Il pubblico ministero che ha portato in tribunale i vertici della polizia italiana è andato in pensione all’inizio di luglio. Dalla finestra del suo vecchio ufficio al dodicesimo piano del palazzo di giustizia può guardare Genova dall’alto.Venticinque anni fa la città fu il centro di una delle più grandi crisi di fiducia tra i cittadini e le istituzioni nella storia repubblicana. Mentre riempie gli scatoloni con la calma di chi ha passato una vita a mettere ordine nelle carte, Enrico Zucca riflette su quello che è avvenuto.
Nonostante le indagini che ha condotto insieme ad altri procuratori siano state complicate e abbiano incontrato molti ostacoli, i processi hanno portato a delle condanne e anche le corti internazionali come quella di Strasburgo hanno dato ragione ai procuratori. Ma si è trattato di una vittoria a metà: i processi non avuto le conseguenze politiche che ci si poteva aspettare, i funzionari condannati non sono stati sospesi, anzi hanno fatto carriera.
L’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano nel 2017, arrivato dopo l’intervento delle corti, è stato l’inizio di una svolta che non si è compiuta: non è avvenuta quelle riforma delle forze di polizia che allora sembrava urgente e necessaria.
Non sono state adottate forme di controllo e misure di trasparenza, per esempio il codice identificativo sui caschetti degli agenti in servizio. Invece nell’ultimo anno sono state rafforzate le tutele per gli agenti, come lo scudo penale previsto nell’ultimo pacchetto sicurezza dell’aprile del 2026.
Prima di consegnare l’ufficio a chi prenderà il suo posto, Zucca deve sistemare libri, appunti, documenti. In mezzo a quelle carte c’è tutta la sua vita professionale. La pagina più rilevante è sicuramente il processo Diaz, la lunga strada giudiziaria che portò alla condanna di alcuni dei vertici della polizia italiana per l’irruzione violenta nella scuola in cui dormivano decine di manifestanti a cortei conclusi, la notte del 21 luglio del 2001.
“Quello che spettava a noi come pubblici ministeri e come magistrati è stato fatto: condurre indagini approfondite e indipendenti”, dice Zucca. Il problema è che dopo non è successo nulla e il G8 è stato dimenticato.
Un percorso scioccante
In questi venticinque anni Enrico Zucca ha subìto una metamorfosi prima di tutto personale: all’inizio dell’indagine sui fatti della scuola Diaz la difficoltà fu anche per lui quella di mettere in discussione i verbali delle forze dell’ordine. Per chi lavora quotidianamente fianco a fianco con la polizia, l’idea che un verbale ufficiale possa non corrispondere alla realtà è assurda, racconta oggi.
“Il verbale per noi era il vangelo. Mai avremmo potuto dubitare di quello che la polizia dichiarava di aver fatto o di aver visto”, sottolinea. Poi arrivarono le immagini degli arrestati, le testimonianze dei ragazzi e delle ragazze picchiate, i racconti delle persone portate via dalla scuola, i trattenuti nella caserma. Erano decine e decine di testimonianze, registrate dai giornalisti sul campo e dagli attivisti. E allora emerse in maniera incontrovertibile la discrepanza tra quello che era riportato sui verbali di quella sera e quello che avevano visto e vissuto decine di persone.
“Immaginare una violenza così vasta, accompagnata anche dalla copertura di quella violenza, è stato scioccante”, racconta il procuratore che ha vissuto una frattura anche personale rispetto alle sue convinzioni passate. Le indagini non furono semplici. Fu chiaro da subito che si trattava di indagare sulle forze di polizia e sulla gestione dell’ordine pubblico in quelle giornate, mentre il racconto pubblico era concentrato quasi esclusivamente sulle presunte violenze dei manifestanti e sulla loro pericolosità.
“Sembrava che quello fosse il problema principale. Poi scoprimmo che la gravità dei fatti commessi dalle forze dell’ordine era molto più grande”, ricorda. La procura dovette aprire decine di fascicoli di indagine e affidarli a un pool di magistrati. L’orientamento originario dei pm era quello di ricostruire cosa fosse successo senza separare i diversi episodi, come un unico evento.
“La nostra idea era che bisognasse vedere il G8 a 360 gradi. Erano fatti collegati tra loro”, racconta. I magistrati volevano unificare anche le indagini: dall’omicidio di Carlo Giuliani alle violenze di piazza, dalla scuola Diaz alla caserma di Bolzaneto. Zucca avrebbe voluto una ricostruzione complessiva, un unico maxiprocesso. Altrimenti non sarebbe stato possibile capire cosa era successo davvero. Ma le cose non andarono in questo modo.
Il processo per l’omicidio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda il 20 luglio del 2001 fu il primo a essere chiuso, nel maggio del 2003, con l’archiviazione. Il giudice per le indagini preliminari accettò la versione del carabiniere incriminato, che aveva detto di aver sparato in aria e per legittima difesa. Secondo la ricostruzione ufficiale, il colpo era stato deviato da un calcinaccio e l’uso dell’arma era stata legittima. A questa versione si è sempre opposta la famiglia di Giuliani, che continua a chiedere la riapertura del processo. Il medico legale, perito di parte della famiglia, che aveva partecipato all’autopsia, ha sempre sostenuto invece che il colpo non era stato deviato e che il carabiniere avesse puntato al viso del manifestante.
Le decine di indagini aperte dalla procura confluirono in tre grandi processi: quello per la Diaz, quello per Bolzaneto e quello contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio. Non c’è mai stato invece un processo sui numerosi fatti di strada come le cariche in piazza Manin sui pacifisti della rete Lilliput con le mani alzate, quelle in via Tolemaide sul corteo delle tute bianche e i pestaggi del 21 luglio 2001 in corso Italia. “Molte piste d’indagine le lasciammo cadere, perché non avevamo le forze per seguirle”, spiega Zucca.
Il metodo d’indagine
Per certi versi il pm della Diaz ricorda un altro magistrato che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia italiana: Giovanni Falcone. Ha la stessa candida fiducia in un’idea altissima dello stato, una cristallina convinzione che il diritto sia la bussola per correggere le ingiustizie. E da questo discende una determinazione incrollabile nel perseguire gli obiettivi del suo lavoro, considerato un dovere.
Come Giovanni Falcone, il procuratore ligure ha introdotto delle innovazioni nelle strategie investigative per aggirare gli ostacoli che ha incontrato nelle sue indagini. Uno dei problemi principali infatti era che non esisteva una lista dei nomi degli agenti che parteciparono a quel blitz.
Per gli inquirenti era quindi complicato individuare i responsabili delle violenze. Nel 2001 l’Italia non aveva neppure introdotto il reato di tortura nell’ordinamento penale e i magistrati non avevano di fatto gli strumenti per trovare i responsabili e assicurarli alla giustizia.
L’intervista a Chiara Di Stefano, attivista del centro social Vag61
Ma Zucca ebbe l’idea di partire proprio dagli elementi fattuali che lo avevano più colpito: cioè i verbali falsi firmati da alcuni funzionari per coprire gli altri colleghi. Sostiene che “chi copre la tortura” deve essere ritenuto responsabile come chi la compie.
La Diaz così diventa il simbolo di un sistema: c’è chi compie l’abuso, ma ci sono soprattuto i più alti in grado che sembrano capaci di occultare le violazioni, invece di denunciarle. Secondo l’accusa, quella violenza fu possibile solo con la costruzione di una versione ufficiale che non corrispondeva alla realtà.
Le vittime della Diaz furono arrestate e in seguito portate nella caserma di Bolzaneto sulla base di verbali falsi. E ci fu una conferenza stampa ufficiale dopo i fatti in cui si mostravano dei materiali “ritrovati” nella scuola come mazze e bottoiglie molotov per giustificare l’operazione, ma durante il processo è stato dimostrato che erano stati dei funzionari di polizia a portarli nell’istituto.
Molti video e materiali multimediali realizzati da giornalisti e da attivisti sono stati fondamentali per ricostruire quello che era successo e per smentire le versioni ufficiali che molti avevano preso per buone.
Un processo troppo lungo
Il procedimento giudiziario per l’irruzione alla scuola Diaz si concluse il 5 luglio 2012, più di dieci anni dopo i fatti, con la condanna in via definitiva di venticinque poliziotti, che furono tutti rimossi dai loro incarichi, come previsto dalla sentenza. Ma nei dieci anni tra i fatti e il verdetto molti di loro avevano intanto fatto carriera.
Il tempo ha pesato: molti reati erano caduti in prescrizione. “I processi complessi hanno tempi dilatati, ma la corte europea ha detto che quella durata non fu ragionevole”, racconta il pm. Secondo Zucca, non dipese solo dalle complessità tecnica dell’inchiesta: “La polizia si rifiutò sostanzialmente di collaborare con la magistratura per l’accertamento delle sue responsabilità”. Anche la fase successiva alle sentenze, secondo il magistrato, ha mostrato una difficoltà dello stato ad affrontare fino in fondo quella vicenda.
Il tema riguarda i risarcimenti, i rapporti con le parti civili, la posizione assunta dall’avvocatura dello stato. “In altri ordinamenti episodi anche meno gravi si chiudono di solito con un’assunzione di responsabilità sul piano civile. Qui invece c’è stata una grande resistenza a risarcire le vittime”, spiega. Alcuni di quei processi civili per le vittime della Diaz sono ancora in corso, venticinque anni dopo.
Il G8 di Genova venticinque anni dopo.
Dal 20 luglio una puntata speciale di Limoni, il podcast di Internazionale con Annalisa Camilli.
In ogni caso i processi sui fatti di Genova furono fondamentali per spingere l’Italia ad adottare il reato di tortura nel 2017. Ma nel corso del tempo, secondo Zucca, si è fatta molta fatica a riconoscere che quello che avvenne nella scuola furono torture esattamente come le violazioni di Bolzaneto. “Non si digerisce la tortura alla Diaz, perché si tratta di una tortura extra-custodiale (cioè fuori dalla detenzione, durante un’operazione di ordine pubblico)”, spiega il magistrato.
Per Zucca c’è una spiegazione: “La violenza su un detenuto si riconosce più facilmente. Mentre la tortura durante un’operazione di ordine pubblico mette in discussione il modo in cui si concepisce l’uso della forza da parte dello stato e presuppone che quindi si inseriscano più limiti all’azione degli agenti in servizio”.
La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), con la sentenza Cestaro contro Italia, ha riconosciuto proprio questo aspetto: può essere considerato tortura anche quello che succede fuori dalle carceri e dai luoghi di reclusione, durante un’operazione di polizia. Anche la corte di cassazione, chiamata a interpretare la nuova norma italiana sulla tortura, ha chiarito questo nodo.
“Se non si fosse arrivati a quella interpretazione, i fatti della Diaz non sarebbero rientrati nella nozione di tortura”, conclude il magistrato. Ma dopo le condanne, non è arrivata una trasformazione profonda del sistema di controllo sulle forze dell’ordine. Non sono stati introdotti i codici identificativi per gli agenti impegnati nelle operazioni di ordine pubblico, una richiesta avanzata anche in sede europea dalle sentenze della Cedu, per cui l’Italia è ancora supervisionata dal Consiglio d’Europa, per non avere attuato quanto previsto dalle sentenze.
“Il codice identificativo sembra una cosa banale, ma è uno strumento fondamentale. Non è nella disponibilità dell’agente: è un richiamo alla responsabilità”, spiega. Le bodycam, introdotte come possibile soluzione, secondo Zucca non risolvono il problema. “La telecamera può essere utile, ma se è controllata esclusivamente dalla polizia non garantisce quell’imparzialità che invece è assicurata da un codice identificativo”.
Negli ultimi anni, aggiunge, sembra che si stia seguendo la direzione opposta: con l’introduzione dello scudo penale per gli operatori delle forze dell’ordine l’obiettivo non è più la trasparenza, ma la protezione dell’apparato. “Un precedente come quello della Diaz, in un altro paese, avrebbe portato probabilmente a cambiamenti molto più radicali, anche nelle catene di comando”, denuncia.
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