Fra pochi mesi il Regno Unito avrà il suo settimo primo ministro in undici anni: una novità senza precedenti nella storia recente del paese. L’annuncio delle dimissioni di Keir Starmer, in discussione da mesi e inevitabili da qualche settimana, dà un colpo durissimo al mito della stabilità politica britannica, costruita negli ultimi decenni su un bipolarismo quasi perfetto e su un sistema elettorale che ne era la logica espressione.

Starmer si è fatto da parte in seguito a una fronda interna al Partito laburista, evidente soprattutto nel gruppo parlamentare e tra i ministri, innescata dalla netta sconfitta alle elezioni locali del 7 maggio, che a sua volta è stata il risultato delle difficoltà emerse nei quasi due anni trascorsi al governo. Dopo la schiacciante vittoria alle elezioni del 2024, il partito non ha fatto che collezionare scelte discutibili ed errori grossolani.

La svolta promessa dopo quindici anni di governi conservatori non c’è stata, le politiche economiche e sociali si sono dimostrate molto impopolari, sono scoppiati diversi scandali imbarazzanti legati alla gestione del caso Epstein e delle nomine di alcuni funzionari pubblici, e sulla questione palestinese la rottura tra la dirigenza e buona parte della base elettorale è stata piuttosto chiara. Il primo ministro, inoltre, non ha mai dato l’impressione di avere le capacità di leadership necessarie e un progetto per il paese.

Il risultato è che all’interno del Labour è cresciuto il malcontento e si sono affacciate candidature alternative e progetti diversi per la guida del governo e del partito. Per ora la più solida sembra quella del sindaco di Manchester Andy Burnham, che è tornato in parlamento pochi giorni fa con la vittoria alle elezioni suppletive nel collegio di Makerfield, in un voto organizzato proprio per consentirgli di lanciare la sfida a Starmer.

Il punto di forza di Burnham è l’esperienza accumulata alla guida delle metropoli del nord dell’Inghilterra, sintetizzata dai giornali britannici con un parola che è anche un programma politico: il manchesterismo. Il suo programma punta sull’autonomia locale, sul controllo pubblico dei servizi essenziali, sulla collaborazione tra pubblico e privato e sugli investimenti nelle infrastrutture.
Per i suoi sostenitori è una sorta di “socialismo municipale”, per i più critici è una riverniciatura di un modello socio-economico che in realtà rimane nei binari di un capitalismo senza regole.

Per ora non è chiaro se nel congresso laburista che a settembre dovrebbe nominare il successore di Starmer alla guida del partito – e quindi del governo, come prevede il modello britannico – ci saranno altre candidature o se Burnham sarà investito per acclamazione, forse in tempi ancora più rapidi.

Quel che è certo è che la dirigenza laburista non poteva permettersi di avere un leader senza più alcun sostegno popolare, soprattutto in vista delle elezioni previste nel 2029. Con i nazionalpopulisti di Reform, il partito del vero artefice della Brexit, Nigel Farage, in testa a tutti i sondaggi, il prossimo voto parlamentare potrebbe segnare il tramonto del sistema politico britannico e portare al governo una forza imprevedibile ed estremista.

Starmer non era chiaramente la figura in grado di affrontare una sfida così complicata. Il suo successore dovrà riconquistare la fiducia degli elettori che hanno votato laburista due anni fa. Dopo l’estate si comincerà a intuire se può riuscirci, ma per capire se questo basterà a fermare Farage serviranno con ogni probabilità altri due anni.

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