L’agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva (Unfpa) ha pubblicato un rapporto basato sulle conversazioni avute con 230 donne palestinesi sfollate a Gaza, facendo luce sul fenomeno in gran parte trascurato della violenza sessuale e dell’oppressione di genere nei luoghi in cui vivono le persone che hanno perso la casa.
Quello della violenza domestica è stato un tema ricorrente nelle discussioni di gruppo. Le donne hanno descritto abusi fisici ed emotivi da parte di mariti, figli, fratelli e suoceri. Hanno anche raccontato casi di sfruttamento sessuale, stupro da parte del coniuge, matrimoni precoci o forzati, abusi, limitazioni alla libertà di movimento, furto dei pacchi di aiuti e minacce di vedersi portare via i figli rimasti orfani del padre. Tutto questo avviene in luoghi sovraffollati dove non esiste praticamente alcuna forma di privacy.
Il rapporto, scritto e pubblicato a settembre dall’Unfpa, non quantifica l’incidenza degli abusi nei campi per sfollati né fa una stima del numero di vittime. Si concentra piuttosto sul fenomeno, dando voce alle 230 donne che hanno partecipato. Non è basato su un campione rappresentativo e le minorenni non hanno partecipato; le donne coinvolte avevano tra i diciotto e i 63 anni.
Secondo il rapporto, le donne sono particolarmente vulnerabili alle aggressioni di estranei nelle lunghe code per l’acqua, nei punti di distribuzione del cibo e degli aiuti e nei servizi igienici. Secondo le testimonianze, alcuni uomini approfittano delle file per strusciarsi contro le donne. Bagni e docce sono spesso condivisi tra famiglie non imparentate tra loro e lì sono stati documentati casi di molestie sessuali e perfino stupri.
La ricerca sul campo e le interviste, realizzate tra dicembre 2025 e gennaio 2026 nell’ambito di sedici focus group, sono state condotte dal Women’s affairs center, un’organizzazione femminista indipendente fondata nel 1991 per supportare le donne e consolidare la loro condizione individuale e collettiva nella società palestinese. Le testimonianze e le riflessioni raccolte durante le conversazioni sono state analizzate dall’Acaps Middle East analysis hub, un’organizzazione specializzata nell’analisi di dati in situazioni di crisi umanitaria, con sede ad Amman.
A chi chiedere aiuto
Alle donne coinvolte non è stato chiesto di rivelare esperienze personali e a volte hanno usato un linguaggio indiretto o mitigato per descrivere le violenze. In cinque focus group le partecipanti hanno raccontato di essere venute a conoscenza di casi in cui i soldati israeliani hanno aggredito sessualmente le donne che attraversavano i checkpoint militari mentre fuggivano dai bombardamenti verso le aree designate come umanitarie.
Gli autori del rapporto ipotizzano che le donne abbiano evitato di parlare delle violenze commessse dai combattenti palestinesi, sia esponenti di Hamas sia delle milizie appoggiate da Israele nella Striscia di Gaza, per timore di ritorsioni o di stigmatizzazione sociale. “I risultati non consentono dunque di trarre conclusioni sull’incidenza, o l’assenza, di violenze di genere compiute da soggetti armati palestinesi”, afferma il rapporto.
Le facilitatrici dei focus group, le partecipanti e gli autori del rapporto sono consapevoli che la violenza contro le donne non è un fenomeno nuovo. Ma dalle conversazioni emerge chiaramente un significativo aumento nella diffusione e nelle forme di violenza e oppressione da quando è iniziata la guerra. In tutti i gruppi le donne hanno raccontato di partner che non erano mai stati violenti e hanno cominciato a maltrattarle a causa dello stress provocato dalle perdite, dalla povertà e dallo sfollamento. In una discussione una donna dell’area di Gaza ha detto: “Mio marito non aveva mai alzato la voce contro di me prima della guerra. Ma da quando la nostra casa è stata bombardata e abbiamo perso tutto quello che avevamo è diventato irritabile e ora se la prende con me e con i bambini”.
Allo stesso tempo, osserva il rapporto, le donne non hanno alcun posto dove rifugiarsi e nessuno a cui chiedere aiuto. Lo sfollamento forzato ha scardinato le strutture di sostegno familiari e di comunità. Le istituzioni ufficiali che dovrebbero garantire protezione, come la polizia, i tribunali e gli uffici dei servizi sociali, non funzionano più: sono state bombardate, si trovano in aree sotto il controllo militare israeliano o sono difficili e costose da raggiungere a causa delle strade distrutte.
Anche i meccanismi comunitari di soluzione delle controversie hanno perso la loro influenza. Secondo le testimonianze, oggi questi meccanismi tendono a salvaguardare la “pace familiare” piuttosto che mettere fine alla violenza. Inoltre, in questi anni Israele ha impedito di operare nella Striscia alle organizzazioni umanitarie internazionali con una consolidata esperienza di supporto psicologico alle donne.
Le più vulnerabili
Tutte le partecipanti hanno raccontato di essere state sfollate tra le due e le dieci volte, con una media di sette. Le discussioni si sono svolte nelle città di Gaza e Khan Yunis. Circa 1,1 milioni di persone sfollate, di cui 480mila donne e ragazze, vivono in queste due aree, in centinaia di insediamenti, nelle tendopoli o in edifici scolastici. Ci sono 428 insediamenti di questo tipo nella città di Gaza e 516 a Khan Yunis, che ospitano in totale più di 840mila sfollati. In circa il 40 per cento dei campi e degli insediamenti manca un organismo ufficiale responsabile dell’illuminazione, della manutenzione dei bagni e delle docce comuni e della sicurezza, a cui rivolgersi per lamentele o denunce. Nelle discussioni l’assenza di un organismo simile è stato associato a un forte senso di insicurezza.
Le donne hanno spiegato che il matrimonio a Gaza può essere una possibilità di sopravvivenza, ma anche un mezzo di sfruttamento. Dai racconti emergono varie forme di matrimonio forzato: accordi tra famiglie senza il consenso della donna, vedove costrette a sposare il cognato e unioni tra una vittima di violenza sessuale e il suo stupratore, o un altro uomo. “Quando si scoprono casi di stupro in una scuola” usata come rifugio, “il giorno dopo in quella struttura si vedono matrimoni e festeggiamenti”, ha raccontato una donna che vive a Khan Yunis.
I matrimoni precoci e forzati non sono un fenomeno nuovo a Gaza. Nel 2019-2020 circa un quarto delle donne sposate di età compresa tra i 20 e i 49 anni si era sposata prima di compiere diciotto anni. Tuttavia, il rapporto sottolinea che la diffusione dei matrimoni precoci era in calo. Dall’inizio della guerra, invece, sono aumentati i matrimoni di minorenni e le gravidanze tra le adolescenti.
Le partecipanti hanno spiegato che il matrimonio precoce può essere incentivato dall’offerta di sacchi di farina o di una tenda in cambio di una sposa bambina. Hanno anche legato i matrimoni precoci alla distruzione delle scuole e al collasso del sistema educativo, nonostante i tentativi di garantire un’istruzione negli insediamenti per sfollati. Accade anche, al contrario, che i familiari si oppongano al matrimonio di una donna nubile che lavora per poter continuare a contare sul suo reddito.
Le più vulnerabili allo sfruttamento economico o sessuale, alla limitazione dell’autonomia e ai maltrattamenti sono vedove, divorziate e separate, donne con disabilità e anziane. Secondo il rapporto, vedove e divorziate sono particolarmente esposte a forme di ricatto sessuale degli uomini che controllano l’accesso alle risorse essenziali, come acqua, assistenza sanitaria, farmaci e viveri.
Denunce di molestie sessuali nei centri per sfollati erano emerse anche durante le precedenti guerre di Israele a Gaza. Da quando nel 2023 è cominciato l’attuale conflitto, le ulteriori difficoltà che le donne sono costrette ad affrontare rispetto agli uomini sono state ampiamente documentate. Tra queste ci sono la necessità di restare coperte anche in situazioni di caldo estremo a causa della mancanza di spazi privati, di fare meno docce per timore di molestie, di evitare i servizi igienici di notte e di non trovare assorbenti.
Anche nelle prime fasi della guerra si era parlato dell’aumento di matrimoni precoci e di gravidanze tra adolescenti a causa degli stupri o delle scarse conoscenze in materia di salute sessuale. Eppure si è registrata una tendenza, o un’aspettativa, a non discutere questi fenomeni in modo approfondito né in pubblico né sui mezzi d’informazione. I promotori e le partecipanti alla ricerca sperano che questa situazione possa cambiare. ◆
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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