Teheran, 23 agosto 2026 (Morteza Nikoubazl, NurPhoto/Getty Images)

“Immagina di criticare il governo e di essere arrestata per questo. Finisci in prigione non per un giorno, un mese o perfino un anno. Rimani in prigione per diciotto anni e non sai se sarai mai rilasciata. Sei considerata troppo pericolosa perché non ti sei piegata, e non sei abbastanza famosa da attirare l’attenzione dell’opinione pubblica che costringerebbe il regime a liberarti”. Comincia così un articolo pubblicato sul sito panarabo The New Arab in cui l’attivista iraniana per i diritti delle donne Nasrin Parvaz invoca la solidarietà internazionale per non dimenticare la storia di Zeynab Jalalian, arrestata nel 2008 e da allora rinchiusa in carcere in Iran.

Jalalian è nata nella provincia dell’Azerbaigian Occidentale nel 1982, lo stesso anno in cui Parvaz fu arrestata per il suo impegno a favore dei diritti delle donne. Mentre Jalalian cresceva, Parvaz era torturata in carcere, dove ha trascorso otto anni. Liberata nel 1990, tre anni dopo scappò nel Regno Unito, dove vive ancora come rifugiata. Jalalian ha seguito le sue orme, diventando un’attivista ed è stata arrestata nel 2008 quando aveva 26 anni, mentre era in visita in un liceo femminile in occasione della giornata internazionale della donna. È stata torturata e condannata a morte con l’accusa di “ostilità verso dio”. In seguito la condanna è stata commutata in ergastolo.

In diciotto anni Zeynab Jalalian non ha mai ricevuto un permesso e ha potuto vedere i suoi familiari poche volte. Ha continuato a essere torturata e a subire maltrattamenti. La sua salute si è gravemente deteriorata: soffre di asma, malattie renali e problemi digestivi, e rischia di perdere la vista. Nonostante questo si è unita alla campagna chiamata No to executions tuesdays (martedì contro le esecuzioni), lanciata il 30 gennaio 2024 nel carcere di Ghezel Hesar, il più grande dell’Iran, e che ora coinvolge 66 penitenziari in tutto il paese.

Il movimento è nato come una protesta dei detenuti nel braccio della morte contro l’aumento delle esecuzioni e delle condanne a morte senza un giusto processo e un’adeguata assistenza legale. Prevede di condurre uno sciopero della fame collettivo ogni martedì, il giorno in cui i detenuti sono trasferiti in isolamento prima dell’esecuzione. Secondo Amnesty international, nel 2025 l’Iran ha eseguito 2.150 condanne a morte, il doppio rispetto all’anno precedente. In un comunicato uscito il 29 settembre, in occasione della centoquarantesima settimana della campagna, e ripreso da IranWire, alcuni organizzatori hanno denunciato l’esecuzione di almeno 79 detenuti, tra cui sei donne, solo nel mese di agosto. Sono quasi duecento i prigionieri politici e di coscienza condannati a morte, molti dei quali sono stati arrestati durante le proteste contro il governo di gennaio.

Il comunicato denuncia in particolare il caso di Mahboubeh Shabani, 33 anni, arrestata a febbraio a Mashhad nel corso della repressione delle manifestazioni, riconosciuta colpevole dello stesso reato di Zeynab Jalalian e condannata a morte. Attualmente Shabani è in attesa dell’esecuzione nel carcere di Vakilabad. Una situazione simile a quella di Taraneh Rahimi, che ha ricevuto la stessa sentenza ed è rinchiusa nel carcere di Isfahan insieme alla gemella Romina, condannata invece a 25 anni di detenzione. Le sorelle sono state arrestate otto mesi fa con l’accusa di aver partecipato alle proteste e hanno subìto terribili abusi in carcere, ha denunciato la famiglia, che si è rivolta alle Nazioni Unite per chiedere aiuto.

In un’intervista concessa al Guardian, l’attivista per i diritti delle donne Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace nel 2023 e a lungo detenuta nelle carceri del regime, dice di essere molto preoccupata per l’aumento delle esecuzioni e delle violenze nelle prigioni: “Quello che mi terrorizza di più è la rapidità e l’intensità delle esecuzioni – effettuate al termine di processi privi di garanzie procedurali, assistenza legale e fondamentale equità – che infliggono ferite inesorabili alla nostra società”. Mohammadi, liberata temporaneamente a maggio per motivi di salute, sa che potrebbe tornare in carcere da un momento all’altro. A febbraio è stata condannata a sei anni di reclusione per “associazione e collusione con l’obiettivo di commettere reati” e a un altro anno e mezzo per propaganda.

L’unica speranza, conclude Mohammadi nella sua intervista, è riposta nei giovani iraniani, in particolare nelle donne: “Non si tirano indietro, conoscono i loro diritti, li comprendono, si battono per ottenerli e non si arrendono mai”. Nel suo appello su The New Arab, Nasrin Parvaz ricorda l’importanza della solidarietà internazionale, che in qualche occasione ha contribuito a mettere sotto pressione il regime iraniano e a ottenere la liberazione di alcuni prigionieri, tra cui Narges Mohammadi. Ora è il momento di “schierarci a difesa di Zeynab e contribuire a ottenere il suo rilascio”, scrive Parvaz.

Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.

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