Tra guerre militari e commerciali l’estate dei mercati finanziari è stata caratterizzata anche dalla svalutazione dello yen giapponese, che non fa dormire sonni tranquilli non solo al governo di Tokyo ma anche agli Stati Uniti. Alla fine di luglio, infatti, la Casa Bianca ha organizzato in tutta fretta, in collaborazione con il Giappone, un intervento urgente per sostenere lo yen. In caduta libera da tempo (ne avevo parlato in questo articolo due anni fa), un mese fa la moneta era al punto più basso dal 1986.

L’ultima volta che gli Stati Uniti si erano mossi in grande stile per lo yen era stata nel 1998, in seguito alla crisi finanziaria che a partire dall’anno prima aveva travolto l’Asia. Un’altra azione, ma di minori dimensioni, c’era stata nel 2011, all’indomani del disastro di Fukushima. Quindi il fatto che la Casa Bianca si sia mossa è segno che la situazione dev’essere davvero preoccupante.

Tradizionalmente lo yen debole favorisce un’economia come quella giapponese, che punta decisamente sulle esportazioni. E in questi mesi è stato una manna dal cielo anche per il turismo. Allora perché Tokyo è in allarme? Una valuta eccessivamente debole ha effetti nefasti sul costo della vita, dal momento che fa aumentare il prezzo di molti beni importati, tra cui l’energia e le materie prime. Negli ultimi due anni il problema è costato il posto a ben due primi ministri (Fumio Kishida e Shigeru Ishiba), prima dell’avvento di Sanae Takaichi, il cui programma ovviamente prevede come punto principale il miglioramento del costo della vita. Per raggiungere l’obiettivo, la premier prevede generosi tagli alle tasse, rinviando al futuro le preoccupazioni per le finanze pubbliche. La svalutazione è però un grosso ostacolo sulla sua strada.

Alla radice del problema c’è il persistente deflusso di capitali alimentato da una gigantesca operazione di carry trade, la pratica speculativa che consiste nel prendere in prestito denaro nei paesi con i tassi d’interesse più bassi e cambiarlo in valuta di paesi con rendimenti maggiori in modo da ottenere una rendita. Il Giappone è una meta ideale per chi si dedica a queste manovre, perché ha tassi d’interesse nettamente più bassi rispetto a quelli delle altre grandi economie del pianeta. Un rimedio potrebbe essere un deciso rialzo del costo del denaro da parte della banca centrale, ma qui sorge un secondo problema: il Giappone è uno dei paesi più indebitati del mondo, con un debito pubblico superiore al 200 per cento del pil; un costo del denaro più alto significa pagare rendimenti maggiori per i titoli di stato e quindi più spese per il governo.

Il paese è alle prese con l’indebitamento eccessivo da più di trent’anni, cioè dallo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria degli anni novanta, ma finora ha sempre tenuto la situazione sotto controllo perché, come fa notare Gillian Tett sul Financial Times, gran parte dei titoli di stato è nelle mani dei giapponesi (solo il 7 per cento è posseduto da stranieri), un popolo noto per “una forte tradizione culturale di sacrificio condiviso e coesione sociale”. Forse oggi le cose non stanno più così, anche se la premier Takaichi continua a crederlo e spera in un rilancio dell’economia che renda superflui aumenti dei tassi e soprattutto riforme e tagli che mettano a posto i conti: la famigerata austerità, che non attira certo il consenso di molti elettori.

Non è un caso che l’intervento di fine luglio abbia avuto l’effetto di un pannicello caldo: nel giro di poche settimane, alla fine di agosto, lo yen aveva perso quasi tutto il terreno guadagnato. Ora il governo giapponese parla di ulteriori interventi e ha favorito un nuovo rialzo del cambio. Ma la storia insegna che le manovre monetarie e altri strumenti finanziari alla lunga si rivelano impotenti se non si mette mano ai problemi economici alla base. Dovrebbe saperlo bene Scott Bessent, il segretario al tesoro di Trump che ha organizzato l’intervento di fine luglio insieme all’omologa giapponese Satsuki Katayama: nel 1992 fu tra i protagonisti, al seguito di George Soros, del famoso attacco che fece crollare la sterlina inglese, insieme alla lira italiana.

Resta da capire come mai Washington abbia tanta premura nei confronti di Tokyo. Il motivo non è certo “la necessità di aiutare un alleato storico”, come ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Da quando è tornato in carica, l’inquilino della Casa Bianca ha fatto diventare il suo paese “uno stato canaglia” che cerca di rafforzarsi ai danni di chiunque (compresi gli alleati storici), senza farsi scrupoli nel ricorrere a ricatti e minacce, convinto che ogni guadagno sia possibile solo se c’è qualcuno che ci perde. C’è chi fa osservare che da sempre, per motivi commerciali, gli Stati Uniti non vedono di buon occhio uno yen svalutato. Ma forse la realtà è più complessa: secondo alcuni la Casa Bianca si sarebbe mossa solo perché il crollo ulteriore dello yen potrebbe avere ripercussioni negative sulle finanze pubbliche statunitensi, ormai tutt’altro che equilibrate.

È di questo parere un grande esperto di valute come Barry Eichengreen, professore di economia e scienze politiche dell’Università della California a Berkeley, negli Stati Uniti. Secondo Eichengreen, Bessent teme che per rafforzare lo yen la banca centrale giapponese venda i suoi titoli denominati in dollari e che lo stesso possano fare altri paesi alle prese con problemi simili. Tutto questo farebbe ulteriormente salire i tassi del debito statunitense, una pessima notizia per un paese che ha un debito federale ormai superiore alla cifra stratosferica di quarantamila miliardi di dollari, pari a più del 120 per cento del pil, e che ogni anno spende circa mille miliardi solo per pagare gli interessi.

Non a caso dopo l’intervento di luglio il segretario al tesoro statunitense ha invitato il Giappone a “fare la cosa giusta”, in particolare ad aumentare il costo del denaro. La volontà di proteggere il dollaro, aggiunge Eichengreen, è provata anche dal fatto che per comprare yen Bessent ha venduto euro: un chiaro invito a non ricorrere alle riserve nella valuta statunitense, perché così si rischierebbe di “aggravare una situazione già delicata”. E perché ormai mancano poche settimane alle elezioni di metà mandato.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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