Se mettiamo insieme le ricerche più rigorose sui divieti dei cellulari a scuola, l’elemento più stridente probabilmente è che spesso dicono cose opposte. L’unico vero test randomizzato, su 17mila studenti universitari nell’India orientale, ha notato un salto di qualità significativo per chi non usava più il telefono; lo studio più ampio per numero di scuole coinvolte, 40mila istituti secondari statunitensi, ha concluso che le variazioni nei voti erano trascurabili o addirittura negative. Stesso oggetto, criteri diversi, esiti discordanti.

È un paradosso da cui vale la pena di partire per capire perché negli ultimi dieci anni – con il rendimento scolastico di ragazze e ragazzi che è crollato in tutto il mondo mentre i cellulari sono diventati quasi onnipresenti – la scienza non è riuscita a indicare una strada univoca rispetto all’efficacia dei divieti.

“Alcuni studi rilevano miglioramenti accademici modesti, altri un peso praticamente nullo, anche quando l’uso dei telefoni è diminuito in modo drastico. I vantaggi, se ci sono, a volte interessano chi a lezione fa più fatica, a volte le ragazze, altre volte i ragazzi. In alcuni casi le misure influiscono positivamente sulla frequenza scolastica o sul benessere, in altri no”, ha scritto Jill Barshay su The Hechinger Report.

Idealmente, i ricercatori prendono gli studenti e li dividono in modo casuale in due gruppi – al primo chiedono di consegnare i cellulari, al secondo li lasciano tenere – e poi misurano le conseguenze: è quello che si farebbe in una sperimentazione clinica, ma applicato a una politica educativa. Solo che analisi di questo tipo sono difficili da realizzare nelle scuole.

Finora solo lo studio indiano ci ha provato davvero: ha coinvolto una decina d’istituti d’istruzione superiore dell’Orissa, nell’est del paese, e ha assegnato in modo casuale gli studenti a due insiemi. Ha chiesto a quelli del primo di consegnare i cellulari all’inizio delle lezioni mentre quelli del secondo, il gruppo di controllo, continuavano ad averli in tasca o nello zaino. L’esperimento ha registrato il progresso più marcato in tutta la letteratura in termini di voti, in particolare per chi andava peggio.

Nessuna distrazione

Un dettaglio del contesto aiuta a capire perché il guadagno è stato così netto: nelle aule non c’erano computer portatili né tablet, quindi togliere il telefono ha voluto dire eliminare ogni distrazione digitale. È anche per questo che il risultato, per quanto solido, resta difficile da replicare in molti paesi occidentali, dove ragazze e ragazzi hanno comunque accesso ad altri schermi.

La maggior parte delle ricerche non può permettersi un disegno così “pulito”, e si affida a confronti più approssimativi, che colgono solo cambiamenti parziali, spiega Barshay.

È il caso dello studio statunitense a cui accennavo sopra, che ha attirato molta attenzione non solo per la mole di informazioni esaminate ma anche perché sembra smentire quello che tutti ci aspetteremmo dalle restrizioni, cioè che aiutino ad andare meglio a scuola.

Lo studio è stato pubblicato il mese scorso dalle università di Stanford, Duke, Pennsylvania e Michigan. Ha seguito per sei anni più di 40mila istituti, elaborando i dati della Yondr, un’azienda che produce custodie con chiusura magnetica per i telefoni (ne avevo parlato qui).

Attraverso i segnali di localizzazione (i cosiddetti ping), i ricercatori hanno misurato quanto spesso gli smartphone erano attivi nel perimetro della scuola, confrontando poi istituti che usavano le custodie con altri che avevano condizioni di partenza simili ma restrizioni più blande. Risultato: con gli astucci, i ping sono scesi del 30 per cento.

Un problema con la disciplina, condiviso da molti istituti subito dopo la novità delle custodie, poi è rientrato, e nel tempo il clima in classe è diventato più sereno. Ma su voti, presenza in aula e bullismo online gli effetti sono stati “quasi nulli”, anche a distanza di anni, cioè quando la pratica era ormai consolidata.

Se allarghiamo la riflessione ad altre ricerche internazionali degli ultimi anni, il quadro rimane confuso. Il primo studio quantitativo sui limiti all’uso dei cellulari a scuola, pubblicato nel Regno Unito nel 2016, concludeva che le restrizioni migliorano il rendimento, soprattutto tra gli studenti più in difficoltà.

Ma una ricercasviluppata in Svezia quattro anni dopo, ispirata all’indagine britannica, non notava progressi né dal punto di vista accademico né sul comportamento.

Gli autori hanno ipotizzato che la ragione fosse la lunga esperienza del paese con la tecnologia: negli anni settanta la Svezia fu tra i primi stati europei a portare i computer nelle aule, quindi gli studenti avevano molta familiarità con i dispositivi digitali già prima che i cellulari fossero ovunque (il 70 per cento dei ragazzi e delle ragazze di terza media ha un computer proprio).

Inoltre, indipendentemente dalle regole della loro scuola, gli insegnanti di fatto già non volevano telefoni in classe, quindi il divieto formale ha cambiato poco rispetto alla pratica quotidiana.

In una scuola a Borensberg, Svezia, l’11 ottobre 2004 (Jeppe Gustafsson, Alamy)

Lo studio svedese torna attuale, visto che Stoccolma ha appena deciso di proibire i cellulari nelle scuole dal prossimo autunno. Il governo di centrodestra sta cercando da qualche anno di ridurre il tempo passato davanti agli schermi, spinto soprattutto dai test Pisa del 2022, da cui era emerso che il 24,3 per cento dei quindicenni svedesi non raggiungeva un livello base di comprensione nella lettura (contro una media europea del 26,2 per cento). Accanto al divieto sui telefoni, il governo ha stanziato 555 milioni di corone (circa 50 milioni di euro) per l’acquisto di libri di testo cartacei e strumenti didattici tradizionali.

Questa è una sintesi delle ricerche principali (con la regione o il paese preso in considerazione, gli enti che hanno realizzato lo studio e la data di pubblicazione).

Stato dell’Orissa, India Università della Pennsylvania, Jawaharlal Nehru university, New Delhi, e università di Copenaghen, luglio 2025 (bozza)

  • Livello: università.
  • Impostazione: studio randomizzato controllato su dieci istituti di istruzione superiore e 17mila studenti.
  • Conclusioni: voti più alti, in particolare per gli studenti più scarsi, per le matricole e per chi non era iscritto a corsi Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

Norvegia Scuola norvegese di studi economici-Nhh, 2024 (bozza), Journal of Human Resources, marzo 2026 (versione finale)

  • Livello: scuola secondaria di primo grado.
  • Impostazione: Sondaggio su più di mille scuole, incrociato con i dati ricavati da registri nazionali (cartelle sanitarie, voti, scelta delle superiori, dati sul bullismo). Non è un confronto tra istituti con e senza divieto, ma un’analisi di come le persone che frequentano istituti con delle regole in proposito hanno reagito nel tempo.
  • Conclusioni: nessun effetto medio complessivo, ma benefici significativi per le ragazze in termini di salute mentale, voti e scelta del percorso di studi; bullismo in calo per tutti.

Spagna Università di Valencia, Applied Economic Analysis, gennaio 2022

  • Livello: scuole secondarie di primo grado.
  • Impostazione: confronto tra due regioni con un divieto dal 2015 (Galizia e Castilla-La Mancha) e regioni simili senza restrizioni, dati annuali 2006-2018.
  • Conclusioni: Punteggi ai test più alti e cali significativi del bullismo nelle due regioni con restrizioni.

Inghilterra Louisiana state university e università del Texas, Labour Economics, aprile 2016

  • Livello: scuole secondarie di secondo grado.
  • Impostazione: dati del National pupil database britannico incrociati con un sondaggio sottoposto a novanta scuole di quattro città (Birmingham, Leicester, Londra e Manchester), sfruttando le tempistiche diverse nell’adozione del divieto.
  • Conclusioni: i limiti hanno aiutato gli studenti con rendimento basso e provenienti da contesti fragili.

Svezia Università di Stoccolma, Economics of Education Review, giugno 2020

  • Livello: scuola secondaria di secondo grado.
  • Impostazioni: esperimento abbastanza simile a quello norvegese, che ha confrontato i risultati degli studenti in scuole con o senza limiti sui cellulari, su un periodo di circa vent’anni.
  • Conclusioni: nessun impatto sul rendimento scolastico.

Stati Uniti Università di Stanford e altre, giugno 2026 (bozza)

  • Livello: scuole secondarie di primo e secondo grado.
  • Impostazione: i ricercatori hanno seguito le variazioni, nel tempo, in scuole che richiedevano l’uso di custodie non apribili e scuole con caratteristiche simili che non lo facevano.
  • Conclusioni: il benessere è cresciuto negli anni, ma i voti sono migliorati poco (per gli studenti delle superiori) o addirittura peggiorati (alle medie).

Florida, Stati Uniti Università di Rochester e istituto di ricerca Rand, ottobre 2025 (bozza)

  • Livello: scuole primarie e secondarie.
  • Impostazione: partendo da differenze preesistenti, tra istituti dove l’uso del cellulare era alto e altri dove era basso, è stato stimato l’impatto di una legge statale un anno dopo l’entrata in vigore.
  • Conclusioni: problemi di disciplina solo all’inizio; progressi sul rendimento tra i ragazzi.

Rio de Janeiro, Brasile Università di Stanford ed Escola de economia de São Paulo, maggio 2026 (bozza)

  • Livello: scuola secondaria di primo grado.
  • Impostazione: analisi degli effetti di una misura cittadina del 2023 in scuole che prima permettevano di usare i telefoni e in altre che invece applicavano già restrizioni rigide. Conclusioni: i risultati scolastici sono leggermente migliorati.

Da questo mosaico di risultati possiamo ricavare due letture possibili. La prima chiama in causa le altre distrazioni digitali: se in classe restano permessi tablet e computer, togliere lo smartphone significa solo spostare messaggi, giochi e social su un altro strumento, non eliminarli. Ma è una riflessione che convince fino a un certo punto, dato che non spiega perché in alcuni casi ci siano comunque dei miglioramenti significativi, sia pure solo per certe categorie.

La seconda ipotesi sposta il problema fuori dall’aula: se il danno degli smartphone al rendimento è dovuto anche a un sonno disturbato dalle notifiche, a cattive abitudini di studio, a una capacità di concentrazione che si accorcia, allora un intervento che vale solo a scuola non può correggerlo.

La conclusione a cui arriva Tom Dee, che ha guidato la ricerca statunitense su scala nazionale ed è stato interpellato da The Hechinger Report, è che questi risultati timidi non dovrebbero scoraggiare scuole e governi dallo sperimentare politiche sull’uso dei cellulari: “La questione è troppo importante per non continuare a cercare di capire” come gestire in modo responsabile la tecnologia a scuola.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Doposcuola.

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