Tra le giovani cantautrici statunitensi emerse negli ultimi dieci anni, Phoebe Bridgers è sicuramente una delle più interessanti. La musicista di Pasadena, 31 anni, è stata capace di fondere rock, pop e folk con gusto e personalità, soprattutto a partire dal disco del 2020 Punisher, quello che l’ha consacrata agli occhi del pubblico e della critica. Nel 2023, inoltre, ha messo in piedi il progetto boygenius insieme a Julien Baker e Lucy Daucus, pubblicando l’ottimo The record, vincitore di tre Grammy, tra cui quello per il migliore album di musica alternativa.
La bravura di Bridgers sta nell’aver fatto tesoro dei suoi studi musicali – ha seguito corsi di canto jazz a Los Angeles e per un periodo ha frequentato il Berklee college of music di Boston, da tempo una fucina di talenti della musica statunitense – senza però diventare troppo scolastica e rielaborando le influenze in modo personale. C’è un pezzo in The record che rappresenta bene il suo stile: s’intitola Not strong enough ed è una cavalcata a base di chitarre acustiche ed elettriche sulla falsariga dei Cure (il cui brano Boys don’t cry viene anche citato nelle strofe). Il pezzo, tuttavia, non si ferma al tributo e va ben oltre, trovando una forte vitalità.
Nella musica di Bridgers, inoltre, c’è sempre una intensa malinconia di fondo. Un sentimento che è ancora più marcato nel suo nuovo album Lost weekend, il più crepuscolare, ispirato dalla morte del padre, un uomo violento e tormentato dalle dipendenze, e dalla fine della relazione con l’attore Paul Mescal. Questi avvenimenti, spesso evocati nei testi, spiegano l’anima notturna e tormentata delle canzoni (non che i brani dei dischi precedenti fossero spensierati, tutt’altro).
Uno dei temi ricorrenti di Lost weekend è anche quello del doppio: Bridgers fa dialogare il mondo interiore con l’immagine pubblica, e quando esplora un sentimento ne evidenzia sempre anche il contrario, come quando tiene insieme l’odio e l’amore nei confronti del padre. Nel brano iniziale The outside racconta il funerale dell’uomo e descrive la dissociazione che il lutto ha innescato in lei, come se si guardasse dal di fuori, usando il vocoder per rendere la sua voce apparentemente distaccata. A seguire arriva il singolo Lost boys, il più orecchiabile del lotto, registrato insieme a Lucy Daucus e Julien Baker con i Bon Iver nel cuore (quel ritornello avrebbe potuto uscire tranquillamente dalla penna di Justin Vernon).
In Lost weekend ci sono ospiti prestigiosi, dal super produttore Jack Antonoff al cantautore Alex G, ma è il mondo interiore della cantautrice a restare saldamente il centro a cui tutto ruota attorno. I sedici brani che compongono il lavoro scorrono bene, legandosi l’uno con l’altro, tra omaggi alla tradizione dell’americana e momenti più elettronici, come la coda strumentale del pezzo che dà il titolo all’album, uno dei brani più sospesi eppure più riusciti.
Tra i pezzi da segnalare ci sono anche Haunted, con un violino country in primo piano, e The governor’s waltz, una toccante riflessione sulla fine di una relazione (probabilmente proprio quella con Paul Mescal). Solo nel finale di Lost weekend (reprise) s’intravede un po’ di luce. Bridgers si rivolge al suo nuovo amore, l’attore Bo Burnham, e gli confessa: “But we’re gonna be alright, me and you / you love me and I won’t еver let you forget, not yеt” (Ma staremo bene, io e te / mi ami e non te lo lascerò mai dimenticare, non ancora).
Letti così, i testi della cantautrice californiana potrebbero anche sembrare un po’ melensi. Eppure, se ascoltati insieme alla musica, sono funzionali alla narrazione del disco, e sono arricchiti da una costante cura per le melodie e gli arrangiamenti che non sono comuni nella musica pop contemporanea. Il ritorno solista di Phoebe Bridgers è la conferma del suo talento e renderà ancora più solida una carriera che, probabilmente, ha ancora molta strada da percorrere.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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