“Lula è il più grande leader popolare della storia del Brasile! Abbiamo la fortuna di vivere nella sua epoca e di poter essere presenti alla sua ultima campagna presidenziale”. Domenica 16 agosto, Guilherme, 28 anni, riflette sul momento storico che sta vivendo la sinistra brasiliana con “l’ultimo valzer” dell’uomo che ne è la figura di riferimento da quasi mezzo secolo. A 80 anni, l’unico brasiliano mai eletto tre volte presidente a suffragio universale (nel 2002, nel 2010 e poi nel 2022 contro Jair Bolsonaro) si candiderà per succedere a se stesso alle elezioni del prossimo ottobre. “Bisogna rieleggere Lula affinché porti a termine la sua opera!”, sostiene un’oratrice, senza specificare come farà.
La campagna che sta per iniziare – e di cui Lula si guarda bene dal confermare che sarà l’ultima della sua lunga carriera – è incentrata sulla sua storia politica, che i giovani conoscono poco. Provenienti da ogni angolo del paese, i pullman riversano a São Bernardo do Campo, un sobborgo poco attraente di São Paulo dove Lula ha mosso i primi passi da attivista, gruppi di militanti del Partito dei lavoratori (Pt) o dei movimenti sociali che sostengono il presidente: contadini sem terra, studenti e perfino gruppi di residenti preoccupati per le dighe, comprese quelle costruite dagli stessi governi del Pt, sotto Lula e poi Dilma Rousseff (destituita nel 2016).
Ritorno alle origini
In pochissimo tempo, lo stadio Primeiro de Maio, dove si tiene il comizio inaugurale, è completamente occupato, compreso il prato. Epicentro dei grandi scioperi del 1979 e del 1980 che paralizzarono São Bernardo, allora il più grande centro industriale dell’America Latina, l’arena non è stata scelta a caso. È qui che Lula, all’epoca leader del sindacato locale dei metalmeccanici in piena dittatura, ha forgiato il suo mito. In questo impianto da 13mila posti, infatti, si decideva il destino di quegli scioperi impressionanti, sotto la guida di quest’uomo dai discorsi incendiari ma dal pragmatismo intuitivo. Il tutto, mentre gli elicotteri della polizia del regime volteggiavano sul quartiere. Oggi è l’elicottero presidenziale a sorvolare lo stadio, suscitando un clamore esaltato sulle tribune.
In maniche di camicia e cappello panama, il capo dello stato fa un ingresso trionfale in uno scenario “all’americana”, come dicono i giornali, con un palco centrale e una pioggia di coriandoli. Né l’età né l’usura del potere sembrano intaccare la sua capacità di galvanizzare le folle. La vecchia sfinge della sinistra bacia appassionatamente sua moglie Janja, che gli ha fatto comporre un jingle elettorale da un pastore evangelico. Un gesto di apertura verso i protestanti evangelici, che ormai rappresentano un quarto della popolazione e che preferiscono il suo principale avversario, il senatore Flavio Bolsonaro.
Dio e la mamma
Ci si aspettava che Lula prendesse le difese della sovranità nazionale, mentre l’amministrazione Trump cerca di interferire, in particolare attraverso pressioni commerciali, a favore del figlio maggiore dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Quest’ultimo sta scontando una pena di 27 anni di carcere per aver tentato, quattro anni fa, un colpo di stato per rimanere al potere.
Lula invece parla di Dio e di sua madre, l’adorata Dona Lindu, che ha “cresciuto da sola i suoi otto figli”. Commosso e senza fiato, esclama: “Voi avete portato alla presidenza un semplice operaio, quasi analfabeta. Sono già stato eletto tre volte. Molti si chiedono perché diavolo vorrei esserlo una quarta volta”. Nessuna vanità personale, assicura. La sua vera motivazione sarebbe un’altra: “Finché sarò in vita, non permetterò che quella destra torni al potere”.
L’estrema destra di Jair Bolsonaro, di cui Lula non pronuncia il nome ma di cui sottolinea le derive, “una destra che ha lasciato morire più di 700mila persone durante la pandemia di covid-19 e ha autorizzato la circolazione di un milione di armi da fuoco. Molte di queste armi sono finite nelle mani della criminalità organizzata”. Un modo per rispondere alle accuse del suo rivale che, nello stesso momento, durante un comizio a Rio, sottolineava le presunte mancanze del governo in materia di sicurezza pubblica, una delle principali preoccupazioni dei brasiliani.
La battaglia si annuncia più aspra che mai contro l’erede politico del leader dell’estrema destra. Le speranze di vedere Lula, unico rappresentante della sinistra in questa tornata elettorale, eletto al primo turno, sono state smorzate da un recente sondaggio che gli attribuisce solo il 41 per cento delle intenzioni di voto, contro il 36 per cento del suo principale sfidante. Peggio ancora: in caso di ballottaggio, i due candidati sarebbero addirittura testa a testa (47 e 44 per cento).
Un risultato che sorprende alla luce della buona tenuta degli indicatori socio-economici e del bilancio dei tre mandati di Lula, che, secondo l’ex ministra Gleisi Hoffmann, “ha dato potere ai più umili”. Gli osservatori parlano di un effetto di stanchezza di fronte all’onnipresenza di un politico che quest’anno disputa la sua settima campagna elettorale dal 1989. Tuttavia, a un mese e mezzo dal voto, gli indecisi sono ancora molto numerosi. La campagna è appena iniziata.
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