Quando sono arrivati all’aeroporto di Malpensa erano felici di essere al sicuro in un paese che gli avrebbe garantito di poter continuare a studiare. Ad aspettare i dieci ragazzi e ragazze c’era una delegazione dell’università Statale di Milano di cui faceva parte il professore Antonio Violante, che da mesi segue la vicenda degli studenti palestinesi vincitori di borse di studio in Italia.

“Eravamo molto contenti di essere riusciti a portarli in Italia, il ministero si è mosso proprio in extremis. È importante riconoscere il lavoro fatto dai funzionari che si sono impegnati per permettere quell’arrivo”. Ma, aggiunge Violante, quella soluzione non ha chiuso la questione. “Alcuni vincitori di borse di studio per l’anno accademico 2025/2026 sono ancora bloccati a Gaza”.

Attraverso sette trasferimenti organizzati dal ministero degli esteri con visti universitari sono arrivati in Italia circa 230 studenti, mentre altri e altre restano in attesa di poter partire. Hanno superato una selezione, vincendo delle borse di studio garantite da atenei o sponsor privati che coprirebbero le spese di studio e permanenza. Ma continuano a rimanere in un limbo amministrativo che nelle ultime settimane è diventato paradossale: è infatti chiesto loro di mostrare una certificazione della conoscenza della lingua italiana.

Il 28 giugno i rettori e le rettrici di diverse università italiane hanno scritto al ministero degli esteri, al ministero dell’istruzione e alla conferenza dei rettori, chiedendo un intervento urgente. Nella lettera spiegano che alcuni studenti gazawi “pur essendo stati selezionati e pur avendo titolo per avviare un percorso universitario in Italia” non riescono ancora a raggiungere il paese.

Secondo le persone che seguono le ragazze e i ragazzi, nelle ultime settimane alcune procedure si sarebbero bloccate proprio per il requisito della conoscenza della lingua italiana. “Il problema è che è stato chiesto a questi ragazzi una competenza che non potevano avere”, denuncia Violante. “Nessuno aveva detto loro di studiare italiano prima. Ci sono studenti che sono stati ammessi a corsi tenuti in inglese e che avrebbero imparato la lingua italiana una volta arrivati in Italia, come hanno fatto quelli già arrivati”.

La lettera dei rettori insiste proprio su questo punto: il requisito linguistico esiste nella normativa per gli studenti internazionali, ma in una situazione di emergenza come quella di Gaza la sua applicazione deve tenere conto delle condizioni reali. Gli atenei sostengono di poter organizzare corsi intensivi di italiano dopo il loro arrivo, come hanno già fatto per chi ha raggiunto l’Italia prima di loro.

“Pensare che una persona a Gaza, sotto i bombardamenti, possa seguire un corso intensivo di italiano online come condizione per uscire è una richiesta difficile da sostenere”, spiega Anna Brambilla, avvocata dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), che segue alcuni casi di studenti rimasti bloccati. “Ci sono problemi di connessione, di elettricità, di sicurezza. Ma soprattutto manca chiarezza sui criteri usati”.

Il 3 luglio, dopo la denuncia, una circolare ha chiarito che il requisito della certificazione linguistica è secondario, nel caso in cui gli studenti arrivino da un contesto di guerra.

Ma rimangono una serie di problemi. Secondo Brambilla, il più grosso è l’imprevedibilità dell’esito della procedura: “Quella che vediamo è una gestione discrezionale delle evacuazioni. Non si capiscono bene i criteri con cui alcune persone vengono inserite nei percorsi e altre no”.

Tra i casi seguiti dall’avvocata c’è quello di una studente che doveva frequentare le lezioni all’università di Padova, sostenuta da una fondazione privata. La ragazza aveva una copertura economica per il percorso universitario, tuttavia la procedura per il visto è rimasta bloccata per mesi.

“Abbiamo fatto un ricorso al tribunale amministrativo regionale a Roma”, racconta Brambilla. “Il tribunale ha ordinato al consolato italiano a Gerusalemme di adottare un provvedimento immediato sulla domanda di visto. La risposta è arrivata, ma il problema è che nel frattempo il tempo è passato e la situazione della persona è ancora bloccata e non si capisce perché”.

Secondo Brambilla gli ostacoli riguardano anche gli studenti che non hanno una borsa di studio pubblica, ma sono sostenuti da fondazioni o sponsor privati. “Se la copertura economica è garantita e documentata, non dovrebbe esserci una differenza basata solo sulla provenienza dei fondi”.

Gli esami di ammissione all’università Al Azhar a Gaza, 2 giugno 2026 (Abdalhkem Abu Riash, Anadolu/Getty Images)

La lettera firmata dalle rettrici e dai rettori chiede infatti di includere nella valutazione anche gli studenti sostenuti da associazioni, sponsor privati o istituzionali, purché sia dimostrata la copertura economica necessaria. Le università chiedono inoltre attenzione ai casi delle studenti con figli minori, che non possono essere considerate solo come singole candidate, ma come persone con responsabilità familiari. Molte di loro sono state bloccate proprio dal fatto che volevano portare i figli minorenni con loro.

Dietro alle procedure amministrative ci sono storie personali che mostrano quanto il tempo sia un fattore decisivo. Maria Grazia Patania, dell’associazione Fiori sui cannoni, segue da mesi alcuni studenti e le loro famiglie. Racconta il caso di Medo, che grazie al programma Iupals è arrivato all’università di Sassari per studiare ingegneria e ora ha chiesto il ricongiungimento familiare con il padre Ibrahim, che è gravemente malato e ha ottenuto il visto per cure mediche.

“Il padre di Medo doveva essere trasferito urgentemente già da tempo”, spiega Patania. “L’Organizzazione mondiale della sanità ne aveva indicato la necessità perché aveva un tumore in fase molto avanzata e a Gaza non poteva ricevere le cure necessarie”. In Italia un istituto oncologico di Padova si era dichiarato disponibile ad accoglierlo e a sostenere il percorso terapeutico.

Ma il trasferimento non è ancora avvenuto. “Abbiamo saputo che Ibrahim è stato operato nuovamente senza anestesia”, racconta Patania. “Il tempo stringe. Il problema non è trovare un posto dove curarlo: quel posto esiste già. Manca la possibilità di farlo arrivare”.

Secondo Patania, dopo l’ultima operazione di metà maggio alcuni studenti sono stati contattati dal consolato italiano a Gerusalemme, ma poi non ci sono stati nuovi trasferimenti. “Ci hanno raccontato di chiamate ricevute in italiano, cosa che ha creato ulteriore confusione. Poi non è più successo nulla. Da quel momento non abbiamo avuto informazioni chiare su quando riprenderanno le evacuazioni”.

All’università Statale di Milano, intanto, il progetto prosegue. Per il prossimo anno accademico l’ateneo ha previsto nuove borse, insieme ad altri atenei italiani, con condizioni simili a quelle già garantite agli studenti arrivati: alloggio, vitto, tasse universitarie, assistenza sanitaria, trasporti e sostegno allo studio.

“Io vedo i ragazzi che sono arrivati e che stanno cercando di costruirsi una vita nuova”, racconta Violante. “Ma vedo anche il peso enorme che portano: loro sono qui al sicuro, mentre i familiari e gli amici sono ancora a Gaza. È una situazione difficile da accettare”.

Per chi segue la vicenda, il punto non è soltanto amministrativo. I corridoi universitari sono nati come uno strumento di protezione e di diritto allo studio. Ma rischiano di non essere attuati fino in fondo.

“L’università italiana si è dimostrata disponibile ad assumersi la responsabilità dell’accoglienza e della formazione”, scrivono i rettori. “Serve però una soluzione coordinata che permetta agli studenti rimasti di raggiungere l’Italia in tempi compatibili con l’inizio dell’anno accademico”.

Anche i visti umanitari sono fermi

Ma la difficoltà di arrivare in Italia non riguarda solo gli studenti inseriti nei corridoi universitari. Secondo Nazzarena Zorzella, avvocata di Asgi, anche per i visti umanitari ci sono ostacoli difficili da superare. “Stiamo seguendo diversi casi e i problemi sono tanti: dipende se le persone sono a Gaza, in Egitto o in Giordania, ma complessivamente ci sono difficoltà che ci trasciniamo dietro da più di un anno”, racconta. Secondo Zorzella in questa situazione si troverebbero centinaia di persone.

Il nodo, spiega l’avvocata, riguarda spesso l’identificazione delle persone e la possibilità concreta per i consolati di completare le procedure. “Anche quando otteniamo degli ordini giudiziali che riconoscono il diritto all’ingresso in Italia, il blocco si sposta al consolato. Ci viene detto che non ci sono le condizioni operative di sicurezza per procedere all’identificazione e all’acquisizione dei dati biometrici”. Un meccanismo che, secondo l’avvocata, rischia di trasformarsi in un circolo vizioso: le persone non possono uscire da Gaza perché mancano le autorizzazioni, e le procedure non possono concludersi perché non è possibile completare gli accertamenti, anche se sono forniti passaporti e documenti da parte dei legali.

Zorzella ricorda che nell’ultimo anno Asgi ha raccolto centinaia di richieste di visti umanitari, in gran parte rimaste senza una risposta. “Il problema è che il tribunale di Roma ha cambiato orientamento rispetto alla fase iniziale della guerra. Prima accoglieva molti ricorsi e ordinava il rilascio dei visti, poi la situazione è cambiata”. Il tribunale ha preso per buona la tregua firmata nella Striscia di Gaza e anche se gli avvocati forniscono i documenti che dimostrano le condizioni umanitarie ancora tragiche della popolazione, i visti sono concessi con minore frequenza.

“Noi continuiamo a presentare ricorsi perché riteniamo che debba essere chiarito come funziona lo strumento del visto umanitario. Il diritto d’asilo garantito dalla costituzione italiana presuppone una possibilità concreta di arrivare in un luogo sicuro, altrimenti rischia di diventare una norma vuota”.

Tanto più che nel caso dei palestinesi di Gaza la maggior parte di loro ha intenzione di tornare nel paese, una volta conclusa la fase più critica. “Dobbiamo porci il problema del diritto al ritorno. Molti palestinesi lo dicono chiaramente: vogliono poter uscire per sopravvivere, per curarsi, per studiare, ma vogliono anche poter rientrare, appena sarà possibile”.

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