“Io ero lì solo per vedere”, è una delle risposte che Luca Villa, procuratore del tribunale dei minori di Milano, ha raccolto dai colloqui con i 36 minori arrestati per i disordini del 17 e 18 ottobre a Milano. Non erano andati in piazza per una rivendicazione precisa, non appartenevano a un gruppo politico o a un collettivo e non sempre sapevano spiegare che cosa avesse provocato la mobilitazione quel giorno e nei giorni precedenti. “Sono andato per vedere la rivoluzione”, ha detto uno di loro, durante l’udienza di convalida dell’arresto.
Erano andati a piazza Duomo, nel centro di Milano, perché avevano intercettato dei messaggi sui social media e sulle chat e volevano essere presenti. Qualcuno ha raccontato durante l’udienza di essersi trovato dentro un negozio e di aver cominciato a portare via la merce. “Ne sono stato attratto e mi sono lasciato trascinare”, ha spiegato uno di loro.
“Un fenomeno simile a quello del branco o dello stadio, una specie di challenge come nei videogiochi”, spiega il procuratore, che sottolinea di essersi trovato davanti ragazzi molto giovani e poco coscienti delle conseguenze dei loro gesti.
È da queste testimonianze che si può provare a comprendere cosa è successo a Milano, in particolare il 18 ottobre, quando centinaia di ragazzi molto giovani hanno assaltato i negozi del centro. Un episodio senza precedenti recenti per dimensioni e per l’età dei protagonisti, che ha posto problemi sia sul piano della gestione dell’ordine pubblico sia su quello delle procedure adottate nei confronti dei ragazzi.
Ma che, secondo il magistrato, rischia di essere letto in modo incompleto se ci si concentra solo sulle devastazioni e sulla risposta repressiva, senza interrogarsi su chi siano gli adolescenti coinvolti e su che cosa li abbia spinti a partecipare.
I 36 arrestati sono accusati di devastazione e saccheggio e di resistenza a pubblico ufficiale. Rischiano pene molto severe. Nelle prossime settimane è possibile che siano arrestati altri minorenni sulla base dei numerosi video in cui la maggior parte di loro appare a volto scoperto e su cui la polizia giudiziaria sta lavorando.
I ragazzi senza precedenti penali, che sono la maggioranza degli arrestati, andranno incontro a procedure di messa alla prova, cioè lasospensione del procedimento penale previsto per i reati di minore entità con il coinvolgimento dei servizi sociali del comune. “Per fortuna abbiamo delle leggi molto avanzate per i minorenni”, sottolinea Villa, seduto su una poltrona di pelle nera al primo piano della procura minorile di Milano. Ma il fenomeno è ancora tutto da capire.
“A mia memoria una cosa del genere non era mai avvenuta, trentasei arresti un tempo li facevamo in un anno, qui sono avvenuti in poche ore”, osserva. La procura sta ancora esaminando le singole posizioni e le questioni sollevate dai legali sul trattenimento e sulle modalità di accompagnamento in questura.
Sul piano delle misure cautelari, la risposta è stata graduale: su 36 ragazzi arrestati, le richieste di custodia in carcere sono state accolte solo per tre di loro. Per il magistrato, il dato più importante non è la dimensione degli eventi, ma la loro natura: “Quasi nessuno dei ragazzi arrestati aveva precedenti penali, non erano i ragazzi che la procura incontra abitualmente nel suo lavoro”.
Non c’erano minori stranieri non accompagnati né una particolare omogeneità sociale: accanto a ragazzi provenienti dalle periferie di Milano e dalla provincia c’erano anche studenti di licei e istituti privati, ragazzi di famiglie benestanti.
Molti erano italiani, compresi giovani con cognomi di origine straniera nati e cresciuti in Italia. Una precisazione che il procuratore considera necessaria per evitare che gli arresti siano automaticamente associati alle seconde generazioni e ai figli di immigrati.
“Circa la metà erano italiani, italiani figli di italiani, con la cittadinanza italiana. L’altra metà figli di stranieri, ma in molti casi nati e cresciuti in Italia”, sottolinea Villa. E soprattutto, aggiunge, nessuno sembrava essere militante di un gruppo organizzato o avere un’appartenenza politica capace di spiegare razionalmente il comportamento tenuto durante gli scontri.
Le fasce d’età più rappresentate erano quelle dei quindici e sedici anni, con alcuni diciassettenni e pochi quattordicenni. Interrogandoli, il magistrato ha cercato di capire che cosa sapessero della mobilitazione e perché avessero deciso di partecipare. La maggior parte non sapeva nemmeno che cosa fosse successo nella manifestazione del giorno precedente. Non c’era, almeno nelle testimonianze raccolte, una motivazione politica condivisa.
Questo non significa che tutti avessero agito allo stesso modo o che non esistessero delle ragioni legate al disagio e alla rabbia. Alcuni hanno raccontato di essere tornati in piazza perché arrabbiati per le violenze delle forze dell’ordine viste il giorno prima. Altri volevano assistere agli scontri, anche sull’onda delle immagini circolate online.
Ma il magistrato invita a distinguere tra la protesta, anche radicale, e la partecipazione a episodi di devastazione e saccheggio. “Non è nemmeno una rivolta”, osserva, se a muovere alcuni ragazzi è soprattutto il desiderio di vedere qualcosa di eccezionale e di poter dire di avere partecipato in prima persona, di avere visto.
La dinamica del contagio
Il punto, allora, è capire quanto spazio abbia avuto la dinamica del gruppo. “La mia sensazione è che ci sia una fascia di popolazione così priva di strumenti critici propri che, davanti a una sollecitazione, prende parte e assume un atteggiamento gregario”. Il magistrato precisa che si tratta di un’ipotesi di lavoro, maturata parlando direttamente con i ragazzi, non di una conclusione sulle responsabilità di chi avrebbe eventualmente promosso la mobilitazione.
Le indagini su possibili organizzatori o istigatori sono affidate alla procura ordinaria, con il coinvolgimento della direzione distrettuale antimafia, e il magistrato non entra nel merito.
Il 28 ottobre la giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano, Tiziana Landoni, ha rigettato la richiesta di convalida del fermo dell’amministratore del canale Telegram “Movimento 17 ottobre”, Youssef Siher, un giornalista trentenne accusato di essere l’organizzatore dei disordini. Secondo la giudice, Siher con suoi messaggi non ha incitato alla violenza né intimidito la popolazione, ma ha evocato “azioni di ‘disobbedienza civile” esercitando la “libera espressione delle proprie opinioni”.
Secondo la ricostruzione fatta da Villa sulla base dell’udienza di convalida con gli arrestati minorenni, alcuni hanno riferito di aver visto messaggi e comunicazioni circolare rapidamente su TikTok e WhatsApp, attraverso gruppi e chat. Altri hanno raccontato di essere stati raggiunti da contenuti sugli scontri che li hanno incuriositi.
Basandosi solo sulle testimonianze è impossibile stabilire quanto questi meccanismi abbiano determinato gli eventi. Secondo le prime ricostruzioni i social media hanno amplificato, non determinato, quello che è successo.
“I social ti profilano: se ti piacciono determinate cose, ti propongono altri contenuti dello stesso tipo”. È un meccanismo che il magistrato osserva anche quando incontra gli studenti nelle scuole. La dipendenza dal telefono, quella dalle sostanze e quella dalle dinamiche del gruppo si intrecciano con il bisogno di riconoscimento. “Quando parlo con i ragazzi parto dalla libertà. Tutti dicono che è un valore importante e che vogliono essere liberi. Poi gli faccio notare di quante dipendenze sono vittime a partire da quella dal telefono”.
In adolescenza il bisogno di appartenere, dimostrare il proprio coraggio e non restare esclusi può diventare particolarmente forte. Il magistrato richiama la suggestione della folla, un fenomeno noto agli studi sulla psicologia collettiva e contemplato anche dal diritto.
Non è un meccanismo esclusivo delle manifestazioni: può verificarsi allo stadio, in un gruppo di amici o in qualsiasi situazione in cui il comportamento individuale venga modificato dalla presenza degli altri. “Ci sono ragazzi che commettono un reato perché devono far vedere che anche loro sono capaci di fare quello che hanno fatto gli altri”.
In questo caso, però, c’è un elemento ulteriore: la possibilità di trasformare la partecipazione in un contenuto da condividere sui social media. Non basta assistere agli scontri, bisogna esserci, filmarli, far sapere di esserci stati. La visibilità diventa una ricompensa, mentre il confine tra osservare e partecipare può assottigliarsi. La curiosità si trasforma in eccitazione e l’eccitazione può sfociare nella violenza.
Reati minorili in calo a Milano
Il magistrato invita a non interpretare questi episodi attraverso categorie troppo rigide. La devianza giovanile cambia nel tempo e assume forme differenti a seconda dei contesti. Milano ha conosciuto, negli ultimi decenni, gruppi di ragazzi legati a diverse comunità straniere e, negli anni duemila, anche bande latinoamericane dotate di una certa stabilità e gerarchia interna.
Oggi, spiega, quel fenomeno è scomparso. Una rapina commessa da un gruppo di adolescenti non basta a dimostrare l’esistenza di una banda strutturata, il fenomeno delle cosiddette baby gang sembra essere scomparso.
La storia della migrazione offre, semmai, elementi per comprendere alcune difficoltà che possono ripresentarsi. I figli di chi arriva in un nuovo paese possono trovarsi in una posizione diversa da quella dei genitori: crescono tra contesti culturali, aspettative e possibilità di riconoscimento che non sempre coincidono. È un fenomeno già osservato in altri periodi, anche in Italia.
“Il manuale di criminologia su cui ho studiato negli anni novanta parlava della maggiore incidenza di devianza nella seconda generazione di immigrati negli Stati Uniti negli anni trenta del novecento, solo che quegli stranieri eravamo noi italiani”, sottolinea. “Ci sono studi ormai consolidati che raccontano quanto sia complicata la vita dei figli di stranieri in determinati contesti e quanto l’esperienza dello stradicamento possa avere degli esiti nefasti”.
Ma non esiste un’equazione tra marginalità e violenza, la fragilità sociale non coincide necessariamente con quella economica: può riguardare la capacità di costruire legami, di orientarsi tra le sollecitazioni esterne, di sviluppare strumenti per interpretare quello che accade.
Anche sul piano dei reati minorili, il quadro milanese è diverso daquello di altre città italiane. Negli ultimi anni la procura ha registrato un aumento di episodi violenti in cui i coltelli hanno avuto un ruolo importante, con lesioni tanto gravi da configurare tentati omicidi. Mentre in altri contesti ad alta penetrazione criminale anche i minorenni usano le armi da fuoco. Al tempo stesso, nell’ultimo anno sono diminuite alcune forme di criminalità minorile predatoria, come rapine e furti.
Anche il consumo di sostanze presenta caratteristiche diverse da quelle osservate in altre città: a Milano è diffuso l’uso di cannabinoidi, mentre il crack rappresenta un problema particolarmente rilevante a Napoli e Palermo. Non esiste, insomma, un’unica emergenza giovanile identica in tutto il paese.
Il rischio di restringere la libertà
È in questo contesto che s’inserisce il dibattito sulle nuove misure di sicurezza, compreso l’ampliamento del fermo preventivo per i minorenni previsto dal nuovo decreto approvato il 19 ottobre. Per Villa, gli eventi del 17 e 18 ottobre pongono problemi reali, ma non autorizzano a rinunciare a una riflessione sui limiti degli strumenti repressivi. “L’ordinamento si deve adeguare alle novità”, osserva, ma il confine può diventare scivoloso se le nuove norme sono usate per impedire le manifestazioni.
Il rischio è che un episodio eccezionale diventi il pretesto per comprimere il diritto di riunirsi e di manifestare, anche quando non ci sono elementi concreti che facciano prevedere violenze. Il magistrato ricorda che per sanzionare certi comportamenti la legge prevede già reaticon pene molto severe come quello di devastazione e saccheggio. “Senza il decreto legge, il 18 siamo stati in grado di intervenire”. Le altre disposizioni introdotte di recente, spiega, non sono state necessarie per procedere nei casi esaminati dalla procura minorile.
A dimostrare che esiste un’alternativa è stata, secondo il procuratore Luca Villa, la manifestazione del 24 ottobre. Diecimila persone, in gran parte studenti, hanno attraversato Milano senza arresti né scontri. Le forze dell’ordine hanno gestito il corteo chiedendo di evitare alcune zone, ma consentendo ai manifestanti di percorrere la città. Un risultato che rischia di ricevere meno attenzione mediatica rispetto alle immagini delle devastazioni.
La sfida, adesso, è evitare che la paura prodotta dalla cronaca diventi la misura ordinaria della vita democratica. Per le forze dell’ordine significa imparare a gestire mobilitazioni che possono nascere senza interlocutori riconoscibili e svilupparsi in poche ore.
Per la politica, significa non confondere la prevenzione della violenza con la limitazione della protesta.
Per gli adulti, infine, significa interrogarsi su una generazione che cerca visibilità e appartenenza anche attraverso comportamenti distruttivi.
Se alcuni adolescenti arrivano a partecipare a una devastazione senza saper spiegare perché, il problema non riguarda la sicurezza: riguarda gli strumenti critici, le relazioni e gli spazi in cui imparano a esercitare la loro libertà. E riguarda anche la relazione che hanno con gli adulti e l’ascolto di cui questi sono capaci. ◆
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it