La mattina dopo le elezioni amministrative di maggio, con i risultati ancora in arrivo e il Partito laburista in caduta libera in Galles, Scozia e nelle sue storiche roccaforti del nord industriale, il primo ministro britannico Keir Starmer (laburista) ha tenuto una conferenza stampa. Gli hanno chiesto se il Regno Unito fosse diventato ingovernabile. Ha risposto di no, con la stessa fermezza con cui qualche settimana prima aveva promesso di non dimettersi. Pochi gli hanno creduto, su entrambi i punti.
Alle elezioni del luglio 2024 Starmer aveva promesso un decennio di rinnovamento nazionale e il suo partito aveva stravinto, ottenendo 174 seggi in più di tutti gli altri insieme. . Meno di due anni dopo, più di novantacinque deputati laburisti hanno le sue dimissioni. Se cadesse il governo, sarebbe il sesto primo ministro a cambiare in dieci anni, con otto cancellieri dello scacchiere e nove ministri degli esteri nello stesso periodo.
Anthony Seldon, lo storico che ha scritto la biografia di ciascuno degli ultimi otto premier britannici, ha confessato alla Cnn di temere di non riuscire a stare al passo: la biografia di Rishi Sunak uscirà in agosto, ma potrebbe già essere il momento di cominciare quella del suo successore. Le cancellerie europee e le prime pagine dei giornali ormai si chiedono apertamente: il Regno Unito è diventato ingovernabile?
La risposta più facile consiste nell’elencare i problemi strutturali del paese e concludere che chiunque farebbe fatica. È una risposta che solleva i singoli leader dalle loro responsabilità, e che secondo alcuni osservatori non regge a un esame storico.
Il giornalista Matthew d’Ancona sul New World ha definito questa tesi “storicamente analfabeta”. Dal 1970 al 1979 il paese attraversò cinque stati di emergenza, due scioperi dei minatori vittoriosi contro il governo e il collasso dell’autorità statale in Irlanda del Nord. In quel decennio la classe politica di entrambi i partiti era “vittima degli eventi, incapace di attuare i propri programmi”. Nel 2011 cinque giorni di sommosse urbane causarono cinque morti e trecento milioni di sterline di danni. Rispetto a questi precedenti, la crisi attuale è una crisi di leadership, non di governabilità.
Ma ignorare che qualcosa si è strutturalmente inceppato sarebbe altrettanto sbagliato.
Il sistema elettorale britannico funziona meglio con due partiti dominanti, e non solo per tradizione. Il sistema maggioritario a turno unico, chiamato first‑past‑the‑post, assegna ogni seggio a chi ottiene anche un solo voto in più degli altri, senza alcun recupero proporzionale. In collegi con molte candidature può bastare il venti per cento delle preferenze per vincere: la frammentazione del voto finisce così per penalizzare i partiti simili e premiare chi riesce a occupare da solo un certo spazio politico.
Irrecuperabile
Oggi nel Regno Unito la competizione è a cinque: ai partiti storici dei conservatori e dei laburisti si aggiungono i Liberal democratici, i Verdi e Reform Uk. Come osserva la Cnn, il risultato sono governi con enormi maggioranze di seggi ma mandati fragili, costruiti su quote di voto modeste.
Dopo il 2008, scrive il Financial Times, la produttività ha ristagnato, i salari reali non sono cresciuti per quasi vent’anni e la Brexit ha ridotto il prodotto interno lordo pro capite dell’otto per cento.
“Era l’Italia, un tempo, a portare il peso ingrato di essere considerata il caso politico irrecuperabile d’Europa, consumando capi di governo con la stessa frenesia con cui le squadre di Premier league cambiano allenatori”, scrive Politico. “Oggi la presidente del consiglio Giorgia Meloni si avvicina al quinto anno di governo, nel corso del quale ha già visto avvicendarsi tre, e presto probabilmente quattro, primi ministri britannici”.
Sempre Politico scrive che gli interessi suii titoli di stato britannici oggi sono più alti di quelli greci, un decennio dopo la crisi del debito sovrano di Atene, mentre la Grecia è diventata il paese che cresce più rapidamente in Europa.
Eppure il contesto non basta, e sarebbe comodo usarlo come alibi, scrive d’Ancona. Il Financial Times ha ricostruito una statistica che dice molto: i cinque capi di governo prima di Liz Truss (in carica per meno di due mesi nell’autunno del 2022) avevano maturato esperienza solo in tre diverse amministrazioni ministeriali prima di arrivare a Downing street; i cinque precedenti, da Edward Heath negli anni settanta a John Major negli anni novanta, in ventitré; i cinque ancora prima in trentotto.
La classe politica britannica è arrivata al potere sempre meno preparata a esercitarlo.
Il primo ministro conservatore Boris Johnson, scrive il Guardian, era ambizioso ma incapace di portare a termine qualsiasi progetto. Liz Truss, anche lei del Partito conservatore, fece dei tagli fiscali senza copertura che quasi destabilizzarono i mercati: il suo stesso partito la rimosse dopo quarantanove giorni.
Con Starmer il problema ha assunto una forma più sottile: ha giocato, secondo una formula ripresa dall’Economist, “una buona mano in modo terribile”. Ha escluso in campagna elettorale aumenti delle tre principali imposte, poi ha colpito bersagli minori, scuole private, agricoltori, banche, creando un malcontento diffuso senza raccogliere risorse sufficienti per fare qualcosa di visibile. Soprattutto, non ha mai saputo spiegare agli elettori perché è lì.
“Il primo ministro è il narratore in capo della nazione”, scrive Seldon. “E Starmer non ha mai avuto una storia da raccontare.”
Sotto i fallimenti individuali ci sono fratture istituzionali che nessun cambio di leader risolve da solo. Segnala la Bbc che dal 2018 ci sono stati quattro segretari di gabinetto (ruolo del principale consigliere del primo ministro e del governo) con una media di due anni in carica ciascuno, contro i nove anni di media del periodo precedente.
La concentrazione del potere a Downing Street ha svuotato di senso il ruolo dei ministri. I social media hanno reso quasi istantanea la capacità dei deputati di coordinarsi contro il proprio leader: petizioni, dichiarazioni pubbliche, pressioni organizzate in pochi giorni attraverso gruppi WhatsApp. Il meccanismo che aveva alimentato le congiure tra i conservatori sulla Brexit, facendo fuori May, Johnson e Sunak, si è ripetuto nel Labour contro Starmer.
Il candidato più citato per la successione alla guida del governo e del Partito laburista è Andy Burnham, sindaco di Manchester, che oggi è considerata anche per merito suo la la città più dinamica del paese. Ma quando Burnham ha accennato a possibili modifiche delle regole fiscali, i mercati hanno reagito subito.
Il giornalista Andrew Marr sul New Statesman lo dice senza giri di parole: in mancanza di una risposta credibile sulla crescita, il prossimo premier sarà solo un interlocutore temporaneo con cui Nigel Farage, leader del partito di destra Reform Uk, tratterà da una posizione di forza. Il sostegno di Farage tra gli elettori non è cresciuto in modo eclatante, ma in un sistema frammentato non è necessario essere forti per vincere, basta che gli altri siano più deboli.
E pensare di poter smontare le posizioni del leader populista con argomenti razionali è un’illusione, scrive ancora Marr: chi vota Reform non sta scegliendo un programma, sta cercando un canale per una rabbia che precede qualsiasi proposta politica.
Il vero problema, sostiene d’Ancona, è “di fabbricazione” della classe politica britannica: una riluttanza collettiva ad affrontare le implicazioni della crisi del 2008, le conseguenze della Brexit, la questione intergenerazionale. Chiunque entrerà a Downing street nei prossimi mesi erediterà questa riluttanza intatta.
Francesca Di Muro
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