Arturo Bejar ha lavorato per la Meta nei primi tempi dell’azienda, come responsabile della sicurezza e della protezione degli utenti di Facebook. Nel 2015 ha lasciato il lavoro per occuparsi dei figli dopo il divorzio. In quegli anni, sua figlia si è iscritta a Instagram. Aveva 14 anni e, ben presto, ha ricevuto molestie sessuali e foto oscene. “L’hai segnalato?”, le ha chiesto il padre.“Non c’era una funzione per farlo”, ha risposto lei.“Allora cosa hai fatto?”.“L’ho bloccato”, ha detto l’adolescente.
“Questo mi ha fatto capire che qualcosa non funzionava e mi ha spinto a tornare alla Meta”, ha spiegato Arturo Bejar, che è stato il primo testimone chiamato a deporre nel processo civile all’azienda di Mark Zuckerberg, cominciato martedì 18 agosto a Oakland, nella baia di San Francisco, in California.
L’azienda fondata da Zuckerberg, che sarà chiamato a testimoniare, è accusata da 29 stati statunitensi di aver ingannato i consumatori, di aver mentito e di aver violato la legge federale sulla tutela dei minori, che vieta in particolare l’apertura di un account sui social media ai minori di 13 anni.
La testimonianza di Arturo Bejar è istruttiva, sia per il suo ruolo di padre sia per quello di ex dirigente della Meta. È attraverso l’esperienza di sua figlia che l’uomo, originario del Messico, si è reso conto dei pericoli dei social media di cui avrebbe dovuto occuparsi. La ragazza è diventata dipendente, ossessivamente preoccupata del proprio aspetto fisico, ma il padre ha detto di essersene accorto sempre troppo tardi. E al lavoro ha capito che la sicurezza non era una priorità per la Meta. Lo slogan dell’azienda di Mark Zuckerberg era “andare veloci, rompere le cose”, ha ricordato Arturo Bejar. Erano gli anni di covid-19, in cui l’app cinese TikTok stava dando del filo da torcere a Facebook e Instagram, e la pressione era forte.
Tornato alla Meta tra il 2019 e il 2021, Arturo Bejar ha constatato che la parola “dipendenza” era vietata, un tabù. Il termine che l’azienda usa per definire il “danno” (in inglese, harm) che infligge agli utenti è “prevalenza”. Un gergo che misura la percentuale di contenuti pornografici, violenti e ricattatori pubblicati sulle piattaforme. Le cifre presentate pubblicamente dalla Meta sono irrisorie, dell’ordine dello 0,05 per cento. Niente di cui preoccuparsi. Solo che questa misura è ingannevole e dà, secondo Arturo Bejar, “una falsa impressione di sicurezza”.
Come ha spiegato il testimone, i danni si dovrebbero misurare in base al numero di persone esposte. E in questo caso, i dati interni della Meta, che tengono conto delle “esperienze negative”, sono catastrofici, secondo un’indagine interna dell’estate 2021: il 19 per cento dei ragazzi fra i 13 e i 15 anni era stato esposto, nel corso degli ultimi sette giorni, a contenuti di nudità, il 12,8 per cento a contenuti violenti e il 10,8 per cento a molestie online. Cifre superiori a quelle registrate per gli utenti nel loro insieme, comprendendo tutte le fasce d’età.
Arturo Bejar ha spiegato di aver cercato di sensibilizzare la dirigenza e Mark Zuckerberg, che ha incontrato “più di un centinaio di volte” nel corso della sua carriera. Ha inviato una nota in cui spiegava che i danni inflitti agli adolescenti erano centinaia di volte più alti delle stime fornite dalla “prevalenza”.
Le quattro menzogne della Meta
Così è cominciato, martedì 18 agosto a mezzogiorno, l’atto di accusa contro la Meta, dopo che la viceprocuratrice della California Megan O’Neill ha esposto le contestazioni della procura contro la casa madre di Facebook e Instagram. “La Meta ha nascosto la verità”, ha accusato, spiegando alla giuria: “Se non pagate per il prodotto, siete voi il prodotto. I nostri figli sono il prodotto”. O’Neill ha descritto quella che considera una quadrupla strategia: “Catturare gli utenti, trattenerli il più a lungo possibile, raccogliere i loro dati e nascondere la verità all’opinione pubblica”.
Parte delle informazioni è stata rivelata durante lo scandalo dei Facebook files, dei documenti pubblicati nel 2021 da Frances Haugen, un’ex dipendente. Megan O’Neill ha mostrato ai giurati, in anteprima, le email più rivelatrici dei dirigenti della Meta, in particolare del capo di Instagram Adam Mosseri. “L’obiettivo generale della nostra azienda è il tempo trascorso dagli adolescenti”, aveva scritto Mosseri nel 2017. In email successive, i dirigenti dell’azienda scrivevano che “l’acquisizione degli adolescenti è una missione vitale per il successo dell’azienda” e osservavano che “i più giovani sono i migliori”, in termini di tasso di fidelizzazione. I ragazzi di età compresa tra i 10 e i 12 anni erano definiti a questo proposito “speciali”, perché hanno il tasso di fidelizzazione più alto.
La Meta afferma di aver vietato l’uso della propria app ai minori di 13 anni. Ma dal 2012 al 2024, nei quattro stati che guidano l’azione legale contro l’azienda (California, Colorado, New Jersey e Kentucky), 9,7 milioni di adolescenti si sono registrati su Instagram, di cui 4,6 milioni avevano meno di 13 anni. La viceprocuratrice ha riassunto quelle che, secondo lei, sono le quattro menzogne della Meta: che Instagram e Facebook siano sicuri per i bambini, che non siano progettati per un uso compulsivo, che l’azienda dia priorità alla sicurezza rispetto ai profitti – il gruppo ha realizzato negli ultimi dodici mesi 68 miliardi di dollari di utili netti (59 miliardi di euro) su un fatturato di 228 miliardi, quasi interamente derivante dalla pubblicità – e che non accetti utenti di età inferiore ai 13 anni.
La difesa
Spetterà ai dibattiti, che dureranno sei settimane, dimostrarlo, e nulla è scontato, come ha dimostrato la tenacia dell’avvocato della Meta Paul Schmidt. Nel suo discorso introduttivo, ha spiegato che “non c’è alcun dubbio” sul fatto che gli adolescenti abbiano difficoltà a gestire il tempo trascorso sui social media, che alcuni bambini di età inferiore ai 13 anni vi abbiano accesso e che alcune persone vi pubblichino contenuti negativi.
Solo che non è questo l’oggetto del processo. Non ci saranno testimonianze di bambini come Kaley G. M., diventata dipendente da YouTube e Instagram, che in primavera ha ottenuto una condanna della Meta a Los Angeles. Il processo non riguarda nemmeno i contenuti pubblicati sulle piattaforme di Mark Zuckerberg, perché l’azienda in base alla legge statunitense non può esserne ritenuta responsabile. La giudice Yvonne Gonzalez Rogers lo ha ribadito più volte nella prima giornata del processo: “La Meta non può essere ritenuta responsabile dei contenuti negativi pubblicati da terzi”. La causa non riguarda neanche gli algoritmi, perché questi possono rientrare nelle scelte editoriali e quindi nella libertà di espressione garantita dal primo emendamento della costituzione statunitense.
La questione è stabilire se la Meta abbia ingannato i consumatori e cercato volontariamente di tenere agganciati i minori alle sue piattaforme. L’avvocato Paul Schmidt ha quindi elencato tutte le misure di sicurezza e gli strumenti adottati dall’azienda, vantando i milioni di account cancellati in tre mesi, nel 2022, per incitamento all’odio, molestie o violenza. Ha negato l’esistenza di un consenso scientifico sulla dipendenza dei giovani. Ha ripreso un’intera serie di email compromettenti per l’azienda presentate dalla viceprocuratrice e ha cercato di dimostrare che le citazioni erano state estrapolate dal loro contesto e che era normale discutere tra i gruppi di lavoro dei costi che una misura di sicurezza avrebbe potuto comportare. Schmidt cercherà di dimostrare che l’azienda ha progressivamente risolto i problemi.
La Meta ha detto che rischiava una sanzione di più di 1.400 miliardi di dollari, cioè l’equivalente della sua capitalizzazione di borsa. L’accusa ha denunciato una campagna di disinformazione e ha citato cifre molto più basse, nell’ordine di 200 miliardi di dollari.
Il parere della giuria è solo consultivo e l’ultima parola spetterà alla giudice Yvonne Gonzalez Rogers. È stata proprio lei, nel 2021, a condannare la Apple nel caso Epic Games, per aver penalizzato la concorrenza nei sistemi di pagamento delle app. La magistrata ha inoltre presieduto il processo che, a maggio, si è concluso con l’archiviazione per prescrizione della causa intentata da Elon Musk contro il fondatore della OpenAi Sam Altman e la Microsoft, accusati di aver trasformato in modo illecito la startup di intelligenza artificiale da non profit ad azienda a scopo di lucro.
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