Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha messo a segno un altro colpo nella sua strategia di presentazione di opere faraoniche destinate a promuovere il suo regime agli occhi del mondo e ad alterare gli spazi urbani e la memoria del paese. Il 4 luglio Al Sisi, in uniforme militare, ha inaugurato il nuovo quartier generale del comando strategico dell’Egitto nel corso di una trionfale cerimonia che prevedeva anche l’esibizione di bande musicali, coreografie e spettacoli aerei. Chiamato Octagon, in un apparente riferimento al Pentagono statunitense, il quartier generale è un riflesso delle ambizioni dell’Egitto di porsi come potenza militare regionale.

Il sito copre un’area di più di nove chilometri quadrati nella Nuova capitale amministrativa, la città voluta da Al Sisi in mezzo al deserto, 45 chilometri a est del Cairo, con l’obiettivo dichiarato di risolvere i problemi di sovrappopolazione e inquinamento della vecchia capitale. La nuova città senza nome, la cui costruzione è cominciata circa un decennio fa per un costo stimato di 58 miliardi di dollari, dovrebbe ospitare le sedi del governo e delle istituzioni, oltre a un quartiere finanziario. Presentata dal governo come un simbolo del glorioso futuro dell’Egitto, secondo i critici illustra invece il tentativo del potere di allontanarsi dalla popolazione ed evitare che possa ripetersi una rivoluzione come quella che rovesciò il regime di Hosni Mubarak nel 2011.

All’interno della nuova capitale l’Octagon, composto da tredici zone che ospitano il ministero della difesa, il comando delle forze armate, data center, reti di comunicazione protette, strutture di simulazione e infrastrutture di sicurezza informatica, rappresenta la massima espressione di uno stato in cui il comando, la sorveglianza e i processi decisionali sono concentrati in un unico luogo separato dalla società su cui esercita il suo dominio.

Lo scrittore e attivista egiziano Hossam el Hamalawy spiega a New Lines Magazine una delle lezioni fondamentali che l’apparato militare ha tratto dalla caduta di Mubarak: la sua maggiore vulnerabilità non risiede in un avversario esterno, bensì nella capacità dei movimenti di massa di occupare lo spazio pubblico, circondare le istituzioni statali ed esercitare pressione sui centri di potere. “L’Octagon è la concretizzazione di questa logica”, aggiunge.

Nel suo discorso inaugurale Al Sisi ha fatto diversi riferimenti alle proteste del 2011, descrivendole come l’origine della devastazione economica che continua a pesare sul paese. Amr Magdi, ricercatore sul Medio Oriente di Human rights watch, conferma a The New Arab che trasferire le principali istituzioni governative dal Cairo al deserto ha lo scopo di proteggere la leadership politica in modo “distopico”: “Le strade e la struttura stessa della città consentono un dispiegamento delle forze di sicurezza più rapido ed efficiente nel caso in cui i manifestanti raggiungano la zona”.

Nei dodici anni del suo regime, mentre criminalizzava il dissenso e reprimeva ogni espressione di libertà con l’adozione di leggi che hanno estremamente limitato la possibilità di riunirsi, Al Sisi si è impegnato a realizzare una serie di progetti per ridefinire lo spazio pubblico. Piazza Tahrir, epicentro della rivoluzione, è stata ristrutturata per cancellare ogni traccia del passato: al suo centro ora svetta un obelisco del faraone Ramses II, risalente al tredicesimo secolo aC, circondato da quattro sfingi portate da Luxor. Oltre la rotatoria una serie di palme e lampioni impediscono la fruizione pubblica del luogo.

Nuovi ponti, strade e autostrade hanno trasformato altre zone della capitale. Perfino un enorme cimitero storico del Cairo è stato demolito per dare priorità alle opere stradali e a nuove infrastrutture. Mentre il governo sostiene di voler riqualificare e rinnovare la capitale, ricercatori e urbanisti sostengono da tempo che questi cambiamenti facilitano gli spostamenti delle forze di sicurezza all’interno della città, riducendo la possibilità di organizzare raduni di massa e blocchi stradali.

L’Octagon porta la strategia del potere a un nuovo livello: radunando tutta la leadership della difesa in un unico luogo, Al Sisi rivela che la minaccia principale per il suo regime non è un esercito straniero che potrebbe facilmente colpire una struttura così esposta, ma una popolazione che in passato si è già dimostrata capace di rovesciare i dittatori.

Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.

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