Ha quindici anni, frequenta un liceo scientifico milanese ed era andato in piazza Duomo il 18 ottobre per guardare le proteste, perché aveva visto la notizia su TikTok e si aspettava qualcosa di simile agli scontri tra la polizia e gli studenti degli ultimi giorni in Francia. Era curioso. Si è trovato in mezzo a una folla di ragazzini sconosciuti che assaltavano le vetrine di supermercati, librerie e marchi di lusso.
Ora è accusato del reato di devastazione e saccheggio. La pena prevista è la reclusione da otto a quindici anni, che può aumentare se il fatto avviene durante manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico. Ma per i minori, in caso di condanna, la pena è ridotta di un terzo, spiega l’avvocato Paolo Oddi, che sta cercando di capire cos’è successo a un ragazzo che “sembra poco più di un bambino” e che era completamente “inconsapevole” delle conseguenze a cui andava incontro.
A Milano i fermi compiuti il 17 e il 18 ottobre sono stati più di duecento e nella maggior parte dei casi riguardano minorenni. Nella notte tra il 18 e il 19 ottobre i genitori di molti adolescenti fermati sono andati alla questura di via Fatebenefratelli per chiedere notizie dei figli. I cellulari dei ragazzi erano stati sequestrati e i genitori non riuscivano a contattarli. Alcuni sono arrivati anche da fuori città. A un certo punto uno dei funzionari si è messo a leggere i nomi dei fermati. Molti dei ragazzi, che vengono da contesti più svantaggiati, hanno nominato un avvocato d’ufficio.
La prima cosa che colpisce negli scontri in piazza Duomo a Milano è l’età dei ragazzi coinvolti, moltissimi minorenni. La seconda è la provenienza: i ragazzi arrivano dalle periferie della città e dai comuni vicini, ma anche da più lontano come Como o Alessandria. Sono gruppi che di solito trascorrono il sabato pomeriggio in piazza Duomo, tra le vetrine, ma abitano molto lontano dal centro. La terza: la convocazione è arrivata su internet da account Instagram e gruppi Telegram contro il carovita chiamati “L’Italia in piazza” e “Movimento 17 ottobre”.
È in questo modo che a Milano è successo qualcosa di nuovo, che ricorda in parte i riot di altri paesi come quelli di Londra del 2011, rivolte e disordini non organizzati che non somigliano a manifestazioni tradizionali. I social media e i video hanno un ruolo centrale: ogni volta che una vetrina viene sfondata, si alza un boato e i ragazzi si precipitano a filmare. I telefoni riprendono tutto: le cariche, i negozi danneggiati, gli scontri con le forze dell’ordine.
“Rivolta, rivolta contro lo stato”, grida un ragazzo molto giovane con il volto coperto. Dice che è tornato in piazza il 18 ottobre, perché il giorno prima ha visto delle cariche indiscriminate della polizia contro i suoi compagni.
I video finiscono sui social media e sono una parte centrale dell’intero processo. “C’era una strana euforia tra di loro, come di aver fatto qualcosa insieme ai compagni, quasi un rito iniziatico, la sensazione di avere compiuto un’impresa”, racconta Roberto Maggioni, giornalista di Radio popolare che ha seguito gli scontri di Milano tra sabato e domenica. “Se non fosse stato così, non sarebbero rimasti per quattro ore a rischiare di essere picchiati o arrestati. Non mollavano”.
Le forze dell’ordine erano completamente impreparate, soprattutto il 18 ottobre: c’erano pochi agenti a presidiare la piazza e non ci si aspettava che la situazione degenerasse.
Due giornate diverse
Per capire che cosa è successo bisogna però distinguere le due giornate. Il 17 ottobre in piazza Duomo era stata convocata una mobilitazione contro il carovita, con appuntamenti in diverse città e un richiamo circolato su TikTok e su Telegram in particolare dalla piattaforma “L’Italia in piazza”. In alcune città le manifestazioni sono andate deserte, in altre no. In alcuni casi c’è stata una presenza più forte di gruppi politici organizzati.
A Milano gli organizzatori avevano chiesto alla questura l’autorizzazione per un corteo, che era stata concessa. Ma lungo il percorso la polizia ha bloccato i manifestanti in via Farini per circa mezz’ora. Da quel momento la situazione è precipitata, racconta Maggioni: “La questura ha gestito la piazza come se avesse di fronte dei centri sociali o dei collettivi studenteschi strutturati, con referenti con cui si può trattare. Ma non era una piazza di quel tipo, non c’erano interlocutori con cui negoziare come succede di solito”.
Alla prima carica la situazione è degenerata. Una parte dei ragazzi ha reagito, raccogliendo materiale dai cantieri stradali e lanciando oggetti. Gli scontri si sono poi spostati in piazza Duomo, dove sono proseguiti per ore, anche nella galleria Vittorio Emanuele. “Una scena come quella dei blindati in piazza Duomo, con gli scontri anche in galleria, a Milano non l’avevo mai vista”, dice Maggioni.
I protagonisti degli scontri non erano gli studenti che avevano convocato la manifestazione, ma ragazzi giovanissimi, italiani e stranieri, spesso minorenni, provenienti dalle periferie milanesi e da altri comuni del Norditalia. Giovani che il sabato pomeriggio frequentano il centro città e che, una volta innescato il conflitto, si sono uniti agli scontri.
Il 18 ottobre la dinamica è stata diversa. Non c’era una manifestazione politica convocata pubblicamente, ma un appuntamento che è circolato solo sui social media. “La sensazione era di trovarsi davanti a qualcosa di più grande di Milano”, spiega Maggioni. Tra i fermati c’è anche un ragazzo egiziano che vive in una comunità per minori ad Alessandria. Un indizio di quanto i coinvolti nelle rivolte provengano da un territorio più vasto che in passato.
Prima che cominciassero gli scontri, tra le 15 e le 16, la polizia aveva già avviato controlli in piazza Duomo, fermando e fotografando ragazzi sulla base del loro aspetto e identificandone alcuni. È un sistema di profilazione razziale più volte denunciato dalla stampa e dalle organizzazioni che si occupano di discriminazioni e razzismo, e per il quale l’Italia in passato è stata anche richiamata dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza.
La questura si è giustificata sostenendo che quell’attività serviva a prevenire gli scontri. Nel frattempo, però, il numero dei giovani aumentava ed è arrivato fino a circa duemila persone. Verso le 16.30 sono cominciati i danneggiamenti. “Ho l’impressione che la questura abbia sottovalutato la situazione. All’inizio i poliziotti in piazza Duomo non erano molti e sono intervenuti in ritardo”, spiega Maggioni.
Il bilancio è di 271 persone fermate. Per 34 è stato chiesto l’arresto e per undici maggiorenni la custodia cautelare in carcere. Alcuni sono stati identificati prima degli scontri, altri nelle vicinanze dei negozi, altri ancora mentre scappavano o uscivano dagli esercizi commerciali in flagranza di reato. Le indagini dovranno chiarire le singole responsabilità.
Resta la questione di una generazione che sembra non avere interlocutori. Chiamata spregiativamente “maranza” dai politici, è spesso associata alla criminalità e a un’estetica riconoscibile: felpe, giacche sportive, borselli, abiti di marca. In realtà è una popolazione di cui nessuno si occupa. Dopo le promesse di interventi nei quartieri più difficili, non c’è stato un lavoro incisivo per costruire relazioni e percorsi di fuoriuscita dalla marginalità. Esistono doposcuola, studi di registrazione e associazioni che lavorano con i ragazzi, ma ne raggiungono solo una piccola parte.
Anche il rapporto di questi ragazzi con la politica sembra fragile. Alcuni frequentano i centri sociali o le associazioni radicate nei quartieri, ma fuori Milano questi legami si diradano.
In piazza “non c’era nessuna mediazione politica, nessuno con cui parlare per capire che cosa stesse succedendo e come uscirne in maniera dignitosa”, dice il giornalista di Radio popolare. In assenza di mediatori, la relazione tra ragazzi e forze dell’ordine si riduce allo scontro. Tra l’altro le numerose norme sulla sicurezza adottate dal governo Meloni sono risultate inefficaci a contrastare proteste e sommosse disorganizzate e spontanee.
“Si può dare anche una lettura sociologica: quella dell’esclusione, del tentativo di prendere qualcosa che non si ha”, spiega Maggioni. Ma tutto questo è ancora lontano dalla comprensione di un fenomeno che in parte è nuovo e in parte aveva già mandato più di un segnale.
Nell’ottobre del 2020 a Milano c’era stato un episodio simile: al termine di alcune proteste convocate contro le restrizioni dovute alla pandemia, gruppi di ragazzi molto giovani, spesso di origine straniera, avevano assaltato vetrine e negozi di marchi di lusso tra via Torino e corso Buenos Aires. Questo tipo di azioni erano avvenute solo a Milano e a Torino, due città in cui i ragazzi di origine straniera sono molti e vivono una condizione di disagio e di esclusione strutturale.
La guerriglia di Milano raccontano la rabbia e il vuoto. La rabbia di chi è escluso, umiliato, continuamente disconosciuto e allontanato dalla sua città con daspo e gentrificazione. Ma anche il tentativo di essere visti e riconosciuti dai coetanei e dagli adulti in un vuoto di relazioni e di riferimenti.
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