Negli ultimi cinque anni una mia cara amica ha vissuto una serie di stravolgimenti: un matrimonio affrettato, due gravidanze, la perdita del lavoro, un trasloco fallito, il ritorno a casa, una depressione post-partum, un’altra depressione e continui litigi con la famiglia. Dice di essere “fortemente contraria” ai farmaci e non può permettersi una terapia.

In tutto questo, io ci sono sempre stata: sono volata da lei per andarla a trovare, l’ho aiutata a preparare la cameretta dei bambini, ho organizzato una rete per assicurarle i pasti e sono stata disponibile al telefono a tutte le ore del giorno e della notte. Sento di poter dire che sono stata una buona amica.

_Quest’anno ha continuato a insistere perché provassi un programma di allenamento di un’app basata__sull’intelligenza artificiale. Le ho detto che non volevo e che mi metteva a disagio sentirmi dire quando e come allenarmi, per ragioni legate al disturbo alimentare di una mia familiare, cosa che la mia amica sa bene. È esplosa, mi ha accusata di volerla umiliare e non mi ha parlato per un mese._

Quel mese è stato rivelatore. Ho capito che il nostro rapporto ormai era a senso unico, che ruotava intorno ai suoi problemi, che la sua rabbia era come un ronzio continuo di sottofondo. Senza i suoi sfoghi e il suo rancore costante – compresi i messaggi quotidiani pieni di invettive contro la famiglia, i suoceri e il mercato del lavoro – ho provato una pace che non sentivo da anni.

Alla fine le ho mandato una mail ben meditata, riletta insieme alla mia terapeuta, per spiegarle che la nostra amicizia non mi sembrava più reciproca né sana. Cinque minuti dopo mi ha scritto un messaggio pieno di insulti, dicendomi che ero la peggiore e attribuendomi la responsabilità dei suoi pensieri suicidi. In un certo senso, sul piano personale, questo ha confermato la mia decisione. Ma la questione etica più generale rimane.

Cosa dobbiamo a un amico in difficoltà? A che punto prendere le distanze diventa una forma di autodifesa invece che un abbandono? Come si fa a distinguere un brutto periodo da schemi di comportamento che sembrano tossici? E se la sua salute mentale è davvero compromessa, questo mi obbliga a lasciarle la porta sempre aperta?

Si sentono spesso consigli del tipo “scegli te stesso e fissa dei limiti”, ma per chi come me ha a cuore l’amicizia e le persone resta il dubbio su dove questi limiti vadano fissati.–Lettera firmata

Nessuno può tenere in vita un’amicizia da solo. Aristotele aveva ragione quando descriveva l’amicizia come benevolenza reciproca, e non si può essere amici se uno dei due non si comporta come tale. Chiaramente, questa persona non ti ha trattato con l’attenzione e la considerazione che si devono a un’amica.

Il problema non è che abbia perso le staffe, ma che non si è mai scusata, non ha mai cercato di riparare la frattura, non ha mai considerato il rapporto come una responsabilità anche sua. Non sei tu quella che se n’è andata.

Restare nella cerchia stretta di una persona con una malattia mentale può essere un atto di compassione o di altruismo, ma quando il sostegno emotivo va in una sola direzione, non è un atto di amicizia. Inoltre, sembra che nella sua vita ci siano altre persone – un coniuge e dei familiari – che sono in una posizione migliore per aiutarla, e di conseguenza hanno una maggiore responsabilità.

Tu non hai abbandonato questa persona nel pieno della tempesta: negli anni del maltempo sei rimasta presente, pagando anche un prezzo personale. Ma non si può pretendere che tu sia allo stesso tempo un rifugio e un parafulmine.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it