Ogni anno nel mondo si estraggono più di 2,5 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, una cifra che fa impallidire i 74 e i 24 milioni di tonnellate registrati rispettivamente dall’alluminio e dal rame. Eppure si sente molto più spesso parlare di questi ultimi due metalli: sarà che in tempi di transizione digitale ed energetica il rame e l’alluminio svolgono un ruolo essenziale e assicurano profitti maggiori. Non è un caso che ormai siano famose anche le grandi aziende che ne assicurano il commercio, in particolare i colossi svizzeri Glencore, Vitol e Trafigura. Il mercato del minerale di ferro, invece, è da sempre caratterizzato dallo scarso peso degli intermediari: vi prevalgono i contatti diretti tra i gruppi minerari che estraggono il ferro e le acciaierie che lo lavorano.

Da quest’estate però il ferro ha conquistato gli onori delle cronache, almeno quelle della stampa economica e finanziaria, grazie o, per meglio dire, a causa di uno dei pochi intermediari che da qualche anno registrava una crescita straordinaria e degli utili miracolosi per le abitudini del settore: la Radiant World, un’azienda fondata nel 2003 dall’indiano Pinkesh Nahar. Partita come piccolo operatore specializzato nell’esportazione di ferro dall’India, la Radiant World ha fatto il salto di qualità prima intrecciando stretti rapporti con le acciaierie cinesi e poi con i colossi del commercio di materie prime, in particolare con la Glencore, e con i gruppi minerari globali, tra cui la brasiliana Vale e le australiane Rio Tinto e Bhp.

Al colmo della fortuna, Nahar ha trasferito i suoi affari a Singapore e ha cominciato a espandersi in ambiti completamente diversi, come i fondi di gestione patrimoniale e il cinema di Bollywood. Poi quest’estate tutto è crollato: partner commerciali e grandi aziende finanziarie accusano la Radiant World di avere bilanci drogati, le sue fortune sarebbero un grande bluff; l’azienda, dicono, presenta da anni fatture false per ottenere finanziamenti.

Bloomberg racconta che tutto è cominciato all’inizio del 2020, quando in seguito a un’indagine interna, l’istituto di credito olandese Rabobank decise di troncare ogni rapporto con la Radiant World, sostenendo che era coinvolta in affari costruiti sulla base di documenti falsi. All’epoca l’azienda reagì dicendo che non era mai stata indagata né processata da nessuna autorità. In seguito però le accuse sono aumentate. Di recente hanno sollevato dubbi sulla validità dei documenti della Radiant World e della Sapphire Metals, un’altra azienda fondata da Nahar, diverse banche e fondi d’investimento, tra cui l’italiana Intesa Sanpaolo e il Point Bonita, un fondo controllato dal Jefferies Financial Group.

Ne è nato un complicato intreccio di cause legali in giro per il mondo. Il 17 agosto la banca giapponese Mizuho ha fatto causa alla Radiant World davanti al tribunale di Singapore, chiedendo all’azienda la restituzione di 97,3 milioni di dollari. Quattro giorni dopo la filiale singaporeana della Deutsche Bank ha chiesto il pagamento di 102,6 milioni di dollari, mentre il 14 agosto l’Intesa Sanpaolo aveva chiesto 126 milioni più gli interessi. Il 30 luglio intanto avevano deciso di interrompere ogni rapporto con la Radiant World due grandi intermediari nel commercio di materie prime: la Vitol e la statunitense Cargill. Il 14 settembre il fondo statunitense Mariner Atlantic Multi-Strategy ha avviato un’azione legale presso il tribunale di Ginevra, in Svizzera, accusando la Radiant World di truffa e riciclaggio di denaro, in particolare su un finanziamento di cinquanta milioni di dollari. Lo Jefferies Financial Group rivuole indietro 526 milioni di dollari. Varie banche hanno congelato i conti dell’azienda di Nahar.

Secondo la britannica Control Risks, una società di consulenza sulla sicurezza, alla fine di settembre risultava che sei grandi istituti finanziari avevano chiesto alla Radiant World complessivamente 870 milioni di dollari. La cifra dovrebbe superare presto il miliardo. Molti esperti ritengono che quello della Radiant World sia uno dei più gravi scandali nel settore delle materie prime dai tempi dell’azienda energetica statunitense Enron, fallita nel 2001 lasciandosi dietro perdite per più di sessanta miliardi di dollari.

L’origine dei guai

Finita nell’occhio del ciclone, la Radiant World ha cominciato a risentire dei suoi guai finanziari: a settembre le autorità di Singapore hanno commissariato l’azienda, allontanando tutti i principali dirigenti. E subito dopo è partita un’ondata di licenziamenti, che ha colpito anche settori diversi dal commercio del ferro. L’azienda ha già dimezzato i suoi operatori in Cina e a Singapore, mentre gli uffici di Londra e Ginevra hanno praticamente chiuso. All’inizio di ottobre, inoltre, alcuni dipendenti attivi a Singapore, in Cina e in Europa hanno dichiarato di non aver ancora ricevuto lo stipendio.

L’azienda però non ha alcuna voglia di arrendersi e ha risposto alle accuse lanciando a sua volta delle azioni giudiziarie. La più importante è quella presentata al tribunale di Singapore contro un suo storico alleato: la svizzera Glencore, alla quale chiede un risarcimento di più di due miliardi di dollari. Il Financial Times spiega che dalle carte del procedimento è possibile capire non solo perché la Radiant pretenda quei soldi dalla Glencore, ma anche perché a un certo punto un’azienda così ben avviata abbia cominciato a navigare in acque pericolose.

Il quotidiano britannico fa risalire l’origine dei guai al 2017, quando le due aziende, in affari dal 2008, stipularono un complicato accordo speculativo che quattro anni dopo si sarebbe rivelato costosissimo per la Radiant World. Si trattava in sostanza di una scommessa sul prezzo del ferro: le due parti avevano stabilito la consegna di una partita a una data e a un prezzo già fissati; se nel frattempo la quotazione di mercato del ferro fosse scesa, ci avrebbe perso l’acquirente, cioè la Glencore; in caso contrario, la perdita sarebbe stata della Radiant World. Nei primi anni il contratto era stato sempre rinnovato, ma nel 2021 la Glencore ne chiese l’esecuzione proprio dopo che il prezzo del ferro era salito alle stelle in seguito alla crescente domanda cinese. Questo significava per la Radiant una perdita di 1,1 miliardi di dollari.

Un colpo simile avrebbe dovuto distruggere l’azienda di Nahar. Invece da quel momento la Radiant World cominciò a crescere in modo impressionante: nel 2025 aveva triplicato il fatturato e si era affermata come uno dei maggiori intermediari sul mercato mondiale del ferro. Il merito, sostiene la Radiant World, è del fatto che la collaborazione con la Glencore è continuata: il gruppo svizzero la aiutava a ottenere ordini, a trovare finanziamenti e si era anche impegnato a comprare una quota di capitale; in cambio la Radiant World doveva rimborsare a rate gli 1,1 miliardi della scommessa persa.

Nella sua causa legale l’azienda di Nahar sostiene che le “incongruenze” addebitate siano riconducibili alla collaborazione con la Glencore, che il gruppo svizzero avrebbe cercato di nascondere perché negli anni scorsi era sotto inchiesta negli Stati Uniti per corruzione e manipolazione dei mercati. La Glencore, da parte sua, respinge le accuse ed è stata tra le prime aziende a tagliare ogni rapporto con la Radiant World.

Il gruppo svizzero si è limitato a sospendere Peter Hill, il manager responsabile dei rapporti con la Radiant World. Nahar non sembra troppo impressionato, forse perché al tribunale di Singapore potrebbe far venir fuori qualche documento compromettente. Come un messaggio risalente al novembre 2024, racconta il Financial Times, quando Hill gli scrisse: “Dammi i soldi”. E lui rispose: “In cripto o in diamanti?”. Sempre nello stesso periodo, infine, in un altro messaggio Hill gli ricordava che la Glencore aveva “praticamente finanziato tutta la vostra attività negli ultimi anni”. La Glencore invece sostiene che la Radiant World, oltre alle fatture, falsificasse anche i messaggi.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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