia statunitense e gli speculatori che lo finanziano. “Quello che sta succedendo nel settore della difesa grazie all’intelligenza artificiale è quasi una magia”, aveva dichiarato nel febbraio scorso Andrius Kubilius, commissario europeo per la difesa e lo spazio, durante un incontro di investitori e produttori di armi a Bruxelles. “Dobbiamo imparare dagli ucraini come usare al meglio l’ia per i droni”.

Questo clima di euforia contrasta con la dura realtà della guerra nella regione del Donetsk. E sembra improbabile che emulare l’incessante spinta all’innovazione della Silicon valley possa ridurre la dipendenza del continente dalle aziende statunitensi.

Dopo l’invasione russa del 2022 i funzionari del Pentagono avevano stanziato miliardi di dollari per la modernizzazione dell’industria della difesa ucraina. Questo aveva prodotto una sfrenata moltiplicazione di startup che ha frenato l’avanzata delle truppe russe e trasformato una guerra terrestre basata su carri armati e artiglieria in una basata sull’uso di velivoli economici e quindi facilmente sacrificabili.

Gli spazi di coworking a Kiev sono diventati posti frequentati da ingegneri ucraini, mercenari europei e milionari della Silicon valley. Va anche detto che oltre a riempire le tasche dei produttori di armi europei, questi flussi di denaro hanno generato una serie di scandali di corruzione (il più pesante dei quali coinvolge Zelenskyj e un gruppo di trafficanti di armi israelo-ucraini, scappati da Kiev per approdare nei quartieri ricchi di Tel Aviv).

La svolta degli algoritmi

Dopo più di quattro anni e mezzo di guerra si è ormai scatenata una gara per la supremazia tecnologica. I piccoli droni fpv, dotati di videocamere con sistemi di trasmissione in tempo reale, lanciati a milioni dall’esercito ucraino nei primi anni di guerra, sono stati resi innocui dai progressi russi nelle tecnologie di disturbo del segnale gps. Gli ingegneri occidentali li hanno quindi dotati di cavi in fibra ottica, che però i droni russi sono ora in grado di tranciare con le pale del rotore.

La vera Wunderwaffen, la superarma del momento, sono i droni a “guida autonoma nel tratto terminale”, che per localizzare e uccidere usano gli algoritmi invece dell’intervento di un operatore. I produttori di armi, però, stanno già ideando degli strumenti più efficaci per intercettarli e ingannare i loro software di puntamento. La maggior parte delle nuove tecnologie per droni ha una durata di appena tre mesi sul campo di battaglia, prima che i progressi dell’avversario le rendano superate.

Nonostante gli articoli del New York Times e di altri giornali sugli incredibili passi avanti compiuti dall’Ucraina nell’uso militare dell’ia, nessuna nuova tecnologia ha modificato il fatto che le guerre sono ancora combattute da esseri umani. I 1.200 chilometri della linea del fronte sono pieni di “zone d’uccisione” in cui soldati ucraini o russi, schierati per mantenere le rispettive posizioni, sono costretti a vivere per mesi ammassati in fortificazioni sotterranee per nascondersi dai droni che danno la caccia a qualunque cosa si muova. I due o quattro soldati che devono uscire allo scoperto per lanciare un drone fpv rischiano di essere fatti a pezzi.

Anche chi produce o collauda queste armi lontano dal fronte rischia la pelle negli attacchi russi contro l’industria bellica ucraina. A luglio un missile balistico ha ucciso dieci persone e ne ha ferite un centinaio a una fiera di droni vicino a Kiev. Poi un missile ha distrutto una fabbrica di droni di un’azienda statunitense in un quartiere sudoccidentale della capitale ucraina. Mentre le parti si affannano a produrre armi più economiche a ritmi sempre più veloci, i costi umani del conflitto continuano ad aumentare. Oggi l’Ucraina deve fare i conti con una grave carenza di personale militare in un momento in cui il sostegno per la guerra è in caduta libera.

Intanto Washington rimane fedele alla strategia del “vai veloce e fai saltare in aria tutto”, attualmente applicata lungo la linea del fronte in Ucraina. Bisogna abbattere la burocrazia “con la motosega”, in “stile Elon”, per usare le parole del segretario alla guerra Pete Hegseth. Oggi Musk e altri milionari dei settori della tecnologia e delle armi, che inizialmente avevano offerto i loro prodotti alle forze ucraine, hanno ottenuto sostanziosi contratti con il Pentagono e con gli stati dell’Unione europea.

Come i ministri ucraini, i funzionari di Washington usano le parole “velocità” e “agilità” per giustificare i miliardi spesi in sistemi di puntamento e rafforzamento della capacità aerea. Finora i risultati non sono stati entusiasmanti. Le presentazioni della Defense innovation unit in Alaska nell’estate del 2025 sono state caratterizzate da spettacolari malfunzionamenti: i droni prodotti dalle startup sono stati messi fuori uso da azioni di disturbo elettronico, hanno mancato i loro bersagli o sono precipitati nelle colline dei dintorni. Anche un test dell’aeronautica militare statunitense con droni prodotti dall’azienda di tecnologie militari Anduril è andato male: uno dei velivoli è caduto in picchiata per più di 2.400 metri e un altro si è schiantato subito dopo il lancio.

Nonostante questo, l’Europa sembra decisa ad adottare il modello statunitense. Anche se gran parte della spesa militare dell’Unione è destinata ai produttori di armi statunitensi e ai giganti della tecnologia che detengono il monopolio delle infrastrutture informatiche necessarie per gli armamenti autonomi, una fetta consistente della notevole somma che Bruxelles prevede di mobilitare andrà a iniziative per militarizzare la propria industria tecnologica.

L’idea è di convincere i creatori di videogiochi e altri esperti di tecnologie civili a lavorare allo sviluppo di droni e piattaforme di puntamento. Dato che la mitologia del pacifismo post-bellico europeo stigmatizza ancora l’industria delle armi, questo sforzo è accompagnato da una formidabile campagna di pubbliche relazioni. Nelle grandi città, dal quartiere Mitte di Berlino a Picadilly circus a Londra, spuntano cartelloni con immagini neo-futuristiche di droni e slogan sulla necessità del riarmo (“Proteggiamo le nostre democrazie”). Le fiere, sponsorizzate dagli stati, contribuiscono a rendere accettabili cose come il perfezionamento degli algoritmi per uccidere, facendolo passare per un lavoro come gli altri.

Potenziali datori di lavoro

La maggior parte delle persone che ho incontrato nell’ex base aerea – costruita dagli ingegneri della Wehrmacht per sviluppare prototipi di motori a razzo per i missili V2 – erano da poco laureate in ingegneria o informatica. Puntavano a entrare in contatto con potenziali datori di lavoro, vantandosi di come avessero sviluppato nuovi modi di usare l’ia per pilotare o intercettare droni. Alcune di loro hanno espresso un certo scetticismo sui piani di riarmo dell’Europa.

Durante una presentazione ero seduta accanto a un ingegnere aeronautico che aveva lasciato da poco l’EasyJet. “Voglio fare qualcosa di davvero importante”, mi ha detto, ma non era convinto di poterlo fare nel vecchio continente. “Mi dovrò trasferire negli Stati Uniti. Il futuro del settore è lì”.

Ho sentito anche dubbi di altro tipo. “L’Europa ha un problema culturale”, mi ha detto un consulente finanziario in fila davanti a un camion bar. “È difficile convincere un berlinese dai capelli blu della necessità di vendere armi a un battaglione neonazista”.

Quando il pomeriggio volgeva al termine, alcune persone si sono radunate sulla pista mentre una startup approfittava di una breve pausa dalla pioggia. Un drone da dieci chili ronzava sopra un grosso pickup bianco che andava avanti e indietro. Un uomo con un cappellino da baseball e una sigaretta tra le dita teneva in mano un portatile su cui scorrevano le immagini di riprese aeree in tempo reale: un piccolo quadratino bianco, che lui chiamava kill box, inquadrava il veicolo, seguendone automaticamente gli spostamenti.

Subito dopo ha ricominciato a piovere e questo, a quanto pare, crea problemi al software di rilevamento degli oggetti. Il drone è parso spaesato e la kill box ha agganciato uno spicchio di prato. “Il software è ancora nella fase di prova”, ha spiegato l’uomo con la sigaretta. La gente rimasta era poca e la fiera si avviava alla fine.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it