Centinaia di persone circondate dalla polizia per più di due ore, senza potersi allontanare se non dopo aver consegnato i documenti. Identificazioni di massa, riprese video individuali dalla testa ai piedi, fotografie di volti, vestiti, scarpe e perfino degli occhi. Minacce di denunce e sanzioni amministrative fino a tremila euro. È successoa Roma il 30 ottobre, durante una manifestazione, secondo le testimonianze raccolte dallo Hub for defenders, la rete nazionale nata in Italia per proteggere chi partecipa alle manifestazioni, date le norme sempre più restrittive sul dissenso.

Quella sera il centralino legale della rete ha ricevuto 25 segnalazioni dell’accerchiamento di centinaia di persone, all’inizio vicino alla Piramide Cestia e successivamente lungo viale Aventino, fino a piazza Albania.

Le testimonianze raccontano di manifestanti che tenevano le mani alzate circondati da agenti e reparti antisommossa. Perfino i clienti di un ristorante della zona, estranei alla manifestazione, sarebbero stati identificati. Intorno alle 21, dopo l’intervento di un avvocato della rete, un agente avrebbe annunciato al megafono che a tutte le persone fermate sarebbe stato contestato il reato di blocco stradale. Alle 22, secondo le segnalazioni, circa quindici persone erano ancora accerchiate.

La questura di Roma ha comunicato di aver identificato 369 persone e denunciato sette manifestanti, annunciando che valuterà ulteriori denunce e sanzioni amministrative. Per lo Hub for defenders il problema non riguarda solo le singole contestazioni, ma una modalità di gestione dell’ordine pubblico che rischia di trasformare una manifestazionein una sorta di fermocollettivo.

La tecnica usata a Roma è chiamata “nassa”, o kettling: consiste nel circondare un gruppo di persone in uno spazio delimitato, impedendogli di uscire o consentendolo solo attraverso varchi controllati dalle forze di polizia. In Italia, osserva la rete, manca una disciplina specifica e organica che ne regoli condizioni di uso, durata, modalità di uscita e garanzie per le persone coinvolte.

“La gestione dell’ordine pubblico non può trasformarsi in un trattenimento collettivo privo di adeguate garanzie, né produrre un effetto dissuasivo sull’esercizio del diritto di protesta”, scrivono le organizzazioni in un comunicato diffuso il primo novembre.

Le segnalazioni del 30 ottobre sono state 37, riconducibili a undici casi distinti tra Roma, Torino e Bologna. A Torino sono state identificate 256 persone, undici accompagnate in questura e dodici denunciate. Tra gli episodi segnalati ci sono tre minorenni condotti in un posto di polizia e successivamente trasferiti altrove, oltre a controlli e perquisizioni di persone dirette al corteo.

A Bologna, dove la questura ha comunicato di aver identificato trecento persone, il centralino ha ricevuto la segnalazione di un ragazzo trattenuto per più di un’ora alla stazione dalla polizia ferroviaria.

Il comunicato dello Hub descrive anche altri metodi che, secondo le testimonianze, si ripetono in città diverse: fermi preventivi prima dell’inizio dei cortei, perquisizioni motivate dal possesso di oggetti comuni, accompagnamenti negli uffici di polizia, identificazioni di minorenni e giornalisti, uso della forza.

A Roma, durante le identificazioni, gli agenti avrebbero ripreso con la videocamera non solo i documenti, ma anche caratteristiche fisiche delle persone fermate e i dettagli dell’abbigliamento. Una raccolta di immagini che solleva interrogativi sulla tutela dei dati personali e sulla proporzionalità degli interventi.

Accompagnamenti e fermi preventivi

Ma è soprattutto sul ricorso ai fermi e agli accompagnamenti preventivi che si concentra la preoccupazione degli avvocati. “Il punto è che l’accompagnamento preventivo limita la libertà sulla base di un sospetto di pericolo, non sulla base di un reato che si ritiene sia stato commesso”, spiega Paola Bevere, avvocata dei Giuristi democratici e impegnata nella rete dello Hub for defenders.

Per capire cosa succede nelle piazze, però, bisogna distinguere fra strumenti giuridici che nel dibattito pubblico sono spesso confusi.

L’accompagnamento preventivo è stato introdotto il 24 aprile 2026 con l’articolo 11-bis del cosiddetto secondo decreto sicurezza. All’inizio il governo aveva annunciato che la misura avrebbe riguardato anche i minorenni, ma dopo le osservazioni del presidente della repubblica Sergio Mattarella non è stata estesa. Con l’ultimo decreto legge del 20 ottobre è stato invece aggiunto un nuovo comma, che amplia ulteriormente le possibilità di applicazione della norma.

La misura consente di accompagnare e trattenere in ufficio di polizia per un massimo di dodici ore le persone che, secondo le autorità, in determinate circostanze potrebbero mettere in pericolo l’ordine e la sicurezza pubblica. Non è necessario che abbiano già commesso un reato.

“È una misura che può essere usata per impedire di fatto la partecipazione a una manifestazione”, osserva Bevere. “Se si ritiene che una persona possa essere coinvolta in disordini, la si porta via prima che arrivi in piazza e la si tiene in caserma per al massimo dodici ore”. È proprio questo metodo che i Giuristi democratici intendono contestare.

L’organizzazione sta cercando una strada giudiziaria per sollevare una questione di legittimità costituzionale della norma, attraverso un procedimento civile. Trattandosi di una misura amministrativa, spiega l’avvocata, non c’è infatti un procedimento penale nel quale chiedere al giudice di sollevare la questione.

Le tende dei manifestanti vicino al Colosseo. Roma, 30 ottobre 2026 (Antonio Masiello, Getty Images)

Diverso è l’accompagnamento per identificazione, previsto dal codice di procedura penale e da un decreto legge del 1978. In alcuni casi può essere deciso anche nei confronti dei minorenni, per esempio quando ci sono dubbi sulla loro identità o se rifiutano di fornire i dati per farsi identificare.

La legge Reale del 1975 consente inoltre controlli e perquisizioni personali in determinate circostanze, per esempio se qualcuno è in possesso di oggetti “atti ad offendere” o se ha il volto coperto. Le modifiche più recenti hanno ampliato anche la disciplina per colpire chi porta degli oggetti che potrebbero servire per coprirsi il volto come scaldacollo o sciarpe.

“Il problema è che sono state introdotte diverse norme in tempi ravvicinati, in parte sovrapponibili, e c’è molta confusione anche nella loro applicazione”, dice Bevere. Un minorenne può essere accompagnato in questura per essere identificato, ma non può essere sottoposto a fermo preventivo. Una distinzione che, secondo l’avvocata, è fondamentale per valutare la legittimità dei singoli interventi.

Nei casi di Milano, inoltre, è emerso un altro problema: i genitori di alcuni ragazzi minorenni non sarebbero stati avvisati dalla polizia dell’accompagnamento in questura. In un episodio seguito dai legali, tre minorenni, appartenenti a un gruppo di cinque ragazzi, sarebbero stati trattenuti per circa tre ore. I genitori avrebbero saputo quello che stava accadendo dai figli, non dagli agenti.

“Chi procede a un fermo e un accompagnamento deve avvisare subito il genitore del minore”, sottolinea Bevere. È un obbligo che riguarda le procedure nei confronti dei minori e che non può essere lasciato alla discrezionalità di chi interviene.

C’è poi un altro aspetto che Bevere invita a non sottovalutare: l’estensione ai minorenni di alcune misure di prevenzione. In particolare, l’avviso orale, previsto dal codice antimafia del 2011, è stato esteso anche ai ragazzi. Si tratta di uno strumento amministrativo di prevenzione, distinto dalle misure penali e dall’accompagnamento identificativo.

A questo si aggiunge la possibilità di arresto in differita, sulla base di documentazione video, entro le 48 ore dal fatto, che dal 2025 è possibile anche quando un agente rimane ferito durante le manifestazioni.

I difensori civici

Lo Hub for defenders è nato subito dopo l’approvazione del primo decreto sicurezza in Italia nel 2025 ed è promosso da una rete di organizzazioni della società civile che comprende, tra le altre, Arci, A Sud, Un ponte per, Amnesty international, Antigone, Greenpeace, Asgi, Cild, Giuristi democratici e Legal team Italia.

La rete si è data due obiettivi. Il primo è mettere insieme competenze diverse per proteggere le libertà fondamentali, visto che oggi per chi partecipa alle mobilitazioni è aumentato il rischio di subire procedimenti giudiziari, misure amministrative e forme di pressione. Il secondo è monitorare eventuali abusi per capire cosa succede in piazza e come sono applicate le nuove regole.

Il servizio non è uno studio legale e non si limita a fornire assistenza a chi viene denunciato. Funziona da struttura di collegamento: una segreteria centrale riceve le richieste e mette in contatto le persone con professionisti che operano sul territorio. Le competenze messe a disposizione riguardano quattro settori: assistenza legale, sostegno psicologico, sicurezza digitale e formazione.

I rischi per chi subisce un fermo o si trova coinvolto in disordini infatti possono riguardare la sicurezza dei telefoni e delle comunicazioni, la gestione delle immagini e dei dati personali, il trauma provocato dal trattenimento o le conseguenze psicologiche di un’esposizione prolungata a situazioni di conflitto.

Prima delle mobilitazioni di ottobre, lo Hub for defenders aveva ricevuto in un anno di attività più di 110 richieste di supporto, prevalentemente legale, ma anche psicologico e per la sicurezza digitale. Nelle tre mobilitazioni del 17, 24 e 30 ottobre sono arrivate 136 segnalazioni o comunicazioni, per episodi che hanno coinvolto almeno quattrocento persone.

La nascita dello Hub for defenders è il sintomo di un cambiamento nel modo in cui le organizzazioni per i diritti umani guardano alla partecipazione politica. Le leggi italiane negli ultimi due anni hanno introdotto diversi limiti alla libertà di manifestare e misure come il fermo preventivo che colpiscono i manifestanti sulla base di un concetto arbitrario di pericolosità, spesso stabilito dai funzionari di polizia in servizio.

Secondo le associazioni della società civile non basta intervenire quando una violazione è avvenuta: occorre costruire strumenti di prevenzione, accompagnamento e protezione per chi decide di esporsi pubblicamente e prendere parte alle manifestazioni. La difesa del diritto di protesta passa anche dalla possibilità concreta di esercitarlo senza trovarsi soli di fronte alle conseguenze.

In un momento in cui a guidare le proteste ci sono giovani e adolescenti, la preoccupazione di legali e associazioni è non lasciarli soli: nessuno dovrebbe affrontare da solo un fermo, una denuncia o la paura di quello che può succedere dopo essere sceso in piazza.

Genitori e docenti in difesa dei ragazzi

Anche gruppi di genitori e insegnanti si stanno organizzando. A Roma il comitato dei genitori del liceo classico Pilo Albertelli, nel quartiere Esquilino, ha scritto e diffuso una “Lettera sulle violenze della polizia contro i minori”, che nel momento in cui scrivo è stata firmata da circa duemila genitori e insegnanti di molti istituti romani.

La lettera è stata scritta il 26 ottobre, dopo che cinque studenti dell’Albertelli, due maggiorenni e tre minorenni, sono stati fermati dalle forze dell’ordine davanti alla scuola, mentre si apprestavano a partecipare alla manifestazione del 24 ottobre a Roma. “Gli elementi di pericolosità per cui è scattato il fermo preventivo sono stati: una kefia che non era nemmeno indossata da una ragazza, uno scaldacollo e il fatto che fossero in cinque”, racconta Jones Mannino, uno dei genitori del comitato.

“I ragazzi si incontrano abitualmente davanti alla scuola e abbiamo trovato grave che fossero fermati proprio nelle vicinanze di un luogo così importante per loro e che non può essere considerato pericoloso”, spiega Mannino. I genitori sono stati allertati dagli stessi ragazzi, dopo che erano stati portati in commissariato, e a quel punto le informazioni sono state diffuse sulle chat di classe. “Non c’è stata alcuna comunicazione della polizia”, racconta il genitore.

Dopo tre ore di fermo, i ragazzi sono stati rilasciati con dei verbali che riportavano i motivi del fermo preventivo, considerati futili dai genitori. Allarmati dalla vicenda, questi hanno scritto e condiviso la lettera, che ha raggiunto subito centinaia di persone.

I nuovi decreti del governo puntano a “intimidire e criminalizzare” i ragazzi, hanno scritto, e “mandano un messaggio incostituzionale: tornate a casa, non protestate”. Ma le intimidazioni non hanno funzionato: anche i genitori sono pronti a denunciare i metodi illegittimi delle forze dell’ordine e a scendere in piazza al fianco dei figli, che erano alla manifestazione già poche ore dopo il fermo.

“Come famiglie e comunità educante”, conclude la lettera, “siamo al fianco delle nostre ragazze e ragazzi, delle persone giovani di tutto il paese e appoggiamo incondizionatamente il loro diritto di esprimere in modo pacifico un legittimo dissenso e le loro istanze, troppo spesso ignorati da chi dovrebbe tutelarne il futuro”. ◆

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