Mentre attraversiamo la zona sudovest di Memphis in auto, KeShaun Pearson mi dice di tenere il finestrino abbassato: la nostra destinazione va assaporata, più che vista. Lungo la strada superiamo una centrale a carbone in disuso, poi una centrale elettrica ancora attiva, con delle enormi turbine a gas naturale. Pearson, che dirige l’organizzazione non profit Memphis community against pollution, mi sta portando a vedere l’ultimo grande progetto industriale della sua città.

L’aria odora di fuliggine, benzina e asfalto. A un certo punto sento un solletico risalirmi le narici e scendere in gola, come se mi stesse venendo il raffreddore. Mentre ci avviciniamo, percepisco il ronzio delle gru e dei camion; poi, da dietro una macchia di alberi, spunta una foresta di tralicci elettrici. Alla fine lo vedo: un hangar dai muri bianchi, più grande di dieci campi da calcio messi insieme, dove Elon Musk vuole costruire una divinità. È Colossus, un data center che l’azienda di intelligenza artificiale (ia) di Musk, la xAI, sta usando come campo di addestramento per Grok, uno dei modelli di ia generativa più avanzati. Addestrare questi sistemi richiede una quantità impressionante di energia; se sfruttato alla massima potenza per un anno, Colossus consumerebbe tanta elettricità quanta quella di duecentomila case. Quando sarà pienamente operativo, ha scritto Musk su X, questo impianto e altri due della xAI nella zona richiederanno una potenza di quasi due gigawatt. Ogni anno, quelle strutture potrebbero arrivare a consumare circa il doppio dell’elettricità usata dalla città di Seattle.

Per mettere in funzione Colossus il prima possibile, xAI ha costruito una sua centrale elettrica, installando 35 turbine a gas grandi come vagoni ferroviari, che generano enormi quantità di smog. Mentre passiamo vicino all’impianto, Pearson comincia a tossire. Il raschio in gola peggiora e tiro su il finestrino.

Anche i concorrenti dell’xAI stanno costruendo giganteschi data center. In spazi contenuti scorrerà l’elettricità che serve a una metropoli. Invece di migliorare il codice di programmazione per rendere i chatbot “più intelligenti”, le aziende li hanno fatti diventare più grandi, dando in pasto enormi quantità di dati a chip più potenti e che consumano più energia.

Da quando è stato lanciato ChatGpt, nel novembre 2022, Amazon, Microsoft, Meta e Google hanno investito più di 600 miliardi di dollari, quasi tutti in nuovi data center: una cifra che, anche tenendo conto dell’inflazione, supera la spesa per costruire l’intera rete autostradale degli Stati Uniti.

Come mi ha spiegato Jesse Jenkins, esperto di modelli climatici dell’università di Princeton, questi impianti stanno diventando “i più grandi centri di consumo di elettricità della storia”.

Le stime più caute prevedono che, nel giro di dieci anni, l’industria tecnologica aggiungerà alla rete elettrica statunitense un fabbisogno pari a quello di circa quaranta città delle dimensioni di Seattle. Secondo Siddharth Singh, analista di investimenti energetici all’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), entro il 2030 negli Stati Uniti i data center consumeranno più elettricità di tutte le industrie pesanti messe insieme. Circa metà di questa domanda arriverà dai data center progettati per le esigenze specifiche dell’intelligenza artificiale generativa, software come ChatGpt, capaci di produrre testi e immagini, risolvere problemi matematici complessi e, forse un giorno, contribuire a nuove scoperte scientifiche.

Per alimentare l’ia, le aziende energetiche e tecnologiche stanno facendo ricorso ai combustibili fossili, considerati più affidabili e disponibili rispetto all’eolico, al solare o al nucleare. Una società elettrica della Louisiana sta costruendo tre centrali a gas naturale per un data center della Meta che, una volta completato, sarà tra i più grandi dell’emisfero occidentale. Anche la vita delle centrali a carbone viene prolungata per alimentare queste strutture che, secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), potrebbero più che raddoppiare le emissioni entro il 2030, trasformando il settore in una delle fonti di gas serra più in crescita al mondo.

Secondo la visione più ottimistica, entro quella data i reattori nucleari avanzati avranno reso superflue molte delle nuove centrali a combustibili fossili, e l’ia avrà contribuito a inventare tecnologie in grado di risolvere la crisi climatica. Magari andrà così.

Ma oggi, dice Jenkins, “il mercato punta sul gas, più avanti sul nucleare”.

Il sangue di internet

Un data center è un mondo di contraddizioni: calore senza movimento, riparo senza corpi, luce senza cielo. “In questi posti scorre il sangue di internet”, dice Jon Lin, direttore commerciale e strategico della Equinix, una delle più grandi aziende di data center al mondo, mentre visitiamo un impianto nella contea di Loudoun, in Virginia. Alle sue spalle, un uomo con una felpa verde traffica con dei processori sistemati in una fila di server ronzanti, grossi come frigoriferi. Non ci sono finestre, per ragioni di sicurezza e per proteggere il sito dal calore del sole. Mentre percorriamo una corsia, le luci sono attivate dal nostro movimento. Più avanti, solo una fioca luce azzurra e il lampeggiare dei computer rompono l’oscurità.

Dalla costruzione dei primi data center, a metà del novecento, l’obiettivo è rimasto lo stesso: concentrare le apparecchiature informatiche per archiviare e trasmettere informazioni nel modo più efficiente possibile. Ma nel frattempo le dimensioni di queste strutture sono cresciute in modo impressionante. I data center originari erano semplicemente grandi stanze che ospitavano i computer detti mainframe. Con l’ascesa di internet, negli anni novanta, i computer hanno cominciato a occupare interi edifici, come quello in cui mi trovo con Lin: così rendono possibile guardare film in streaming, scambiare titoli finanziari, archiviare cartelle cliniche, gestire catene di approvvigionamento e prendere decisioni militari. Oggi la corsa all’ia richiede una potenza di calcolo immensamente superiore, e questo ha portato alla costruzione di centri ancora più grandi, pieni di chip che consumano di più e producono più calore.

In un data center tradizionale, i server vengono raffreddati da ventole industriali e il calore si disperde attraverso le torri di raffreddamento sul tetto. I server di un data center per l’ia generativa consumano quantità di elettricità decine di volte superiori. Lin me ne mostra una fila usati dall’azienda Block: sono talmente caldi che comincio a sudare. Per raffreddarli, l’acqua scorre in speciali piastre metalliche posizionate sopra i processori, all’interno delle macchine. I data center per l’ia sono pieni di apparecchiature simili, e per raffreddare migliaia di macchine serve molta acqua. I registri pubblici dell’azienda idrica di Memphis mostrano che la sede di Colossus ha consumato più di 41 milioni di litri d’acqua solo nel settembre 2025, quanto 150 case in un anno. Quando le apparecchiature di raffreddamento di un data center si guastano, il calore accumulato e l’umidità dell’aria possono provocare uno degli eventi meteorologici più rari in assoluto: la pioggia al chiuso.

Mettere i server nello stesso edificio, o in edifici adiacenti, permette alle macchine di scambiarsi informazioni in modo fluido e rapido. La contea di Loudoun vanta la più alta concentrazione al mondo: ci sono 199 centri già operativi, e altri trenta in arrivo. Secondo uno studio, il 13 per cento della capacità globale dei data center si concentra nei 1.300 chilometri quadrati della contea. La zona viene chiamata “data center alley”, il corridoio dei data center.

Memphis, Tennessee, agosto 2025  (Landon Speers, The Atlantic)

Il nord della Virginia offre un’anteprima di ciò che la corsa all’ia potrebbe comportare in termini di occupazione del suolo e consumo di energia. Qui lo spazio è quasi finito, e così nuovi poli stanno spuntando a Phoenix, Atlanta e Dallas. Amazon e la Meta stanno costruendo strutture dedicate all’ia in Indiana e in Louisiana, che consumeranno più di due gigawatt di elettricità a testa, decine di volte il fabbisogno di un data center tradizionale. La OpenAi propone di creare negli Stati Uniti delle “zone economiche dell’ia”: in pratica piccole Loudoun spunterebbero dovunque.

Una crescita epocale

Una volta entrati al “data center alley”, Julie Bolthouse, che studia lo sfruttamento del suolo al Piedmont environmental council, mi spiega come distinguere un data center da un magazzino: torri di raffreddamento sul tetto, gruppi di continuità a gasolio ai lati e mancanza di finestre. I magazzini comunque non ci sono, e dopo pochi minuti rinuncio a contare i centri perché non riesco a capire dove finisce uno e comincia il successivo. Bolthouse fa parte di una coalizione che cerca di frenare il loro sviluppo nella Virginia, ma a Loudoun ormai è troppo tardi. A nord dell’aeroporto internazionale di Dulles quelli in costruzione sono così tanti che i lati delle strade sono pieni di mucchi di terra appena scavata e l’aria si tinge di un pulviscolo arancione. Se Musk riuscisse davvero a colonizzare Marte, le prime fasi della cosiddetta terraformazione sarebbero qualcosa di simile.

L’architetto di questo labirinto è Buddy Rizer, responsabile dello sviluppo economico della contea di Loudoun. Rizer ha attirato le aziende tecnologiche offrendo agevolazioni normative e fiscali. Mi spiega che dal 2009 c’è sempre almeno un centro in costruzione. I data center sono gestiti in genere da poche decine di persone, ma i loro cantieri sono una fonte costante di posti di lavoro. I centri contribuiscono per quasi il 40 per cento al bilancio della contea, finanziando polizia, scuole e parchi per una popolazione che dal 2010 continua a crescere.

Nel raggio di due chilometri e mezzo da dove ci troviamo, dice Rizer, ci sono dodici sottostazioni elettriche: piccoli grovigli di pali metallici e cavi che trasformano l’elettricità ad alta tensione in una fonte di energia per caricare un telefono o, in questo caso, per alimentare un data center. Intorno a noi svettano tralicci imponenti, attraversati da linee di trasmissione che portano l’energia grezza dalle centrali alle sottostazioni; incombono su Loudoun come una ragnatela. Seguendo uno di questi cavi, si arriva quasi sempre a un data center.

Nei prossimi anni la corsa all’ia sarà il motore principale della crescita della domanda di elettricità negli Stati Uniti, che è rimasta stagnante per quasi due decenni. Le previsioni parlano di circa il 2 per cento di incremento all’anno, con alcune zone del paese che potrebbero andare in sofferenza. La Dominion Energy, principale fornitore di elettricità della Virginia, stima una crescita del 5,5 per cento all’anno, con una domanda complessiva destinata a raddoppiare entro il 2039. Aaron Ruby, portavoce della Dominion, dice che l’azienda si sta preparando a gestirla, ma non nasconde le difficoltà: “Siamo di fronte al maggior aumento della domanda di energia dal secondo dopoguerra”.

In Cina dal 2023 sono stati costruiti centinaia di data center, e altri saranno realizzati nell’oceano e nel deserto. Il vero vantaggio competitivo di Pechino nella corsa all’ia non è il talento dei suoi ingegneri né il numero dei suoi centri, ma la grande disponibilità di energia: nel 2024 la Cina ha prodotto quasi la stessa quantità di elettricità di Stati Uniti, Europa e India messi insieme.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti vivono un’“emergenza energetica” e ha parlato più volte della necessità di costruire nuove centrali per poter vincere la corsa all’ia. Un alto dirigente della OpenAi mi ha spiegato che il paese deve attivare ogni risorsa disponibile: pannelli solari, turbine a gas naturale, reattori nucleari. La Anthropic, la principale concorrente della OpenAi, ha pubblicato un rapporto in cui sostiene che, per tenere il passo con la Cina, gli Stati Uniti devono snellire la burocrazia per costruire nuovi data center e centrali elettriche.

Ma una crisi energetica alimentata da internet non si è mai materializzata in passato. Mentre a Loudoun negli anni novanta si posavano i cavi in fibra ottica, le aziende elettriche continuavano ad aprire centrali a carbone e a gas. “Estraete più carbone, stanno arrivando i pc”, titolava Forbes nel 1999. Poi quella domanda non è mai arrivata, e il paese si è ritrovato con un eccesso di centrali a gas e molte società energetiche in bancarotta.

Anche il boom dell’ia generativa potrebbe rivelarsi una bolla. La tecnologia resta incredibilmente costosa, soprattutto per via del prezzo dei processori più avanzati, e nessuna azienda del settore ha ancora presentato un modello di business davvero convincente. Una strada per rendere redditizio il settore potrebbe passare per lo sviluppo di algoritmi più efficienti, che renderebbero superflue le nuove centrali a gas naturale. E se l’ia non dovesse rivelarsi la tecnologia trasformativa che molti esperti prevedono, intere distese di data center rischierebbero di rimanere inutilizzate o incompiute: rovine di un futuro mai realizzato. In ogni caso l’ansia di alimentarle ha già portato gli Stati Uniti a dipendere di più dai combustibili fossili.

Il tempo, più che i dollari o gli elettroni, è la vera moneta dell’industria dell’ia

Aria pesante

Dietro la sua villa di mattoni, nel sudovest di Memphis, Sarah Gladney coltiva pomodori. Quando le piante hanno cominciato ad appassire, all’inizio dell’estate scorsa, le è venuto un sospetto. “La mattina, appena si alza il vento, sento l’odore nell’aria”, dice Gladney, facendo un cenno in direzione di Colossus. Una sua vicina, Marilyn Gooch, mi racconta che da quando ci sono le turbine ha paura perfino di chiedere ai nipoti di andarla a trovare.

Il loro quartiere, Boxtown, prende il nome dai vagoni ferroviari che gli ex schiavi usavano per costruire le case, ed è ancora oggi quasi interamente abitato da afroamericani. Praticamente ogni tipo di industria pesante si è insediata nella zona: un impianto di trattamento delle acque reflue, una raffineria di petrolio, una centrale a carbone. Colossus, che sorge accanto a un’acciaieria e a un grande centro di smistamento di camion e treni, occupa lo scheletro di una vecchia fabbrica di forni. L’aspettativa di vita a Boxtown e dintorni è di cinque anni più bassa della media nazionale, e il rischio di tumori nella zona sudovest di Memphis è quattro volte più alto. Quello che KeShaun Pearson e io abbiamo sentito nell’aria potrebbe anche non essere dovuto esclusivamente a Colossus; in un posto con una tale concentrazione di industrie pesanti, le emissioni delle turbine del data center vanno a mescolarsi allo smog già onnipresente.

Colossus è stato costruito così in fretta che molti abitanti di Boxtown e diversi politici locali hanno saputo del progetto solo a lavori già iniziati. Le gru si sono attivate nel maggio 2024, e meno di tre mesi dopo il centro era già in funzione.

L’xAI ha installato in autonomia le proprie turbine a gas per non aspettare il collegamento alla rete locale, e ha deciso che non ci fosse bisogno di chiedere permessi, dato che le turbine sarebbero rimaste in funzione per meno di un anno. Questo modo di operare è stato contestato dal Southern environmental law center (Selc), che ha scritto all’azienda minacciando di farle causa (da allora l’xAI ha ottenuto un’autorizzazione per 15 turbine e, secondo quanto riferito, ne sta usando dodici). Nel frattempo, i residenti raccontano che stanno avendo problemi respiratori.

I combustibili fossili sono diventati la prima scelta per alimentare i data center in tutti gli Stati Uniti. Per quello Stargate, in Texas, la OpenAi ha costruito una sua centrale a gas. Le compagnie petrolifere Chevron e la Exxon stanno cercando di collegare gli impianti a gas naturale ai centri, e i tre principali produttori mondiali di turbine a gas le pubblicizzano come fonti di energia ideali per l’ia. Michael Eugenis, che dirige la pianificazione delle risorse dell’Arizona Public Service, l’azienda che produce e distribuisce energia elettrica in Arizona, dice che a causa della domanda dei data center sta aumentando più del previsto la capacità da combustibili fossili.

Scommessa nucleare

Su un’isola del fiume Susquehanna, poco a sud di Harrisburg, in Pennsylvania, vedo un’altra possibile strada per sostenere il boom dell’ia. Davanti a me svettano quattro strutture beige alte più di cento metri, a forma di clessidra: sono le torri di raffreddamento di Three Mile Island, teatro del peggior incidente nucleare nella storia statunitense. Era il 28 marzo del 1979, l’impianto era in funzione da pochi anni, e in tutto il paese si costruivano nuovi reattori. Per una serie di errori meccanici e umani, il nocciolo di uno dei reattori, l’unità due, si surriscaldò e rilasciò materiale radioattivo. Gli effetti sulla salute e sull’ambiente furono contenuti, ma l’incidente, insieme alla catastrofe di Černobyl, in Ucraina, sette anni dopo, contribuì a far crollare il sostegno dell’opinione pubblica all’energia nucleare.

L’unità uno di Three Mile Island non subì danni e, a parte una breve interruzione, ha continuato a funzionare fino al 2019. Ma a quel punto il gas naturale era diventato molto conveniente e le leggi erano cambiate, rendendo impossibile per la Constellation Energy, proprietaria dell’impianto, tenerlo in attività.

Negli Stati Uniti nessuno aveva mai riportato in vita una centrale nucleare dismessa, ma nell’autunno 2024, a sorpresa, la società ne ha annunciato la riapertura. La Microsoft aveva accettato di comprare per i prossimi vent’anni l’elettricità prodotta dall’unità uno per alimentare i suoi data center, una garanzia sufficiente a convincere la Constellation a investire 1,6 miliardi di dollari per riavviare la centrale. È emblematico dell’era dell’ia: da anni gli esperti ripetono che l’energia nucleare pulita serve a ridurre i gas serra prodotti dalla rete elettrica, ma Three Mile Island verrà usata per compensare una nuova fonte di emissioni generata da un’unica azienda.

La Constellation sta invertendo tutti i passi avanti fatti per dismettere il reattore: sta rinnovando la licenza, ripristinando le apparecchiature, riqualificando il personale. Dave Marcheskie, responsabile delle relazioni con la comunità, me lo spiega in una sala riunioni affacciata direttamente sul nocciolo, in un edificio che ricorda un enorme silos per il grano. Alle sue spalle, un grande orologio segna il conto alla rovescia verso il riavvio: 650 giorni, zero ore, 42 minuti e un secondo.

Un data center della Stargate ad Abilene, Texas, settembre 2025 (Kyle Grillot, Bloomberg/Getty)

Il boom dell’ia ha portato in dote al settore nucleare nuovi ricchi finanziatori e un esercito di fanatici della tecnologia. Meta e Amazon stanno comprando elettricità da grandi centrali nucleari, e praticamente tutte le principali aziende di data center stanno investendo nelle tecnologie sperimentali, soprattutto nei piccoli reattori modulari, che in teoria dovrebbero rendere la fissione più economica e più semplice da adottare.

L’energia nucleare naturalmente ha i suoi svantaggi. Le scorie radioattive devono essere stoccate quasi a tempo indeterminato, e l’incidente di Fukushima, nel 2011, ha ricordato al mondo quanto possa essere pericoloso un reattore fuori controllo. Ma i rischi legati alla combustione dei carburanti fossili sono molto più immediati.

A Three Mile Island con Marcheskie attraverso un corridoio e mi ritrovo nel cuore della centrale. Tubature, condotti e macchinari imponenti corrono lungo il pavimento e il soffitto; un simbolo a forma di trifoglio avverte che in un grande serbatoio può esserci materiale radioattivo. L’ascensore è fuori uso, quindi saliamo a piedi e raggiungiamo la sala, grande come uno stadio, da cui scorrerà tutta l’elettricità prodotta da Three Mile Island una volta che tornerà in funzione. Impalcature e container sono sparsi intorno a una fila di semicilindri verde pistacchio. Quando l’impianto sarà operativo, gli atomi di uranio scissi nel nocciolo del reattore genereranno enormi quantità di calore, trasformando l’acqua in vapore: questo, a sua volta, farà girare le pale all’interno dei cilindri 1.800 volte al minuto, producendo centinaia di megawatt di elettricità.

Il tutto sarà gestito da una sala di controllo poco distante, dove centinaia di luci e interruttori coprono pareti tinteggiate di un verde opaco. Il responsabile del turno, Bill Price, mi spiega che una metà del pannello principale controlla il nocciolo, mentre l’altra metà controlla le turbine. Al centro c’è il comando più importante: un pulsante rosso che spegne il reattore, e appena sopra un altro pulsante, identico, che serve da backup. In caso di emergenza, dice Price, bisogna premerli entrambi.

Una piccola parte dell’elettricità prodotta servirà ad alimentare la centrale stessa. La Microsoft comprerà la parte restante attraverso un power‑purchase agreement, un meccanismo usato dalle aziende per comprare energia a zero emissioni e controbilanciare con quella che prelevano dalla rete. L’elettricità generata a Three Mile Island aiuterà a compensare i consumi dei data center in Virginia e in Illinois; la Microsoft sostiene che comprerà abbastanza energia pulita da coprire integralmente il fabbisogno dei suoi impianti, come fanno anche Google, Amazon e Meta. Tutte e quattro le aziende stanno investendo anche in idroelettrico, geotermia e pannelli solari; Google sta perfino valutando se costruire un data center nello spazio, per garantire un accesso al sole senza ostacoli atmosferici.

Il vantaggio cinese

Eppure le aziende tecnologiche sostengono che il nucleare e le tecnologie pulite non riescono a stare al passo con le loro necessità. Trump ha firmato un ordine esecutivo per accelerare le autorizzazioni per nuove centrali a gas naturale e a carbone destinate ad alimentare i data center. Tuttavia, il vantaggio energetico della Cina nella corsa all’ia deriva dai reattori nucleari e dai pannelli solari, non dal carbone e dal petrolio; Pechino sta costruendo quasi due terzi della nuova capacità solare ed eolica mondiale.

Duello tecnologico
I dieci luoghi con più data center nel mondo, percentuale del totale, 2025 (synergy research group)

Gli Stati Uniti potrebbero comunque recuperare terreno grazie agli investimenti privati di colossi come Google e Microsoft. La maggior parte della nuova capacità elettrica prevista nel paese sarà a zero emissioni, e alimentare i data center con le rinnovabili è possibile, dice Jenkins, l’esperto climatico di Princeton. Intanto, però, le turbine a gas naturale hanno tempi di consegna talmente lunghi che procurarsene una nei prossimi anni sarà praticamente impossibile.

Per ora usare in modo più intelligente le fonti energetiche esistenti, invece di costruirne di nuove, potrebbe bastare all’industria dell’ia. Le reti elettriche sono progettate per far fronte ai picchi di domanda (la climatizzazione nei pomeriggi d’estate, il riscaldamento nelle mattine d’inverno) ma per la maggior parte del tempo funzionano ben al di sotto della loro capacità massima. I ricercatori dell’università di Duke hanno dimostrato che, se i data center riducessero i consumi durante quei picchi, si libererebbe abbastanza elettricità da soddisfare i loro fabbisogni per anni. Google e xAI hanno già firmato accordi che seguono questa logica.

La strategia permetterebbe alle aziende di continuare a costruire nuovi data center senza dover aspettare che le municipalizzate amplino la rete. E il tempo, più che i dollari o gli elettroni, è la vera moneta dell’industria dell’ia. Google, Microsoft e i loro concorrenti possono permettersi di spendere cifre astronomiche senza ritorni finanziari immediati, ma non possono permettersi di restare indietro rispetto agli altri.

Il tempo è anche il problema principale dell’accordo della Microsoft con Three Mile Island, che impiegherà anni prima di tornare in funzione. Una volta lasciata la centrale, io e Marcheskie ci dirigiamo a sud, superando le torri beige e la foschia che si è posata sul fiume. A un certo punto passiamo vicino a un gruppo di barili di cemento che all’andata mi erano sfuggiti. Marcheskie dice che contengono tutte le scorie nucleari prodotte nei 45 anni di attività dell’unità uno. Forse un giorno questi contenitori segneranno i perimetri anche di Colossus e Stargate.

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il nostro modo di pensare e lavorare, ma ci sta anche portando verso un nuovo punto di non ritorno. Possiamo realizzare le promesse di questa tecnologia affidandoci ancora di più ai sistemi energetici del passato, oppure cogliere l’occasione per spingere la rete verso un futuro a zero emissioni. Per questo, però, un’industria abituata a muoversi alla velocità della luce dovrà sviluppare una qualità che chiaramente le manca: la pazienza. ◆ fas

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Questo articolo è uscito sul numero 1660 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati