S ono tempi propizi per i grandi libri, ma oltre alle opere monumentali di Tolstoj e Proust o alla tetralogia Das Echolot _di Walter Kempowski, vale la pena di dedicarsi a un libro di seicento pagine dal titolo _Musikleben in Deutschland (La vita musicale in Germania), pubblicato lo scorso anno dal Musikinformationszentrum (Miz) di Bonn e solo recentemente tradotto in inglese.
Se poi si è disposti ad affrontare un volume due volte più lungo, in tedesco, si può proseguire con il _Musik Almanach _(Almanacco musicale), pubblicato dallo stesso istituto e accessibile anche su internet. Chiunque si prenda il tempo necessario per queste due letture avrà sotto gli occhi quello che in Germania politici, economisti ed esperti di ogni genere trascurano deliberatamente ogni volta che parlano d’industria, produzione di componenti, indotto o quando citano l’ingombrante concetto di rilevanza sistemica.
Fattore 4.05
In questi tempi difficili, in cui molti amano appellarsi – se non proprio aggrapparsi – a cifre, statistiche, modelli e cose simili, queste due pubblicazioni fanno luce su un settore dell’economia tedesca relegato quasi ai margini della coscienza pubblica, offrendo un serbatoio inesauribile di dati raccolti e interpretati, sintetizzati da interessanti schemi, grafici, elenchi e panoramiche. Dopotutto la cultura musicale della Germania è ancora molto ammirata nel resto del mondo, figura nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità, è invariabilmente citata nei sermoni domenicali dei politici, nei dibattiti sulla pedagogia come punto di riferimento della società. Eppure tutta questa bella “narrativa” – per usare un’altra parola oggi molto di moda – non ha mai delle conseguenze pratiche.
Recentemente, nel talk show Hart aber Fair l’attore Ulrich Matthes ha cercato di far sentire la sua voce dicendo “ci siamo anche noi” tra le grida di aiuto di ristoratori, tour operator, albergatori, lobbisti del settore automobilistico, dirigenti di società sportive. Forse avrebbe dovuto sbattere sul tavolo dello studio televisivo il grosso tomo pubblicato dal Miz e citare qualche semplice dato, per esempio le statistiche sul festival musicale Heidelberger Frühling. Un recente studio dell’università di scienze applicate di Lipsia afferma che i sussidi pubblici destinati alle istituzioni culturali sono finanziamenti indiretti alle economie delle città. Nel caso di Heidelberg, lo studio parla del fattore 4.05: ogni euro investito ne genera quattro per le casse del comune.
Anche per il festival musicale dello Schleswig-Holstein e per l’intera regione di Bonn-Rhein-Sieg – e sono solo due esempi – il tasso di redditività è lo stesso, senza contare gli effetti economici indiretti, come le ricadute nel settore della ristorazione o in quello alberghiero, che non sono prese in considerazione. Nel corso dell’anno in tutta la Germania si svolgono regolarmente circa seicento festival musicali o d’altro genere (eventi popolari come Rock am Ring non sono nemmeno conteggiati). Stando a un’indagine dell’ufficio di statistica dell’Assia, nel 2015 hanno preso parte a queste manifestazioni circa 32 milioni di persone. Nella stagione 2017-2018, sette milioni di spettatori hanno preso posto nei teatri tedeschi per assistere a opere, operette, musical e spettacoli di danza.
Con settemila spettacoli di opera e operetta all’anno, la Germania è il campione mondiale indiscusso del settore, un paese in cui sopravvivono ancora 129 orchestre (rispetto alle 168 del 1992), il 25 per cento circa di tutte quelle dello stesso livello esistenti al mondo. Gli 83 teatri d’opera tedeschi (compresi i dipartimenti operistici di teatri più grandi) fanno invidia agli Stati Uniti. In totale circa diciottomila musicisti lavorano stabilmente in orchestre, opere e sale da concerto tedesche, a cui si aggiungono i solisti a tempo indeterminato, gli interpreti con contratti da ospiti, il personale tecnico e amministrativo, per un totale di sessantamila persone impiegate. Senza contare le maestranze, le case editrici dei libretti e molte altre società di servizi che forniscono al settore materiali indispensabili ma non sono incluse in queste stime. Oltre alle accademie di musica e ai conservatori, con la loro offerta di formazione professionale, la Germania conta un migliaio di scuole di musica con circa un milione di allievi, mentre in sessantamila cori sono attivi tre milioni e mezzo di cantanti. Agli istituti previdenziali degli artisti sono registrati 4.600 musicisti jazz a cui si sommano innumerevoli band ed ensemble indipendenti, cori amatoriali e musicisti non professionisti. Insomma, in Germania ci sono circa quindici milioni di persone attivamente coinvolte nella vita musicale: una massa oscura che non viene quasi mai presa in considerazione.
Realtà fluide
Non vale nemmeno la pena di chiedersi se questi soggetti abbiano una vocazione artistica o commerciale: in queste realtà fluide, arte ed economia sono compenetrate. Uno studio del 2015 sull’industria musicale in Germania aveva calcolato un giro d’affari di cinque miliardi di euro generato dal solo turismo legato ai festival.
Non a caso nel 2017, inaugurando l’Elbphilharmonie, la sala da concerti di Amburgo, i politici parlarono di “investimento per il futuro”: forse avevano in mente più gli affari e il turismo che la cultura, spesso associata al debito pubblico che genera. Qualcosa di simile era successo a Berlino nel 1963, quando fu istituita la Philharmonie e fu sottolineata l’importanza strategica, sia culturale sia commerciale, di quella spettacolare sala da concerto. Le quindici maggiori sale tedesche, con duemila posti a sedere l’una, sono visitate ogni anno da quattro milioni di persone. Insieme ai teatri musicali rappresentano un’eccellenza artistica e anche uno stimolo economico con significativi ritorni in termini d’immagine, identificazione e aumento dell’attrattiva turistica di intere città o regioni.
Chi, conoscendo questi dati, non sarebbe d’accordo con la conclusione del manager culturale Franz Willnauer, ovvero che stagioni teatrali e festival sono indispensabili per la qualità della nostra vita comune? Willnauer aveva in mente redditività indotta e rilevanza sistemica, anche se saggiamente non le ha citate in modo esplicito perché la cultura non deve giustificarsi come ancella dell’economia: trova il suo valore in se stessa e deve essere considerata indipendente.
Il Deutscher Musikrat, il consiglio musicale tedesco, l’organizzazione ombrello per la scena musicale in Germania, ha proposto d’inserire una semplice frase nella costituzione: “Lo stato difende e promuove la cultura”. Tre legislature consecutive non sono riuscite a trovare la maggioranza necessaria nel Bundestag per approvare la modifica. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale, a pagina 75. Compra questo numero | Abbonati