Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Agnès, 56 anni.

Il primo giorno

“Ho già seguito altre guerre, ma questa è di un altro livello. Quando le bombe sono cadute su Kiev, il 24 febbraio 2022, mi sono subito offerta di partire per documentare il conflitto. All’estero i giornalisti lavorano con i fixer, guide locali che fanno allo stesso tempo da interpreti, autisti e negoziatori. Senza di loro non potremmo fare quasi nulla.
Arrivo a Leopoli, nell’ovest del paese, il giorno dopo il mio compleanno. Non ho neanche il tempo di rendermi conto di quello che sta succedendo: come il paese in cui sono appena arrivata, sono sotto shock, incredula di fronte a questo attacco. Raggiungiamo Kiev, ormai quasi sotto assedio, a bordo dei camion carichi di grano con cui i contadini riforniscono la città. Sul posto l’atmosfera è surreale: un’immensa capitale dalle grandi strade, molto estesa, vuota. C’è un’atmosfera da giorno prima della battaglia, ma quando vedo la grandezza di Kiev mi rassicuro pensando che i russi avranno il loro bel da fare.

Andiamo poi a Irpin, in periferia, per raccontare le storie delle famiglie divise sulla scelta di partire o restare. Ricordo una madre che esitava: è morta il giorno dopo, uccisa da una granata proprio nel punto in cui l’avevamo intervistata. Dobbiamo trovare un fixer. Chiedo a una fixer ucraina se conosce qualcuno. Mi parla di un amico artista. Gli do appuntamento per la mattina presto del giorno successivo.

Durante la notte una fabbrica viene bombardata nel centro di Kiev. Devo andare a fare dei collegamenti in diretta davanti a questo immenso edificio. Lo vedo arrivare: alto e slanciato, capelli grigi tendenti al bianco, un berretto in testa. È bello. Pavlo è diverso dagli altri: parla benissimo inglese, ha vissuto negli Stati Uniti, e si attiene ai fatti, a differenza degli ucraini che spesso esprimono la propria opinione. È anche molto motivato, convinto di svolgere una missione importante, quella di fare da mediatore tra i giornalisti francesi, i testimoni e i protagonisti della guerra nel suo paese. A 43 anni, Pavlo è bloccato in Ucraina, mentre la sua ragazza è fuggita all’estero.

Ci dirigiamo poi verso Černihiv, dove la situazione è più pericolosa. Fare reportage di guerra significa cercare continuamente un equilibrio tra la sicurezza, naturalmente, e la necessità di spingersi oltre i propri limiti. Dico a Pavlo che deve diventare ‘il mio alter ego professionale’. Andiamo d’accordo. Terminata la nostra ultima missione, torniamo in albergo, a Kiev. Ricordo quel corridoio in cui ci fermiamo a parlare, la birra che gli propongo di bere insieme nella mia stanza, il piacere e l’amore che facciamo fatica a concederci in un paese dilaniato dal pericolo, dalla sofferenza e dalla morte.

In passato ho lavorato con decine di fixer, ma è la prima volta che mi lascio coinvolgere, colpita dalla sua delicatezza, ma sempre preoccupata per l’importanza della missione. Immagino che si cerchi solo di compensare l’esaltazione della guerra, ma sento qualcosa di più profondo rispetto a quello stereotipo di Eros e Thanatos che travolge le persone di fronte a situazioni traumatiche.

Fin dalla prima notte, mentre il cielo di Kiev è inondato di rosso, gli dico: ‘Lo sai che quello che sta succedendo non è una cosa da nulla, che qualcosa sta nascendo?’. Lui, irrigidito nella sua cultura sovietica dove non si parla mai di ciò che si prova, risponde impassibile: ‘Questa è la tua narrazione, Agnès’. All’inizio Pavlo mi diceva che le domande che facevo alle persone, se avessero paura o stessero male, erano insopportabili per loro. Io gli rispondevo che non era così, che le emozioni sono importanti e che anche lui doveva concedersi di essere sconvolto da quella guerra”.

L’ultimo giorno

“Lascio l’Ucraina sapendo che non ci tornerò presto. Il conflitto si è impantanato e interessa sempre meno ai mezzi d’informazione francesi. Pavlo intanto riprende la sua attività teatrale e si presenta all’ufficio militare per ottenere il permesso di lasciare il paese per andare a recitare in Portogallo. Io chiamo i miei superiori, che mi comunicano che non tornerò in Ucraina a breve, e avverto Pavlo. Lui mi risponde che in quel momento si trova davanti a un ufficiale e che, se risulterà idoneo dal punto di vista medico, sarà mandato in guerra.

Ho paura per lui, non sa nemmeno tenere in mano un fucile. Insieme abbiamo visto gli artiglieri, i carristi, la fanteria, i soldati traumatizzati. Il suo destino non gli appartiene più, non è più quell’artista libero e alla moda, è diventato un soldato inghiottito dalla burocrazia militare. Penso che non voglio che gli succeda qualcosa, ma chi sono io per dirlo? È ucraino, è il suo destino.

Spesso ho avuto più paura per la sua vita che per la mia. Nel Donbass ci siamo ritrovati bloccati nel bunker di un teatro. I bombardamenti erano così forti che i muri tremavano. Nella squadra non eravamo tutti d’accordo. Io volevo uscire, altri volevano aspettare che la situazione si calmasse. Ne abbiamo discusso, lui mi ha rimproverato di non aver mostrato la mia paura, mentre lui aveva avuto così tanta paura per me. ‘Non mostro le mie paure perché sono responsabile della squadra’, mi sono giustificata.

Più volte avevo provato a prendere le distanze, a far passare il lavoro prima di tutto e lasciarlo. Ma la nostra attrazione ci ha travolto, e il nostro amore, la fiducia che avevamo l’uno nell’altra, ci hanno dato forza, ci hanno permesso di spingerci lontano, di essere a volte l’ultima squadra a uscire da una città che stava per cadere, di sfiorare la linea del fronte, con i convogli pieni di cadaveri russi sulle strade minate.

Ci siamo costruiti un universo per sopravvivere alla paura. Una notte, a Kramatorsk, una granata è caduta proprio accanto al nostro hotel. Tutti sono usciti, spaventati, nel buio. Io e Pavlo ci siamo abbracciati e, per lottare contro il terrore, abbiamo fatto l’elenco di tutte le ‘beautiful people of Ukraine’ che abbiamo incontrato, per pensare alle cose belle. La nostra storia non era fatta di sesso nelle camere d’albergo dopo una giornata di guerra, no.
A volte potevamo rimanere per giorni nel freddo pungente e nella spartana comodità degli appartamenti sovietici. Con il coprifuoco rientravamo presto e lui mi faceva vedere dei film di Jean-Luc Godard o altri in bianco e nero, senza dialoghi e con inquadrature che duravano dieci secondi ciascuna. Sotto le bombe avevamo la nostra piccola routine, sempre in stato di allerta.

Abbiamo passato ore in viaggio a contare i fagiani che vedevamo, ce ne sono tantissimi nel Donbass. A volte andavamo sulla riva di un lago, guardavamo i cigni e il sole tramontare, respiravamo profondamente. La nostra tenerezza e quella dolcezza ci facevano bene. Può sembrare una cosa da nulla, ma era il nostro modo di proteggerci, di non lasciarci sopraffare da tutti quegli orrori, dalle bombe e dai morti. Non tutti i giorni riuscivamo a vedere qualcosa di bello.

Abbiamo parlato moltissimo. Del fatto che lui fosse metà russo e metà ucraino, di cosa significasse essere russi, della sua prigionia per mano dei separatisti filorussi. E di me, una donna emancipata, occidentale, coraggiosa. Del suo lavoro di artista, del mio di giornalista, e delle narrazioni che costruivamo insieme.

‘Non so cosa stiamo facendo noi due, tu come lo chiami?’, mi ripeteva spesso. ‘Si chiama amore, ma probabilmente tu non lo vedi’. ‘Con te ho la sensazione di poter essere me stesso’.

Avevo passato le vacanze con lui l’estate precedente, mi sarebbe piaciuto fare la stessa cosa in quella successiva, ritrovare la nostra piccola bolla di bellezza, la nostra personale resistenza. Ma tra pochi giorni partirà per il fronte”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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