Il concerto degli Oasis a Edimburgo, in Scozia, è cominciato da circa mezz’ora. È il 12 agosto e a un certo punto Liam Gallagher si rivolge al pubblico. “Qui non facciamo la Macarena o cose del genere”, dice, colorando la frase con il suo accento di Manchester e una serie di fucking. “Dovete solo girarvi di spalle, abbracciarvi e saltare, potete farcela”, aggiunge, prima che la band attacchi furiosamente Cigarettes & alcohol, un pezzo scritto nel 1994 per descrivere con cinismo e ironia la vita della classe lavoratrice di Manchester negli anni novanta e che prese in prestito il riff da un famoso brano dei T.Rex.
Dopo le prime note di Cigarettes & alcohol, le circa 67mila persone presenti allo stadio di Murrayfield, sia quelle sul prato sia quelle sugli spalti, si girano e cominciano a saltare, proprio come aveva chiesto il cantante. È la poznan, com’è chiamata in gergo, una coreografia che i tifosi del Manchester City (la squadra tifata dai fratelli Gallagher) ha preso in prestito dagli ultras polacchi del Lech Poznań.
Momenti come questi spiegano bene il rapporto che c’è tra gli Oasis e il pubblico del Regno Unito. È un legame che trascende le musica e somiglia a una specie di religione laica, con codici precisi: birra, cappello alla pescatora, felpe dell’Adidas, cori da stadio, uso quasi inesistente dei telefoni durante il concerto e una voglia di condividere la musica che rimanda all’epoca dei rave e della madchester, la dance alternativa britannica degli anni ottanta.
Durante il concerto di Edimburgo, il terzo in programma in città dopo quelli dell’8 e 9 agosto, questa energia era palpabile, ma si respirava già da ore. Io sono arrivato verso ora di pranzo con un treno da Glasgow. Alla stazione di Queen Street mi sono ritrovato già dentro l’atmosfera dell’evento. Gli avvisi sul tabellone, che invitavano i passeggeri ad avere pazienza perché i treni sarebbero stati pieni di fan degli Oasis, contenevano citazioni di brani della band: “If there’s a problem, be our wonderwall”. In giro si vedevano parecchie persone con la maglietta del gruppo.
Nella zona attorno allo stadio ogni pub diffondeva a tutto volume le canzoni della band. Ad alcuni ragazzi che stavano attraversando con il rosso un uomo a bordo di un furgoncino bianco ha cantato per ripicca il ritornello del brano Parklife dei Blur, gli acerrimi nemici degli Oasis nell’epoca d’oro del britpop. Di fronte al Murrayfield, sotto un sole caldissimo, un ragazzo suonava per strada Whatever e le persone intorno a me si sono fermate per accompagnarlo con dei cori. Due ragazze agitavano cartelli con la scritta “I’m looking for tickets”, alla disperata ricerca di un biglietto dell’ultimo minuto. I gabbiani sorvolavano lo stadio in mezzo ai venditori ambulanti di hamburger, cibo tailandese e fish & chips.
Una simile Gallagher-mania era prevedibile. Quando nell’agosto 2024 gli Oasis hanno annunciato a sorpresa che sarebbero tornati insieme dopo sedici anni, nel Regno Unito e nel resto del mondo si è scatenata una folle corsa al biglietto, frustrata sia dall’inevitabile distanza tra domanda e offerta sia dai prezzi fuori controllo, un aspetto che ha attirato agli Oasis diverse critiche dei fan storici. Per i britannici la reunion degli Oasis non è solo l’occasione di ascoltare di nuovo dal vivo la loro musica, è molto di più. È una celebrazione del passato, che nasconde la voglia di ridare al paese almeno un po’ di quella euforia che si respirava negli anni novanta e di trasmetterla magari alle nuove generazioni.
A prima vista, a parte i tanti stranieri presenti – alcuni anche dagli Stati Uniti, dall’Asia e dall’America Latina – allo stadio lo zoccolo duro dei fan è composto da uomini e donne tra i quaranta e i sessant’anni un po’ appesantiti dal passare degli anni, ma anche da ragazzi e ragazze che probabilmente stanno per vedere Liam e Noel Gallagher sullo stesso palco per la prima volta.
In un certo senso i fan degli Oasis rappresentano l’essenza del popolo britannico. “We the people fight for our existence” (noi, la gente, combattiamo per la nostra esistenza), cantava Noel Gallagher in Little by little, brano pubblicato nel 2002 e suonato anche al Murrayfield. In questi anni si è scritto molto del populismo imperante, denunciandone i lati negativi. Ecco, gli Oasis in un certo senso sono degli autorevoli rappresentanti del populismo britannico, ma ne incarnano forse la parte più spensierata e meno tossica, anche perché sono cresciuti in un quartiere operaio e un tempo erano molto vicini al partito laburista (oggi non è chiaro quale sia il loro orientamento). Mettono d’accordo persone di estrazione sociale molto diversa e piacciono contemporaneamente a inglesi, scozzesi e irlandesi. Sono patrimonio di tutti. È per celebrare tutto questo che i fratelli Gallagher e i loro fan sembrano essersi riuniti qui.
Sono quasi le 20.15. Dopo i set di apertura dei Cast e dell’ex cantante dei Verve, Richard Ashcroft, l’impianto dello stadio sta diffondendo della musica di “riscaldamento”. Dopo una lunga serie di pezzi psichedelici anni settanta e uno spezzone di Get back dei Beatles (un pezzo che non a caso parla di “tornare nel posto che ti appartiene”), parte a tutto volume Born slippy degli Underworld, inno della techno britannica e colonna sonora di una scena famosissima di Trainspotting di Danny Boyle. Qualche giorno fa Irvine Welsh, l’autore del romanzo da cui è tratto il film, è stato al concerto con degli amici e ha scritto su Instagram: “Questo è il momento migliore per vedere gli Oasis. Grazie a Noel e Liam per un pezzo di meraviglia che onora la vita”.
Finita Born slippy è la volta del brano strumentale Fucking in the bushes, sulle cui note entra il gruppo, accolto da un boato. Liam Gallagher sale sul palco tenendo il braccio del fratello Noel alzato, come a dire: “Visto? Abbiamo fatto pace”. E poi si mette al microfono con la sua tipica posa, con la schiena curva e le mani dietro la schiena: “Oasis vibes in the area, Edinburgh vibes in the area”, annuncia, e la band attacca Hello, il brano d’apertura del suo disco più famoso, What’s the story morning glory?, il cui ritornello dice: “It’s good to be back”, è bello essere tornati.
La prima parte del concerto è elettrica, tesa, ma il suono è troppo impastato, anche a causa dell’acustica non perfetta dello stadio. Al pubblico questo non sembra interessare: nel prato si salta e urla a squarciagola ogni parola delle canzoni. E anche nella tribuna del primo anello, dove sono io, la situazione è simile, anche se leggermente più tranquilla. Nessuno segue il concerto da seduto, e il volume del Murrayfield a tratti è così alto che non si capisce dove finisce la voce di Liam e dove comincia quella del pubblico.
A Hello segue Acquiesce, un pezzo dove i fratelli si alternano alla voce, e poi arrivano altri classici come Morning glory, Some might say e la citata Cigarettes & alcohol. Tutta la scaletta pesca dai primi tre dischi degli Oasis, usciti tra il 1994 e il 1997. Fra i brani proposti, solo Little by little è stata scritta dopo il 2000. Mentre i pezzi si sussueguono, gli Oasis non dicono quasi niente. Liam Gallagher polemizza con il comune di Edimburgo, che in un documento ufficiale aveva definito i fan del gruppo “chiassosi” e “ubriachi”, dicendo che sta ancora aspettando le scuse delle autorità. Poi si tappa la bocca da solo, dicendo che gli hanno detto che non deve più parlare della questione (nei giorni aveva definito le istituzioni della città “un branco di serpenti”). Noel Gallagher parla ancora meno, ma sembra godersi l’atmosfera e dice di essere contento “per tutte le persone giovani che sono qui”. Nessuna dichiarazione politica, nessuna spiegazione sul perché la band abbia deciso di tornare insieme. Del resto la strategia comunicativa, da un anno a questa parte, è sempre quella: lasciar parlare la musica.
I colpi migliori
Dopo questo momento intenso ma un po’ confuso, gli Oasis sembrano prendere le misure e la qualità della musica sale. Merito anche di Noel Gallagher, che oltre a essere il principale autore dei brani è anche l’anima musicale della band. Il fratello maggiore sale in cattedra, prende il microfono e regala due splendidi brani semiacustici: Talk tonight e Half the world away, un pezzo scritto quando era giovane e sognava di andarsene da Manchester.
Quando Liam torna sul palco, la band suona una versione robusta e convincente di D’you know what i mean?, un pezzo che tiene insieme melodia e psichedelia, e poi si butta su un classico da pub: Stand by me, dedicata misteriosamente da Liam Gallagher alla cantante scozzese Susan Boyle. A questo punto il concerto è decollato e gli Oasis hanno trovato la quadratura per affondare i colpi migliori: Slide away, una canzone d’amore satura di chitarre distorte, arriva al crescendo finale in cui i due fratelli armonizzano le voci e finalmente Liam Gallagher si esalta. Whatever è un pezzo dalla melodia inattaccabile, e in coda gli Oasis suonano anche il ritornello di Octopus’s garden, ricordando a tutti per l’ennesima volta l’amore assoluto per i Beatles. E poi ecco Live forever, inno alla vita eterna scritto in risposta al nichilismo dei Nirvana, e la muscolare Rock’n’roll star, altro brano escapista che non perde la sua forza nonostante il passare degli anni.
La band scende dal palco ed è richiamata su dagli applausi. Prima del bis, Noel Gallagher presenta i musicisti, tra i quali ci sono tre ritorni d’eccezione: il chitarrista e fondatore Paul “Bonehead” Arthurs, il chitarrista Gem Archer e il bassista Andy Bell (in prestito dai Ride). A loro si è aggiunto il solidissimo Joey Waronker, ex batterista dei R.E.M. e percussionista dei Red Hot Chili Peppers.
Per questa parte gli Oasis si sono tenuti da parte quattro classici: The masterplan (che stasera grazie ai fiati nel finale vira quasi verso territori spaghetti western), Don’t look back in anger (che Noel Gallagher canta insieme al pubblico sempre più scatenato e rumoroso), Wonderwall (dal vivo non rende mai quanto la versione in studio) e soprattutto Champagne supernova, capolavoro di pop psichedelico arricchito dagli assoli di Noel Gallagher, un chitarrista non particolarmente tecnico e a volte impreciso, ma sempre emozionante. Sul finale di Champagne supernova, mentre i feedback delle chitarre inondano lo stadio, partono dei fuochi d’artificio. Liam e Noel si prendono l’ultimo applauso, visibilmente soddisfatti di com’è andata la serata.
Fuori dallo stadio
Questa parte del tour degli Oasis, che si concluderà con due date a Dublino e altre due a Londra a settembre, prima di sbarcare negli Stati Uniti (nel 2026 in Italia? È possibile dato che c’è una trattativa in corso per portarli a Roma), è oggettivamente un trionfo. Che si ami o no la band, bisogna riconoscere che al netto dei prezzi assurdi dei biglietti l’operazione reunion è riuscita. Gli Oasis suonano compatti, molto più convincenti che negli anni precedenti allo scioglimento. E la voce di Liam Gallagher è tornata su buoni livelli, anche se è lontana dai fasti degli anni novanta.
La band è convincente perché semplicemente (e furbescamente) evita di complicare le cose e ti sbatte in faccia le sue canzoni migliori, che nel Regno Unito difficilmente mancano il bersaglio. Il fatto che a questi concerti si vedano pochi telefoni e che le persone si facciano coinvolgere in questo modo così spontaneo è una gioia per gli occhi e le orecchie. Quasi niente è perfetto sul palco, ci sono diverse sbavature e cose da sistemare, eppure tutto suona sincero, liberatorio. Lo prova il fatto che fuori dallo stadio, mentre gli spettatori si avviano ordinati verso casa, anche se alcuni barcollano visibilmente, le canzoni degli Oasis continuano a essere cantate da tutti: Slide away, Live forever, Wonderwall. Il ritorno degli Oasis non toccherà mai vette musicali assolute e non aprirà chissà quale dibattito nella cultura britannica, ma funziona per un motivo molto semplice: è un inno al potere delle canzoni.
Iscriviti a Musicale |
Cosa succede nel mondo della musica. A cura di Giovanni Ansaldo. Ogni lunedì.
|
Iscriviti |
Iscriviti a Musicale
|
Cosa succede nel mondo della musica. A cura di Giovanni Ansaldo. Ogni lunedì.
|
Iscriviti |
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it