L’intelligenza artificiale è diventata in pochi mesi uno dei temi centrali in vista delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Secondo un’analisi del Washington Post, centinaia di candidati alla camera, al senato e alle cariche di governatore hanno inserito nei loro programmi proposte sull’ia o sui data center. Il tema compare in quasi il 40 per cento delle competizioni elettorali analizzate dal quotidiano ed è citato sui siti dei candidati più spesso di questioni da tempo centrali nel dibattito politico, come la guerra di Israele nella Striscia di Gaza, il rilancio del settore manifatturiero e il razzismo.

La velocità con cui la questione si è imposta ha sorpreso anche chi segue da anni le campagne elettorali. I primi segnali sono emersi nel 2025, quando sono state organizzate delle proteste contro la costruzione di data center, i centri di elaborazione dati per l’intelligenza artificiale. All’inizio a dirsi preoccupati erano soprattutto gli elettori e i politici democratici, ma nel giro di poco il malcontento si è rapidamente allargato ed è diventato una questione politicamente trasversale.

I sondaggi aiutano a capire perché: molti statunitensi temono gli effetti dell’ia sull’economia, non vogliono data center vicino a casa perché pensano che queste strutture faranno aumentare il costo dell’energia, e una parte rilevante dell’opinione pubblica ritiene che l’ia finirà per fare più male che bene.

Intelligenza tossica
Negli Stati Uniti la corsa all’intelligenza artificiale accelera la costruzione di data center che consumano enormi quantità di energia, con ricadute sulla rete elettrica, l’ambiente e le comunità locali

Il caso del Texas mostra quanto velocemente queste preoccupazioni possano cambiare gli equilibri politici. Lo stato è una delle principali destinazioni dei nuovi data center per l’ia e il governatore repubblicano Greg Abbott ne aveva a lungo sostenuto lo sviluppo. Ma di recente ha cambiato linea, annunciando nuove regole e una verifica sugli effetti dei data center sulla rete elettrica dello stato.

A fargli cambiare idea sono stati gli attacchi della candidata democratica Gina Hinojosa, a cui si sono aggiunti anche quelli di alcuni politici repubblicani, secondo cui la crescita incontrollata dei data center rischia di pesare sulle bollette e sulla stabilità della rete. La svolta ha provocato la reazione dura del presidente Donald Trump, che ha accusato Abbott di trascurare i benefici economici portati da queste infrastrutture.

Qualcosa di simile è successo anche nel campo democratico. In New Jersey Frank Pallone, deputato alla camera dal 1988 e candidato per un nuovo mandato, è stato criticato durante le primarie per non essersi esposto contro l’aumento delle bollette dell’elettricità attribuito ai data center. Dopo aver vinto facilmente le primarie, Pallone ha sorpreso il suo stesso partito schierandosi a favore di una moratoria nazionale sulla costruzione di nuovi data center.

Ma le posizioni dei due partiti sull’ia non sono del tutto sovrapponibili. I democratici ne parlano più spesso e insistono soprattutto sulla tutela dei lavoratori, sui costi dei data center e sulla necessità di nuove regole. Tra i repubblicani, invece, le posizioni sono meno omogenee.

Le preoccupazioni per gli effetti dell’ia e dei data center convivono con le valutazioni sulla sicurezza nazionale e sulla competizione tecnologica ed economica con la Cina. Per questo molti repubblicani, a cominciare da Trump, sono contrari a regole troppo rigide, che a loro giudizio rischierebbero di frenare le aziende statunitensi e favorire Pechino.

I timori legati allo sviluppo dell’ia potrebbero diventare ancora più forti se questa tecnologia cominciasse a provocare licenziamenti su larga scala. Secondo Cliff Young, presidente della società di ricerche Ipsos, in quel caso la diffidenza verso la tecnologia potrebbe saldarsi con un sentimento già molto diffuso: la sfiducia nel sistema politico ed economico. Il punto, sostiene Young, è che la protesta “non riguarda solo la tecnologia o l’intelligenza artificiale, ma una convinzione più profonda, quella che “nulla stia funzionando”.

Per questo il tema difficilmente si esaurirà con le elezioni di metà mandato e potrebbe diventare ancora più importante in vista delle presidenziali del 2028. Alcuni dei possibili candidati stanno già prendendo posizione.

Il vicepresidente JD Vance, pur favorevole allo sviluppo dell’ia, ha indicato un limite al suo uso in campo militare, sostenendo che le decisioni sulla vita e sulla morte non debbano essere affidate alle macchine.

Il governatore democratico della California Gavin Newsom ha adottato una posizione più critica nei confronti delle grandi aziende tecnologiche e delle conseguenze economiche e sociali dell’ia.

Il Washington Post osserva che nessuno dei due partiti è ancora riuscito a trasformare le paure e le aspettative degli elettori in una proposta politica riconoscibile. Chi ci riuscirà potrebbe trovare nell’intelligenza artificiale uno dei temi decisivi della prossima corsa alla Casa Bianca.

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