Scorrevo velocemente i social media, come faccio spesso mentre aspetto il mio turno alla cassa del supermercato o nel pomeriggio mentre aspetto che mio figlio esca da scuola. A volte aspetto me stessa quando sono in ansia, quando qualcosa mi preoccupa ma solo più tardi capisco cosa sia. Quando mi rifugio nello scrolling compulsivo finisco per non vedere più i contenuti di Facebook o di Instagram. Lo schermo mi offre uno spazio inconscio in cui agire e provare a capire, dentro una nuvola che mi separa da quello che appare sul telefono.

In questo stato d’animo, mentre passavo le dita sullo schermo per vedere i video delle manifestazioni studentesche di Milano e seguire le reazioni dei partiti, mi sono resa conto che, in realtà, volevo solo scappare da tutto questo: non aprivo né i post né i video, saltavo da un titolo all’altro. Poi lo scorrere si è fermato un istante. Sul post del mio amico Gennaro, che segnalava un articolo pubblicato dalla Cambridge University Press intitolato “Ibn Khaldun as a colonial archive: toward an epistemic decolonization” (Ibn Khaldun come archivio coloniale: verso una decolonizzazione epistemica).

Il titolo sul lavoro del noto filosofo arabo-musulmano del trecento mi ha catturata. Ho scaricato subito l’articolo per leggerlo sullo schermo del computer appena fossi tornata a casa. L’autore, l’antropologo Abdelmajid Hannoum, nato in Marocco e che insegna negli Stati Uniti, confronta il testo arabo della Muqaddima – considerata l’opera più importante di Ibn Khaldun, la pietra d’angolo della storiografia arabo-islamica – con le traduzioni francesi dell’ottocento e con quelle inglesi venute dopo, per mostrare come la traduzione coloniale abbia trasformato i suoi concetti fluidi in fisse categorie razziali.

La parola gil (generazione), per esempio, è stata tradotta con “razza” (‘arq). Gruppi che negoziavano tra loro sono stati trasformati così in blocchi per natura contrapposti gli uni agli altri: una “razza” araba contro una “razza” berbera. Nell’introduzione alla sua traduzione di Ibn Khaldun, William McGuckin de Slane, interprete capo dell’armata d’Africa francese, ha fatto dei berberi gli eroi, degli arabi i cattivi e della Francia la liberatrice dei berberi dal “giogo arabo” grazie all’invasione dell’Algeria del 1830.

Il colonialismo è stato così legittimato con la voce di uno dei più importanti storici arabi. Tanto che, nota Hannoum, alcuni intellettuali della nahda (il rinascimento culturale arabo tra ottocento e novecento) come l’egiziano Taha Hussein hanno letto Ibn Khaldun nel francese di de Slane, trattandolo, di fatto, come un testo che poteva sostituire l’originale arabo. In altre parole, abbiamo importato l’immagine di noi stessi dal punto di vista del colonizzatore.

L’articolo di Hannoum non vuole tanto “assolvere” Ibn Khaldun, quanto fare luce su come la traduzione abbia distorto ed esagerato quello che il filosofo nato a Tunisi e morto al Cairo aveva davvero detto. Hannoum conclude affermando che siamo ancora oggi sotto l’influenza di quelle traduzioni. E che la traduzione fatta dall’intelligenza artificiale, costruita sulle classificazioni orientaliste esistenti, rischia di riprodurre questi schemi come se fossero un dato di fatto.

Ma non è stato Ibn Khaldun ad attirarmi verso l’articolo. Nel suo titolo ho trovato invece lo stimolo a capire cosa mi turbava: il modo in cui le parole possono creare comunità immaginate e trasformare una classificazione politica in quella che può sembrare una descrizione naturale della realtà.

Era esattamente quello che cercavo di capire mentre saltavo tra i titoli sulle manifestazioni di Milano: non volevo accontentarmi della superficie della scena né vedere quello che era successo attraverso i discorsi preconfezionati che lo avvolgevano. Cercavo una chiave per capire cosa mi aveva turbata nei discorsi pubblici prima, durante e dopo le proteste degli studenti.

Le proteste degli studenti

Venerdì 16 ottobre almeno migliaia di studenti sono scesi in piazza a Milano contro le politiche del governo italiano. Una delle richieste principali è stata la cancellazione del nuovo decreto-scuola, che fissa un tetto del 30 per cento per classe per alcune categorie di alunni considerati stranieri. I loro slogan erano “A scuola nessuno è straniero” e “Soldi alla scuola, non alla guerra”. Sventolavano bandiere palestinesi.

Portavano con sé anche altre richieste: affitti ragionevoli, che gli studenti fuori sede possano permettersi, e fondi per mettere in sicurezza gli edifici scolastici. A Milano non ci sono stati scontri e il corteo si è concluso con l’occupazione dell’ex obitorio comunale, un edificio vuoto.

Poi è arrivato il fine settimana con altri sviluppi. Sabato 17, a margine di una manifestazione contro il carovita, giovani incappucciati si sono staccati dal corteo e hanno vandalizzato strade e negozi tra piazza del Duomo – il centro della città e uno dei suoi simboli – e corso Vittorio Emanuele, l’esclusiva via dello shopping.

Domenica non era stata convocata nessuna manifestazione, ma circa duemila giovani sono arrivati per spaccare cose e saccheggiare negozi, richiamati dagli appelli circolati sui social media dopo che i video del giorno prima erano diventati virali. Quel giorno 271 giovani sono stati portati in questura, 220 dei quali minorenni.

Ed ecco che nei social media e nei mezzi d’informazione tradizionali discorsi politici di destra e di estrema destra si sono riempiti della parola maranza. Il termine, in particolare nel nord Italia, indica una categoria di giovani di seconda generazione di origine nordafricana. I dati pubblicatidalle stesse forze dell’ordine mostrano che dei 271 fermati solo 60 non hanno la cittadinanza italiana.

I genitori che aspettavano i figli davanti alla questura venivano da città vicine come Bergamo, Como, Lecco, Monza e Parma. Secondo gli inquirenti quei giovani sono in gran parte italiani, vivono fuori dalle periferie di Milano e non hanno appartenenza politica. E hanno agito senza pianificare nulla.

La parola maranza era comunque già pronta all’uso. Ma non teneva conto del coinvolgimento negli incidenti di giovani italiani che non s’identificano certo con quella parola. La loro presenza rovinava il teorema narrativo e ci avrebbe costretti ad affrontare una questione assai più complessa di quella ridotta alle “origini” e alla “nazionalità”: cosa succede a questa generazione (gil, secondo il linguaggio originale di Ibn Khaldun)? Perché scende in strada e si abbandona alla violenza?

Ma chi sono i maranza?

La parola maranza è usata fino dagli anni ottanta nel gergo giovanile del nord Italia per definire un certo tipo di bulli di quartiere. Secondo una delle tante ipotesi, il termine in origine alludeva agli stessi italiani venuti dal sud.

Nel 2019 è comparsa sui social media per descrivere giovani accomunati da un abbigliamento sportivo di noti marchi stranieri, da un certo tipo di musica considerata trasgressiva e da uno spiccato linguaggio di strada.

Molti di loro appartengono alla “seconda generazione”, cioè sono nati in Italia da genitori di origine straniera, per lo più nordafricana. Alcuni di questi giovani hanno finito per adottare la parola come un’identità con un proprio valore simbolico. Oggi, poi, molti la usano deliberatamente per darle una connotazione diversa: nei cortei di queste settimane sono comparsi cartelli con la scritta “Siamo tutti maranza”.

Non è la prima volta che dei giovani vengono ridotti a una sola parola. Nella Germania degli anni sessanta i lavoratori italiani erano chiamati in modo sprezzante Itaker (da italienische Kameraden) e Spaghettifresser (mangiaspaghetti) o indicati con termini riservati agli animali. In Svizzera erano i Tschinggen, un insulto che si dice derivi dal loro gridare i numeri giocando alla morra. E circolavano voci che questi lavoratori italiani mangiassero i gatti o coltivassero verdure nelle vasche da bagno.

Il 19 ottobre il centrodestra ha organizzato un presidio in una piazza vicino al Duomo e ha appeso uno striscione con la scritta: “Vi remigreremo tutti”. E un altro: “Maranza e centri sociali. Punizione esemplare per questi criminali”. Trai presenti c’erano il presidente del senato Ignazio La Russa, del partito postfascista Fratelli d’Italia, e alcuni papabili candidati a sindaco di Milano.

Il giorno dopo, a Lecco, vicino al capoluogo lombardo, una trentina di militanti di estrema destra si sono riuniti per una manifestazione “anti maranza”, durante la quale è stato cantato l’inno d’Italia ed è stato fatto il saluto romano. Lo stesso giorno un’ondata di panico e di notizie false su fantomatiche quanto imminenti rivolte di piazza ha svuotato il centro di Lecco: metà degli studenti non è andata a scuola, nonostante gli appelli delle autorità a non credere a queste voci.

Il 20 ottobre il governo italiano ha approvato un decreto per il “contrasto alla criminalità minorile”. E la premier Giorgia Meloni lo ha riassunto in una frase: “Chi rompe paga. E se chi rompe è minorenne pagano i genitori”.

Richieste che non hanno bisogno di traduzione

Il movimento studentesco sceso in piazza il 16 ottobre non era fuori contesto: aveva richieste legittime per un’istruzione giusta, non certo limitate ai figli degli immigrati né, tantomeno, alla sola Italia, ma espressione di un’intera generazione in tutta Europa. Poi, però, sono arrivate le proteste dei giorni successivi e con loro le accuse preconfezionate. E il cuore della conversazione è diventato la violenza, i maranza e la remigrazione.

Questo fenomeno non è nuovo per il mondo arabo mediterraneo: chi punta i riflettori sulla violenza ancora prima che accada la usa per mobilitare la piazza o, nel caso italiano, per preparare le elezioni della prossima primavera.

Non sono qui per difendere i maranza o per giustificare la violenza. Possiamo avere idee molto diverse e possiamo comunque ancora guardare all’Europa –nonostante siano cadute tante delle sue maschere – come al miglior rifugio per chi scappa dal proprio paese.

Ma la storia ha un grande peso. E il peso della storia dei paesi europei non sparisce aprendo università con dipartimenti di studi coloniali e post-coloniali, o cambiando nome ai musei di origine coloniale. A Parigi, per esempio, il palazzo costruito nel 1931 per ospitare il “Museo delle colonie” è dal 2007 il “Museo nazionale della storia dell’immigrazione”, ma il carattere idealizzato e trionfante dell’espansione coloniale è ancora lì, sulla facciata e negli affreschi.

Certamente questi e altri sono passi importanti ma ne servono altri ancora di maggior peso: governi di questi paesi europei devono riconoscere apertamente le loro responsabilità coloniali e collegare queste responsabilità alla questione dell’immigrazione.

Bisogna assumere piena e pubblica consapevolezza degli effetti sul presente delle politiche coloniali del passato, rendendosi conto del rapporto di causa-effetto, a volte diretto a volte indiretto, che hanno con le ricorrenti crisi migratorie. Quelle politiche continuano ancora oggi con l’invio di armi in alcuni paesi della regione, con un’accoglienza selettiva di lavoratori senza concedere pieni diritti a loro e alle loro famiglie, con l’apertura di fabbriche in paesi extraeuropei perché la manodopera costa meno e le leggi sono meno severe, con documenti e visti usati come arma di ricatto, con un linguaggio che accetta e fa suoi termini come “remigrazione”.

Ma tocca anche a noi, da quest’altra parte del mare. Anche noi dobbiamo riflettere su ciò da cui ci metteva in guardia lo scrittore e filosofo algerino Malek Bennabi quando parlava di colonizzabilità: accettare che l’altro ci descriva con le sue parole, e poi descrivere noi stessi con quelle stesse parole.

Gli strumenti sono cambiati: non c’è più bisogno di un traduttore al servizio del ministero della guerra per tradurre Ibn Khaldun. Basta un telefono nelle mani di ciascuno di noi, con un algoritmo che ci restituisce proprio quello di cui abbiamo timore, e con le dita che scorrono sopra i titoli come scorrevano le mie dita mentre aspettavo.

Il pericolo è lo stesso: un’etichetta ripetuta senza essere messa in discussione. Spesso deliberatamente e per fini politici, finché diventa realtà. E chi tra noi viene da paesi che hanno sperimentato come si coltivano l’estremismo e la violenza sa bene che questa semina comincia proprio dall’atto di dare il nome alle cose.

Nelle richieste di quei giovani di Milano, in tutti i loro gruppi e provenienze, non c’era niente che avesse bisogno di essere tradotto: scuole con i soffitti che non crollano, affitti ragionevoli, soldi per l’istruzione non per la guerra, a scuola nessuno è straniero. Le loro rivendicazioni erano – e sono – chiare. Hanno solo bisogno di qualcuno capace di ascoltarle e di accoglierle. ◆

(Traduzione di Lorenzo Trombetta)

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