Dal 2022 a oggi il presidente russo Vladimir Putin non ha cambiato di una virgola i suoi obiettivi di guerra ed è ancora fermamente determinato a combattere. Il leader statunitense Donald Trump, invece, non ha alcun piano per la pace, a parte l’idea di assecondare le condizioni di Putin per mettere fine al conflitto. Kiev, intanto, sta finendo i soldi e gli uomini per difendersi, oltre ad aver già esaurito i missili Patriot che usava per proteggere i suoi cieli dagli attacchi del Cremlino.
Queste valutazioni, tutte piuttosto sconfortanti, sono emerse chiaramente dall’ultima serie di incontri diplomatici a Mosca e a Kiev a cui hanno partecipato Jared Kushner, genero e consigliere di Trump, e Steve Witkoff, inviato speciale di Washington.
Alla vigilia della loro partenza dagli Stati Uniti, Trump aveva annunciato che Kushner e Witkoff avrebbero presentato “un nuovo piano” per l’Ucraina, ma è subito apparso evidente che non c’era nessun piano. Alla fine Putin si è limitato a ribadire i suoi obiettivi: la “liberazione” di tutto il Donbass e la “smilitarizzazione e denazificazione” dell’Ucraina.
Obiettivamente dialogare è sempre meglio che non farlo, soprattutto in un conflitto che sul campo ha preso la forma di una guerra di logoramento e che i due schieramenti affrontano con una strategia fatta anche di attacchi sulle città e le infrastrutture.
Kushner è stato preso in giro da vari opinionisti filoucraini per aver ribadito che Trump vuole mettere fine alla guerra affidandosi alla sua esperienza negli affari. “La guerra è un gioco in cui tutti ci rimettono”, ha dichiarato durante una conferenza stampa organizzata a Kiev. “Gli affari e la pace, invece, sono giochi in cui tutti possono guadagnare”. Kushner ha detto inoltre che anche le “ambizioni” di Putin per il suo paesesi potranno realizzare dopo la fine dei combattimenti.
Jurij Ušakov, consulente di Putin per la politica estera, ha confermato che “questioni economiche e progetti potenzialmente positivi sia per la Russia sia per gli Stati Uniti sono stati discussi in dettaglio”.
Gli uomini di Trump, insomma, continuano a concentrarsi sui vantaggi commerciali della fine della guerra, mentre per il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj lo scontro per il Donbass è una “guerra per la sopravvivenza”.
Da un lato la convinzione di Trump che le opportunità finanziarie possano in qualche modo influenzare il processo decisionale del Cremlino è palesemente sbagliata. Se Putin avesse avuto davvero a cuore l’economia russa non avrebbe mai deciso di invadere l’Ucraina. Per lui l’obiettivo del conflitto non è tutelare il benessere del suo paese, ma difendere la Russia da quella che considera una minaccia mortale.
Allo stesso tempo, anche Zelenskyj sembra aver perso il contatto con la realtà quando sostiene che l’Ucraina può battere la Russia o almeno fermare la sua avanzata, che è lenta ma inesorabile. Oggi, mentre il Cremlino continua la sua brutale campagna militare per rendere invivibili le città ucraine, distruggere l’economia del paese e privare la popolazione ucraina del suo futuro, ci sono molti dubbi sulla capacità di resistere di Kiev.
Alcuni problemi sono di natura tattica. I sistemi russi per gli attacchi a lungo raggio sono infatti diventati più efficaci. Le forze russe stanno usando una nuova generazione di droni Geran con motore a reazione, molto più veloci e precisi dei vecchi Shahed iraniani. Inoltre la Russia sta sviluppando almeno due nuovi missili da crociera e sta aumentando la produzione di quelli balistici.
“Questa è una guerra che coinvolge città e infrastrutture. Nessuno riuscirà a vincerla”, ha ammesso poco tempo fa fa Serhij Beskrestnov, consulente di Zelenskyj e figura di primo piano della difesa ucraina. “Gli attacchi sono diventati più forti delle difese”. Secondo Beskrestnov, l’Ucraina non riuscirà a ottenere abbastanza missili per proteggere le città dagli attacchi previsti per l’inverno.
Il momento della verità
Detto questo, le cause della sconfitta ucraina che si sta lentamente materializzando sono soprattutto strategiche. Le sanzioni hanno sostanzialmente fallito, anche a causa dell’opportunismo dell’occidente, determinato a tenere bassi i prezzi del petrolio durante l’amministrazione di Joe Biden, e della dipendenza dell’Europa dal gas russo, in modo particolare dopo lo scoppio della guerra in Iran.
Il risultato è che, invece di essere schiacciata dalle sanzioni o indebolita dagli attacchi ucraini, la capacità industriale della difesa russa sta aumentando. Certo, questo ha un costo esorbitante per l’economia (il 45 per cento del budget dello stato russo finisce nella produzione bellica).
E poi c’è il fatto che gli attacchi ucraini hanno effettivamente provocato una crisi del carburante e messo fuori uso il 20 per cento della capacità di stoccaggio dell’azienda di logistica russa Wildberries. Ma questo è un prezzo che Putin è dispostissimo a pagare, come ha ribadito chiaramente a Kushner e Witkoff.
Forse la crisi strategica più grave per l’Ucraina riguarda il triplo “tradimento” degli alleati europei.
Innanzitutto, il Regno Unito e l’Europa, che da tempo insistono sull’importanza delle sanzioni, in realtà hanno inviato molto più denaro a Mosca in acquisti di petrolio e gas di quanto ne abbiano dato a Kiev in aiuti militari. In secondo luogo, il timore di un’escalation e la volontà di privilegiare la propria difesa rispetto a quella di Kiev hanno impedito agli europei di inviare missili d’attacco (come i Taurus tedeschi) e di condividere le loro scorte di intercettori Patriot.
Poi c’è il terzo e più grave tradimento: il rifiuto di prendere in considerazione l’idea di coinvolgere il Cremlino nei colloqui di pace e l’incoraggiamento all’Ucraina a continuare a combattere, come se questo possa magicamente portare a una vittoria.
In sostanza, le garanzie ripetute dagli occidentali all’inizio della guerra, con l’impegno a fare “qualsiasi cosa” e “per tutto il tempo necessario” (parole pronunciate da Joe Biden nel giugno e nel novembre 2022), sono state profondamente fuorvianti. Al contrario, queste promesse accorate ma vaghe – ripetute da tutti i capi di governo britannici, da Boris Johnson in poi, e ribadite recentemente dall’attuale primo ministro del Regno Unito Andy Burnham a Kiev – hanno finito per dar forma al peggior scenario possibile: il Cremlino, già tendente alla paranoia, si è convinto di dover combattere contro “l’occidente collettivo”, che però in realtà continuava a comprare gas e petrolio da Mosca.
Per Kiev il momento della verità, cioè quello in cui le promesse si scontreranno con la realtà dei fatti, arriverà presto, sotto forma di una grave crisi finanziaria. Di recente il primo ministro ucraino Serhij Koretskyj ha annunciato che il governo ha già speso gran parte dei fondi per la difesa previsti per il 2026 e si ritrova con un buco di bilancio di 26 miliardi di euro, nonostante il recente prestito da 90 miliardi ricevuto dall’Unione europea.
Questi fondi, sbloccati dopo mesi di trattative a Bruxelles, rappresentano il massimo che l’Europa è realisticamente in grado di offrire. Mentre per gli ucraini si avvicina quello che sarà l’inverno più duro dall’inizio della guerra, il governo di Kiev rischia di ritrovarsi a corto non solo di missili Patriot e soldati, ma anche di denaro.
Nel frattempo Zelenskyj è alle prese con una tempesta politica sul fronte interno. Un anno segnato da una serie di scandali di corruzione – nell’ultimo in ordine di tempo è stato arrestato un alto funzionario della procura con l’accusa di aver coperto una rete di truffe online – ha compromesso la fiducia nell’amministrazione. A questo punto gli esponenti del governo che sono in carcere, sotto inchiesta o fuggiti all’estero sono più di una decina.
Dopo uno scontro a fuoco tra agenti del servizio segreto interno e dell’intelligence militare (Sbu e Hur) all’inizio di settembre, molti ucraini si chiedono se il paese sia tornato all’impunità e al caos dei primi anni novanta.
Nei giorni scorsi un’inchiesta del New York Times ha scoperto che il sistema di approvvigionamento militare ucraino è segnato da corruzione, sprechi e cattiva gestione. Alcune verifiche indicano che solo nel 2024 siano andati in fumo circa 1,2 miliardi di dollari in pagamenti eccessivi e contratti fraudolenti.
Come prevedibile, un sondaggio condotto ad agosto dall’istituto Socis ha rivelato che la maggioranza degli ucraini considera la corruzione una minaccia peggiore della Russia. Il 57 per cento della popolazione, inoltre, ritiene Zelenskyj responsabile del problema, una cifra più che raddoppiata dall’aprile 2025. Lo stesso sondaggio indica che in un eventuale ballottaggio per l’elezione alla presidenza, tre candidati otterrebbero il doppio dei voti di Zelenskyj.
Cosa può salvare l’Ucraina dal collasso militare e politico? In Europa si rafforzano i partiti disposti a dialogare con Putin. Alice Weidel, copresidente del partito di estrema destra tedesco Afd (fresco vincitore delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt), ha chiesto di “aprire un canale con la Russia per trovare un’intesa e ottenere una soluzione pacifica”.
Secondo Iuliia Mendel, addetta stampa di Zelenskyj tra il 2019 e il 2021, “stanno emergendo nuove forze che diventano sempre più potenti” e rappresentano “la nostra unica possibilità per avere la pace in Europa. Altre armi non ci salveranno, anche perché le armi non sono mai state la soluzione”.
Finora ogni offerta di pace presentata a Kiev è stata più svantaggiosa della precedente. A quanto pare il piano di Putin è dare un colpo decisivo alle città ucraine prima di risolvere la guerra alle sue condizioni, probabilmente l’anno prossimo. L’amministrazione Trump ha da tempo abbandonato l’idea di puntare sulla vittoria dell’Ucraina. Spetterà agli storici stabilire se la decisione di ritirare il sostegno militare a Kiev sia stata una profezia che si autoavvera.
L’Europa, da parte sua, continua sulla strada delle grandi dichiarazioni, ma in realtà non ha un piano concreto per salvare gli ucraini dalla furia del Cremlino né tantomeno per schiacciare l’economia Russia o piegare Vladimir Putin.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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