Dopo aver governato l’Ungheria per sedici anni, trasformando il piccolo paese dell’Europa centrale in un modello di quella che lui stesso ha definito “democrazia illiberale”, Viktor Orbán ha incassato una netta sconfitta alle elezioni del 12 aprile. Tisza, il principale partito di opposizione, ha ottenuto più di due terzi dei seggi al parlamento di Budapest. La vittoria del suo leader Péter Magyar è stata talmente netta che Orbán ha subito riconosciuto la sconfitta.

Considerato il dominio incontrastato esercitato da Orbán sulla vita pubblica ungherese, il risultato di Magyar è straordinario. Il primo ministro uscente aveva infatti costruito un’ampia rete di persone di fiducia la cui fortuna economica dipendeva dalla vicinanza al governo, e allo stesso tempo si era proclamato paladino dei valori conservatori condivisi da gran parte dell’elettorato, dimostrandosi anche molto abile nel presentarsi come l’unico politico in grado di proteggere l’Ungheria dai suoi nemici, decisi in base alle necessità del momento. Tra gli avversari del premier si contano il finanziere statunitense di origini ungheresi George Soros (che tra le altre cose finanziò gli studi del giovane Orbán all’università di Oxford); l’Unione europea, colpevole di aver criticato i suoi abusi di potere, dopo averli tollerati per troppo tempo; e l’Ucraina, che secondo le accuse lanciate in campagna elettorale starebbe preparando un’invasione dell’Ungheria. Tutti sono stati presentati come minacce esistenziali, da cui solo Orbán avrebbe potuto proteggere il paese.

Il problema è che, prima o poi, anche i leader capaci di restare al potere così a lungo vengono giudicati in base ai risultati ottenuti e non più per la loro retorica. E i risultati di Orbán sono stati pessimi.

L’Ungheria, un tempo uno degli stati più ricchi dell’Europa centrale, oggi è il più povero dell’Unione europea. Negli ultimi anni il tenore di vita della famiglia media è sceso sotto quello di paesi storicamente più poveri, come la Romania e la Bulgaria. La corruzione è talmente diffusa che ha cominciato ad avere un impatto sulla vita quotidiana. L’impunità di cui godono gli alleati di Orbán è uno dei principali motivi per cui negli ultimi mesi molte figure che erano vicine al primo ministro se ne sono allontanate. Al livello internazionale l’Ungheria – che in passato aveva subìto il brutale dominio dell’Unione Sovietica per più di quarant’anni – si è ritrovata più vicino a Mosca che a Bruxelles, una scelta che molti cittadini non hanno accettato.

Un dettaglio significativo: l’uomo che ha approfittato di questi fallimenti era stato a lungo un fedelissimo di Orbán. Per più di vent’anni Magyar ha fatto parte di Fidesz, il partito di Orbán, ricoprendo ruoli di primo piano, dalla gestione di un programma di prestiti agli studenti agli incarichi nei consigli di amministrazione di diverse aziende statali.

La rottura con Orbán è arrivata solo nel 2024. Quando la grazia concessa al vicepreside di un orfanotrofio condannato per aver coperto degli abusi su minori ha suscitato la rabbia dell’opinione pubblica, Magyar ha voltato le spalle ai suoi alleati. Nel giro di poche settimane si è ritrovato alla testa di grandi manifestazioni popolari. Qualche mese dopo il suo partito, Tisza, ha ottenuto il 30 per cento alle elezioni europee. Da allora Magyar si colloca su posizioni di centrodestra, e ha stretto alleanze con i partiti cristianodemocratici europei, a partire dalla Cdu tedesca di Friedrich Merz.

Due alternative

La vittoria dell’opposizione dà agli ungheresi l’opportunità di guarire la democrazia e riportare il paese sul cammino della crescita. Un’altra conseguenza positiva è che in futuro per l’Unione europea sarà più facile esprimersi con una sola voce, soprattutto rispetto alla guerra in Ucraina. Le elezioni ungheresi, inoltre, segnano una sconfitta umiliante per i conservatori statunitensi, che negli ultimi anni hanno usato l’Ungheria come uno schermo su cui proiettare le loro fantasie politiche.

Magyar ha fatto parte di Fidesz per anni. La rottura con Orbán è arrivata solo nel 2024

Sono tutte ragioni per provare una sincera soddisfazione. Eppure ci sono alcune osservazioni da aggiungere.

L’Ungheria ha un’importanza strategica che supera le sue dimensioni geografiche, anche perché da tempo è un banco di prova per testare la stabilità delle istituzioni democratiche. A lungo i politologi hanno creduto che i paesi benestanti e tradizionalmente democratici come l’Ungheria non corressero il rischio di scivolare nella dittatura. La capacità di Orbán di minare le istituzioni democratiche – come la libertà di stampa – ha dimostrato che anche uno stato nel cuore del mondo democratico può subire una grave deriva autoritaria. Proprie questo rende particolarmente significativa la vittoria dell’opposizione alle urne, oltre alla decisione del premier di riconoscerla senza provare ad alterare l’esito del voto.

Il risultato del 12 aprile dovrebbe renderci un po’ più ottimisti sulla capacità di resistenza democratica di altri paesi in cui i demagoghi provano quotidianamente a superare i limiti costituzionali del loro potere, a cominciare dagli Stati Uniti.

Oggi la posta in gioco è talmente alta che ogni tornata elettorale – dall’Ungheria agli Stati Uniti – viene etichettata come “la più importante della nostra vita”. Tuttavia il successo dell’opposizione ungherese (al quarto tentativo…) ci ricorda che il processo con cui i demagoghi si impossessano del potere e lo consolidano è molto laborioso. Raramente basta una singola votazione per permettergli di concentrare tutte le leve nelle loro mani. Nonostante l’impegno profuso per raggiungere l’obiettivo, oggi è evidente che Orbán non è riuscito nel suo intento.

Allo stesso modo, però, una singola sconfitta non elimina per sempre il pericolo rappresentato dai populisti. Negli Stati Uniti Donald Trump, che era stato dato per finito dopo le elezioni del 2020, è riuscito a tornare alla Casa Bianca quattro anni dopo, mentre in Brasile Jair Bolsonaro, che sembrava uscito di scena dopo una brutta batosta elettorale (e che era perfino finito in galera), potrebbe presto aiutare il figlio a conquistare la presidenza. Evidentemente la battaglia per la democrazia è una maratona, non uno sprint.

Per ragioni simili sarebbe prematuro credere che la minaccia per la democrazia ungherese sia definitivamente scongiurata. Magyar ha vinto nettamente, e il fatto che possa contare su una maggioranza di due terzi in parlamento renderà il suo lavoro più agevole. Tuttavia la coalizione che ha saputo mettere in piedi è talmente variegata che sarà difficile mettersi d’accordo sulla direzione da dare al governo. E per molti versi Magyar resta un enigma sotto il profilo ideologico.

Il nuovo parlamento di Budapest
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Anche se il prossimo primo ministro proverà a governare rispettando lo stato di diritto, dovrà inevitabilmente affrontare quello che in altre occasioni ho definito il “dilemma post-populista”. Negli ultimi anni Orbán ha sistemato un gran numero di alleati in posizioni di potere, e avrà quindi a disposizione un vasto arsenale per ostacolare il lavoro dell’esecutivo, nonostante la ridotta presenza di Fidesz in parlamento.

Questo significa che Magyar ha di fronte due alternative. Può scegliere di rispettare le regole vigenti, ma in questo caso si ritroverà diverse figure corrotte e fedeli a Orbán in ruoli chiave nell’amministrazione e nel mondo dell’informazione, cosa che renderebbe il suo lavoro sostanzialmente impossibile. Oppure può licenziare chiunque è più fedele a Orbán che alla costituzione, ma così facendo normalizzerebbe l’idea che ogni capo di governo può sbarazzarsi dei funzionari nominati dal suo predecessore. La difficoltà di navigare il dilemma post-populista è uno dei motivi per cui anche le grandi sconfitte elettorali non bastano a segnare la fine della carriera dei demagoghi.

Infine, vorrei sottolineare l’ironia nascosta nella vittoria schiacciante di Magyar. Nei sedici anni al potere, Orbán ha ridisegnato il sistema elettorale per favorire il suo partito. Con l’opposizione divisa e Fidesz in grado di ottenere più voti di tutti, ha adottato un meccanismo elettorale con un forte premio di maggioranza. Ora che gli elettori ungheresi lo hanno abbandonato, l’ex primo ministro è vittima delle sue stesse macchinazioni: nonostante abbia ottenuto circa il 40 per cento dei voti, avrà meno di un terzo dei seggi in parlamento.

I demagoghi cercano sempre di falsare le istituzioni per ottenere vantaggi ma, come dimostra la disfatta di Orbán, non sempre ci riescono. La frequenza con cui i tentativi di manipolare i sistemi elettorali si ritorcono contro chi li compie prova che le istituzioni democratiche sono più resistenti di quanto si pensi.

Da più di dieci anni viviamo in un’epoca segnata dalla minaccia populista. Ma oggi bisogna riconoscere che la realtà è più complessa di quanto possa sembrare. La maggior parte dei paesi, infatti, non sono né democrazie perfette né dittature, ma occupano punti diversi lungo la linea che collega i due estremi.

Per questo il rischio più concreto sta nella capacità dei governi di alterare i meccanismi politici a loro beneficio, senza però riuscire a liberarsi del tutto dell’opposizione.

Da qui deriva una lezione importante per tutte le persone che hanno a cuore la democrazia degli Stati Uniti. Oggi il rischio reale non è che il paese somigli presto alle peggiori dittature globali, ma che si trasformi in una “democrazia sporca”, in cui chi ha il potere può cambiare le regole del gioco a proprio favore senza però svuotare totalmente di significato le elezioni.

Che si tratti dell’Ungheria o degli Stati Uniti, per capire davvero la situazione dobbiamo avere un’idea meno semplicistica di come le democrazie nascono e muoiono. Difficilmente in quelle consolidate si assisterà a una vittoria o una sconfitta definitiva delle forze della libertà. Il futuro dei sistemi democratici sarà determinato da scelte prese nel corso di decenni, non in pochi giorni.

Ciò detto, questa consapevolezza non deve impedirci di festeggiare quando arriva una buona notizia. Chiunque abbia a cuore valori basilari come il rispetto dello stato di diritto dovrebbe esultare per la sconfitta di Orbán, che è senza dubbio un passo nella giusta direzione. ◆ as

Yascha Mounk è un politologo statunitense. Insegna alla School of advanced international studies dell’università Johns Hopkins a Baltimora. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è La trappola identitaria (Feltrinelli 2024).

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati